Attualità - 24 settembre 2019, 14:39

Addio a Renato Salvetti, partigiano e reduce di Mauthausen: la memoria del male come missione civile

L’amico Beppe Fenocchio: "In una scuola un bimbo lo avvicinò e dopo qualche parola lui lo strinse in un abbraccio affettuoso. Era tedesco e voleva scusarsi con lui. «Piccolo mio – gli rispose commosso –, tu non devi scusarti di nulla. E io ho già perdonato»"

Renato Salvetti, doglianese, il prossimo 6 novembre avrebbe compiuto 95 anni

Viveva la testimonianza come un dovere civico: sapeva di doverlo fare affinché quelle immagini marchiate a fuoco nella sua mente non andassero irrimediabilmente perse. Così che anche le nuove generazioni potessero fare i conti con la banalità del male, con la sempre incombente minaccia di un suo ritorno.

Era questa la missione di Renato Salvetti, doglianese, partigiano garibaldino, deportato a Mauthausen quando era ancora un ragazzino, non ancora ventenne, numero di matricola 59138. Testimone della memoria delle tragedie consumate nei campi di concentramento partoriti dalla follia nazista.

Salvetti se ne è andato questa mattina, martedì 24 settembre. Il prossimo 6 novembre avrebbe compiuto 95 anni. Invece ha scelto questo primo giorno d’autunno per salutare definitivamente la sua Dogliani, il paese dove era cresciuto e dove sarebbe ritornato all’indomani della Liberazione: un viaggio incredibile e faticoso, affrontato tra mille stenti. «Ero arrivato a pesare 28 chili», spiegava ancora pochi anni fa durante i suoi incontri coi ragazzi delle scuole.

"A Dogliani anni fa si era comprato un piccolo alloggio, affacciato sulla piazza oggi dedicata a don Del Podio ricorda oggi da Arguello l’amico Beppe Fenocchio, ex insegnante all’Istituto Comprensivo "Beppe Fenoglio" di Neive e appassionato raccoglitore di memorie, che sollecitò Salvetti a farsi testimone raccontando la tragedia dell’Olocausto agli allievi di numerosi plessi di Langa –. Lo aveva voluto lì perché dalle sue finestre poteva vedere ogni giorno la lapide che ancora oggi ricorda le vittime del bombardamento che devastò Dogliani il 31 luglio 1944, lo stesso nel quale perse la vita la madre".

Soffriva ancora per quella perdita. La notizia lo aveva investito per bocca di una conoscente non appena rimessi i piedi in paese, prima ancora di giungere alla casa materna. Nel raccontare l’emozione di quel momento la rabbia e la determinazione del suo racconto lasciavano spazio alla commozione e alle lacrime.

"Lui si infervorava a raccontare un vissuto tanto drammatico quanto ancora vivo nella sua memoria – ricorda ancora Fenocchio –. Ma ci teneva a che i più giovani potessero sapere cosa aveva passato, e conoscere le vicende di quanti, nelle sue condizioni, non erano invece tornati. Esordiva col momento della sua cattura. Era stato partigiano per poche settimane. Dopo l’8 settembre era partito dalla Caserma Porporat di Pinerolo, per rientrare a casa. Prima riparò da alcuni zii che aveva a Feisoglio, poi si aggregò a un gruppo di garibaldini che venivano dalla Liguria, Aveva lucidissimo il ricordo di quando fuggirono in Val Casotto. Si ricoverano in un’osteria, ma furono traditi e presi dai nazifascisti a San Giacomo di Roburent. Li stanarono dalla neve, tra spari e bombe a mano. Era il 24 dicembre 1943. Li condussero a Cuneo, dove subì un interrogatorio terribile. Ma aveva patito più la fame delle botte, raccontava, spiegando ai ragazzi di aver mangiato della zuppa che era riuscito a nascondere nello stesso bogliolo in cui faceva i propri bisogni".

"Usava termini crudi – continua Fenocchio –. Raccontava della prigionia, prima alle Nuove di Torino, poi a Bergamo. Delle urla dei torturati, del timore di subire la stessa sorte. Di come si era ritrovato senza denti. Poi il viaggio a Mauthausen, la salita al campo. Raccontandolo sembrava che rifacesse gli stessi passi, lo sguardo all’insù: «Qui andiamo verso l’inferno», gli aveva spiegato un compagno di viaggio. «Aveva ragione»".

Poi i terribili mesi nel campo, la fame, la violenza gratuita e la morte, le vittime innocenti – uomini, donne e bambini –, il male dell’uomo contro l’uomo. Fino alla liberazione, che lo colse debole e denutrito, ridotto a una larva.

"Tornò insieme a un amico di Cherasco e solo dopo qualche giorno riuscì ad arrivare a Dogliani. Alle porte del paese una conoscente lo riconobbe. «Lo sai che tua madre è morta?», gli rivelò senza tatto. Lui aveva compiuto quell’intero viaggio nell’attesa di rivederla, si credeva vivo soltanto grazie alle sue preghiere. La notizia lo investì, abbattendolo più di quanto non fosse già. «In quel momento avrei voluto morire», raccontava Renato con le lacrime agli occhi, a distanza di oltre mezzo secolo da quei fatti".     

"Si rimise in piedi grazie anche all'aiuto di Don Del Podio, che era riuscito a farlo ricoverare prima ad Alessandria, poi all’ospedale Croce di Malta di Roma, dove curavano in modo particolare i reduci, e riuscì a salvarsi. Tornò a lavorare alla fornace di Dogliani e ricordava con piacere come, per aiutarlo, il proprietario gli avesse affidato un lavoro leggero, perché altro non avrebbe potuto fare. Lì conobbe sua moglie. «Mia moglie è una santa», raccontava sempre, spiegando come lei lo consolasse e calmasse quando, a distanza di decenni, gli incubi continuavano ad assalirlo nella notte. La sua morte, alcuni anni fa, fu un duro colpo per lui".

"Ho avuto grande piacere nel conoscerlo e frequentarlo – ci dice ancora Beppe Fenocchio –. Prima di lui avevo conosciuto altri reduci che venivano a raccontare la loro esperienza nelle scuole. Ma la sua era una testimonianza sentita, speciale, di grande presa sui ragazzi. Aveva capito che quella era la sua missione e la svolgeva con impegno. Lo chiamavo e ogni volta mi rispondeva disponibile: «Renato, ci sarebbe da andare in una scuola. - Va bene, quando vuoi. Vieni a prendermi?».

Beppe Fenocchio conclude il suo racconto con un ricordo speciale: "Avevamo appena concluso un incontro in una scuola quando vidi un ragazzino avvicinarglisi e dirgli qualcosa. Dopo un attimo Renato lo strinse a sé in un affettuoso abbracciò. «E’ di origini tedesche, si è sentito di doversi scusare con me», mi avrebbe spiegato poco dopo. «Piccolo mio – gli aveva risposto commosso –, tu non devi scusarti di nulla, e io ho già perdonato’».

Salvetti in un incontro con i bambini della scuola elementare di Lequio Berria

Con l'amico Beppe Fenocchio durante uno dei tanti incontri con le scuole in cui testimoniò le aberrazioni del nazismo

Ezio Massucco