La voglia di cinema di tutti i braidesi è stata soddisfatta! Nella serata di venerdì 3 gennaio il regista Francesco Amato è stato ospite al Multisala Vittoria per salutare il pubblico di casa e presentare il suo ultimo film, “18 Regali”. Per il cineasta braidese, classe 1978, si tratta del quarto lungometraggio, dopo i pluripremiati Ma che ci faccio qui, Cosimo e Nicole e Lasciati Andare.
L’evento, organizzato da Anna Vitton Corio, ha visto la partecipazione, tra gli altri, del presidente del Consiglio Comunale di Bra, professor Fabio Bailo, che ha portato il saluto dell’Amministrazione cittadina alle sale stipate in ogni ordine di posto.
Quella di "18 Regali", purtroppo, è una storia vera. La protagonista è Elisa Girotto, una mamma trevigiana che aveva scoperto di avere poco da vivere quando la figlia Anna aveva solo un anno. E allora, prima che il suo cuore si fermasse, ha trovato un modo di restarle accanto: un regalo per ogni compleanno fino alla maggiore età. 18 regali per stare vicino, anno dopo anno, alla sua bambina, per lasciarle il segno di una presenza viva, per farle capire che l’amore non si ferma davanti a nulla. Bambole, giochi, libri, vestiti, un mappamondo di sughero con l’indicazione dei luoghi che avrebbe voluto visitare con lei.
Era il 2017 quando il coraggio di questa donna di quarant’anni, tolta all’affetto dei suoi cari da un cancro al seno, ha riempito le pagine dei giornali e ha commosso il mondo intero. Una storia triste che più triste non si può, ma anche un inno alla vita e un messaggio di speranza che Vision, Lucky Red e Universal hanno portato sul grande schermo per la sceneggiatura di Francesco Amato, Massimo Gaudioso, Davide Lantieri e Alessio Vicenzotto, marito di Elisa, interpretato nel film da Edoardo Leo.
Nel cast Vittoria Puccini e Benedetta Porcaroli, nei panni di madre e figlia, che finalmente riusciranno a rincontrarsi, proprio grazie alla magia del cinema. Visto che il film di Francesco Amato sta registrando un grande successo sia di critica che di pubblico, partiamo da qui. Ci diamo del tu.
Francesco, com’è nata l’idea di 18 Regali?
“L’idea di questo film è nata in modo un po’ particolare. La prima volta che presi contatto con la notizia di Elisa fu attraverso un messaggio sul cellulare, che però cancellai immediatamente. Mi sembrava una storia molto dolorosa e mi aveva colpito così tanto che decisi di allontanarmene subito, perché il vissuto di questa donna mi spaventava. Nulla avrebbe fatto presupporre un mio impegno su questa vicenda, se non che, il giorno dopo, mi trovai di fronte al produttore cinematografico Andrea Occhipinti, nella sede della sua società, Lucky Red, che mi chiese di provare a sviluppare una trama basata su quello spunto narrativo. Si trattava proprio di lavorare su quella stessa storia che il giorno prima avevo in qualche modo cancellato. A posteriori, ciò mi fa pensare che ci fosse un nervo scoperto in relazione a questa vicenda e che fosse giusto provare a lavorarci su”.
Quest’opera cinematografica è un inno alla vita?
“Esattamente. Una cosa che mi ha colpito molto, quando ho cominciato a lavorare a questa storia, sono state le lettere che Elisa Girotto ha lasciato ai suoi famigliari ed una, in particolare, che ha dedicato alla figlia. Le ha scritte a pochi giorni, o meglio a poche ore, dalla sua morte e sono piene di speranza, di informazioni pratiche che dovevano servire ad Anna per affrontare la vita con uno strumento in meno, che tutti noi invece abbiamo, cioè la sua mamma. Grazie a ciò, ho capito subito la portata emotiva che avrebbe potuto avere questa storia. Nelle lettere, Elisa ci mostra un bisogno di organizzare il proprio futuro, perché lei ha intenzione di esistere nel futuro della sua bambina e di questo non si fa scrupoli per continuare ad esserci. Tutto ciò, nella sua semplicità, ci è sembrato evidente che fosse un grande messaggio di speranza e di amore”.
Chi o che cosa ti ha fatto innamorare di questa storia?
“Alessio Vicenzotto, il marito di Elisa, mi ha aperto le porte della sua casa e mi ha fatto entrare in questo rapporto di grande intimità che aveva con sua moglie. Se c’è veramente un responsabile è il mio amico e collaboratore Alessio, che ha lavorato alla sceneggiatura insieme a noi. Il motivo profondo per cui ho deciso di sviluppare questa storia sta nel mio vissuto. Questo film è un po’ particolare per tutti quelli che lo hanno fatto. Ha aiutato tutti ad affrontare i propri lutti, le proprie debolezze, le proprie perdite e ciò vale per me, per Vittoria Puccini e, soprattutto, per Alessio che ha avuto la perdita più grande”.
Che cosa hai promesso al marito di Elisa prima d’iniziare le riprese?
“Ad Alessio ho promesso che avremmo fatto un film che avrebbe portato al suo interno la testimonianza di Elisa con il suo messaggio di speranza e che valeva la pena di lottare per fare in modo che fosse diffuso. Per fare tutto ciò bisognava in qualche modo tradire la loro storia originaria, perché, se l’avessimo presa dritta per dritta e raccontata esattamente come è accaduta nella realtà, avremmo fatto l’ennesimo film sul lutto e sull’elaborazione di un lutto. Invece, abbiamo fatto qualcosa di diverso, una storia di avventura, una stratificazione di molti livelli linguistici. Prima di tutto, il nostro è un melodramma che racconta la grande storia d’amore tra una mamma ed una figlia, però è anche una grande storia di avventura, perché c’è un incontro in una dimensione temporale onirica e poi c’è anche la leggerezza della commedia. Fondamentalmente, sono un regista di commedie e, quindi, alla commedia non posso rinunciare, anzi mi è servita per stemperare un po’ le emotività che potevano rendere il film troppo pietistico. È una pellicola che va oltre la semplice storia d’amore. Questo avevo detto ad Alessio e, quando lui, un giorno, leggendo il soggetto per la prima volta, mi ha consentito di utilizzare i loro nomi, il suo, quello della moglie e della figlia, lì ho capito che stavamo sulla strada giusta e che avremmo potuto fare un grande film. Un’altra promessa che ho fatto è quella di fare un diciannovesimo regalo ad Anna, una bambina che oggi ha tre anni e che da grande potrà forse sfiorare in qualche modo l’immagine della sua mamma”.
Che rapporto si è creato con i personaggi veri di questa storia?
“Il rapporto che si è creato, in particolare con Alessio e con Luca, il fratello di Elisa e anche la sua mamma, è stato molto bello, perché noi, anche con un po’ di sana umiltà, li abbiamo sempre resi partecipi di tutte le fasi della lavorazione. Considera che loro avevano moltissime richieste da tutto il mondo per girare un film ispirato a questa storia, ma alla fine hanno scelto noi per un approccio molto umano, che si basava sulla voglia di condividere tutto, sull’urgenza e l’esigenza da parte nostra di capire molto bene ogni cosa, di farci accompagnare dalla verità dei personaggi reali e dalla verità della testimonianza di Elisa prima di tutto. Ho portato gli attori molto spesso a casa di Alessio e le lettere di cui parlavo sono state davvero uno strumento importantissimo per scrivere il copione. La frequentazione è stata importante. Anche Alessio è stato tantissimo tempo sul set e siamo diventati veramente amici. Presto ci rivedremo tutti a Treviso, nel paese di Elisa, per rivedere il film al cinema con tutta la famiglia”.
Quale valore aggiunto hanno dato le attrici Vittoria Puccini e Benedetta Porcaroli a questa storia?
“Loro sono due grandi attrici e ti posso dire che c’è una terza grandissima attrice nel film, si chiama Susanna Amato, mia figlia che è qui vicino a me (sorride) e che interpretava il ruolo di Anna da bambina e siamo molto orgogliosi. Non avrò mai la controprova, però sono certo che Vittoria (Puccini, ndr) e Benedetta (Porcaroli, ndr) fossero la coppia giusta. Proprio una coppia, perché al di là del valore assoluto dei singoli attori, quello che loro hanno saputo regalarci in più è stata una grande complicità, cioè la capacità di creare un’alchimia incredibile, tale da sembrare davvero mamma e figlia. Un’alchimia che nasce dalla dedizione al progetto. Ho trovato la dedizione e la concentrazione di Vittoria Puccini molto preziosa e una rarità, un livello di concentrazione che avevo riscontrato solo in Toni Servillo, che è un grandissimo maestro del teatro, della regia e della recitazione. Vittoria ci ha regalato la sua emotività che si manifesta con grande potenza nei suoi occhi, mentre Benedetta ci ha regalato la sua giovinezza e la grande freschezza di una ventenne”.
È un film che racchiude molti momenti toccanti ed emozionanti. Qual è stata la scena più difficile da girare?
“Dal punto di vista tecnico, la scena più difficile da girare è stata nell’occasione in cui nel film doveva piovere. Naturalmente dovevamo ricreare la pioggia, ma gli ambienti erano molto ampi e tecnicamente non era affatto semplice, peraltro si trattava anche di simulare un incidente ed è stato molto complicato. Sul lato propriamente emotivo, la scena più difficile è stata quella in cui Vittoria (Puccini, ndr) doveva dichiarare a suo marito di essere malata, di avere un tumore. Una scena che abbiamo rifatto più volte e il coinvolgimento emotivo dell’attrice ha reso, non soltanto la scena, ma anche il momento stesso molto drammatico, perché lei entrava del tutto nel personaggio e si vedeva che soffriva veramente e, di riflesso, io”.
Un film che affronta tante tematiche importanti in cui ognuno può rivedersi. Cosa lascia questo film agli spettatori?
“Sicuramente, ad ogni spettatore lascerà qualcosa di diverso, come a coloro che hanno fatto questo film. Ognuno ha affrontato le sue piccole fragilità. Più di altri, questo è un film, tra virgolette, terapeutico, perché permette di misurarsi con le proprie perdite. In particolare, credo che permetta di vedere la vita con un atteggiamento propositivo, risoluto, di speranza, che comunemente nel quotidiano facciamo difficoltà a mettere in pratica. La pellicola ci mostra, invece, che questa è una prospettiva possibile”.
A chi dedichi questo film?
“Il film è ispirato alla figura di Elisa Girotto e tutti noi insieme lo abbiamo dedicato a lei. Poi, nella propria esperienza ed intimità personale, ognuno ha le proprie dediche da fare ed io lo dedico alla mia famiglia ed alle mie figlie, perché il 2019 è stato un anno in cui mia moglie ha visto poco suo marito e le mie figlie hanno visto poco il padre, ma proprio poco poco. Venivo da una lunga serie televisiva, sono stato via tantissimo e se mi sono potuto permettere di fare Imma Tataranni, un documentario per la televisione e poi questo film, tutto in un anno, è perché ho delle brave bambine in casa. Quindi, il mio pensiero va sempre alla mia famiglia, è il motivo per cui lavoro”.
Curiosità, perché gli Oasis come colonna sonora?
“Don’t Look Back in Anger era il brano di quando noi eravamo ragazzi, il più famoso degli anni Novanta. Anch’io, che non amavo troppo gli Oasis, sentivo quel brano come la colonna sonora di un’epoca. E ho pensato che Elisa ed Alessio si potessero essere innamorati ascoltando quella canzone. Il film è ambientato nel 2001, ma raccontiamo vicende degli anni Novanta, perciò quello sembrava un brano molto riconoscibile e raccontava esattamente quel tempo, oltre ad essere un gran pezzo”.
Qual è il tuo rapporto con Bra e che cosa ti manca della tua terra?
“Vivo a Roma ed a Bra torno meno di quanto vorrei. Tante cose che avevo nel mio paese quando ero adolescente, adesso me le vado a cercare fuori. Sono stato anche tanti mesi in Sud Italia, ma non è che la realtà in cui ho vissuto, Matera, fosse tanto differente da quella di Bra. Anche Bra è un luogo dove ci sono molti meridionali ed il Sud l’ho proprio conosciuto a Bra quando ci vivevo da ragazzino e me lo sono ritrovato adesso. Perciò, cerco di trovare Bra un po’ nei posti in cui vivo e che visito. Certo, mi mancano la mia mamma, il mio papà, mio fratello, gli amici ed i compagni del Liceo, per prima cosa. Il resto cerco di procurarmelo altrove, del resto con Eataly le specialità tipiche del mio paese le trovo anche a Roma”.
Come ti trovi nell’era dei social?
“Mi trovo male. Non frequento e non conosco i social, perciò non posso commentarli. Ho anche la fortuna di non doverli utilizzare per lavoro. Per me sono il modo migliore per buttare via il proprio tempo”.
Che cosa significa per te fare il regista?
“Non mi sono mai chiesto che cosa significhi fare il regista, perché per me è stato tutto molto naturale, non ho mai pensato di fare un’altra cosa. Ci sono registi molto visivi, invece io sono un narrativo, prima di tutto. Per me, prima viene la storia e il resto deve accompagnare il racconto. La recitazione, la fotografia e tutti quegli estetismi che si può decidere di utilizzare vanno in secondo piano e, comunque, devono essere al servizio del racconto. Fondamentalmente, per me fare il regista è essere un narratore, raccontare storie è la grande passione della mia vita. Che cosa non mi piace di questo lavoro? Stare sul set quando fa freddo, odio il freddo e purtroppo ne prendo tanto. Per il resto, mi piace tutto, soprattutto mi piace lavorare con gli attori. Anche loro mi amano, perché li porto ad un livello recitativo molto alto e questo dà loro molte soddisfazioni. Agli attori piace essere diretti da me, perché do loro molta cura, molta attenzione, lavoriamo sempre nel dettaglio, non mi fermo davanti a niente, non mi interessano orari e produttori. A me interessano la storia e gli attori e questo mi viene riconosciuto dagli attori prima di tutto”.
Sei anche l’autore di fiction di successo, come Imma Tataranni e Nero a metà. Meglio il cinema o la tv, per un regista?
“Oggi c’è poca differenza tra la fiction ed il cinema, visto che sostanzialmente i tempi della lavorazione sono gli stessi. Ed a me, quest’anno, è stato riconosciuto di aver portato il cinema in televisione con Imma Tataranni. Certo, la lavorazione della televisione è più lunga ed in tv non si butta via niente, perciò una location che non va bene per una scena si usa per un’altra e se un attore non va bene per un ruolo, andrà bene per un altro. Al cinema non è così, devi essere molto più selettivo, anche nella scelta del linguaggio da utilizzare e da questo punto di vista la televisione ti lascia maggiore libertà e permette di divertirti di più. Inoltre, in televisione non c’è l’ossessione della perfezione, che invece devi avere nel cinema”.
Quali sono i tuoi modelli cinematografici?
“Sono molto vari. Ho sempre praticato con piacere la commedia ed i grandi maestri della commedia sono naturalmente Woody Allen, Mel Brooks, Billy Wilder, i fratelli Coen, insomma tutto quel cinema della tradizione ebraica americana e newyorkese che ha reso grande la commedia d’Oltreoceano. Ho fatto un melodramma che è ispirato anche al cinema di Almodovar. Dove c’è la recitazione e l’interpretazione di una storia e non soltanto il mero realismo, mi trovo bene e sento un’atmosfera famigliare”.
Con quali film, invece, sei cresciuto?
“Ho visto tanto cinema, proprio tanto. Il primo film che ho visto nella mia vita è stato E.T. e forse è il film più bello che abbia mai visto. L’ho rivisto ultimamente con mia figlia e mi ha ulteriormente commosso. Poi ci sono Indiana Jones, tutti i film di Spielberg, quelli di avventura che si guardano da ragazzini ed il cinema di Bud Spencer e Terence Hill, i film con Paolo Villaggio, Renato Pozzetto, qualche film di Monicelli, tutta la commedia degli anni Ottanta. È il cinema che abbiamo amato tutti quanti”.
Come si mantiene viva la scintilla della passione nel tuo lavoro?
“È sempre viva! Il problema è l’opposto: devo frenarmi, perché di storie da raccontare ne avrei a decine. Poi, se un giovane mi chiede come si fa a diventare un regista, gli rispondo che bisogna leggere tanti libri, informarsi quotidianamente e avere la passione per la narrazione. Bisogna essere dei lettori, prima che dei registi cinematografici e questo accende scintille, anche in me”.
A quale altro progetto stai lavorando?
“In cantiere c’è la seconda stagione di Imma Tataranni e le riprese inizieranno in estate”.
Quali sono i tuoi sogni?
“Ho tutto quello che cercavo, una bella famiglia, dei bei film fatti e tanti film da fare, perciò non vado oltre questo”.
Chiudiamo con un ricordo particolare del set.
“In 18 Regali, ho diretto sul set mia figlia Susanna per la prima volta e per me è stato un momento molto intenso. Abbiamo girato una scena sul tetto in cui c’era lei ed il mio amico Edoardo Leo, che nel film interpretava il suo papà. Quel momento di dialogo è stato molto emozionante, perché Susanna rispondeva molto bene ai miei stimoli e sollecitazioni. Questo film, oltre alle tante soddisfazioni positive che ci ha dato e ci darà, ha unito anche me e mia figlia su un unico progetto ed è stata una cosa molto bella”.
Qui a Bra gli spettatori hanno avuto un motivo in più per andare al cinema: il piacere di vedere proprio la piccola Susanna Amato muovere con disinvoltura i primi passi nel mondo del cinema, con la certezza che la talentuosa, giovanissima attrice - seguita con affetto da tutti i braidesi - ne compirà molti altri. Siamo solo all’inizio, brava Susanna!