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Ad occhi aperti | 29 febbraio 2020, 12:43

Buona apocalisse a tutti! - Life

n “Life”, a ben guardare, non ci sono antagonisti. I caratteri non vogliono altro che sopravvivere e riprodursi, oscillare continuamente tra i due poli che rappresentano i pilastri di ogni esistenza. Il film è “vita” nel suo senso più puro: la lotta per la sopravvivenza

La creatura aliena del film, Calvin

La creatura aliena del film, Calvin

“Life” è un film di produzione statunitense del 2017, scritto da Rhett Reese e Paul Wernick e diretto da Daniel Espinosa.
Protagonisti della vicenda i membri, di diverse nazioni, della Stazione Spaziale Internazionale, che riescono a recuperare con successo una sonda alla deriva dopo aver lasciato Marte: al suo interno troveranno “Calvin”, un'unica cellula dormiente che gli scienziati del team riescono a rianimare. Da questo momento la SSI diventerà un vero e proprio labirintico campo di battaglia tra i membri della squadra e la creatura aliena (progressivamente più forte e sviluppata), con un unico obiettivo... la sopravvivenza.

È inevitabile, e mi scuserete perché lo faccio anche costantemente anche io, ma in periodi di grossa crisi planetaria (a livello economico, sociale, ambientale e, ovviamente, visto che sta capitando in questi giorni, sanitario) chiunque abbia dimestichezza o interesse in quello che la letteratura mondiale definisce come “fiction” non può che pensare a una cosa soltanto: quanto materiale possibile, per chi sarà capace di trattarlo nell'immediato futuro.

Come se ideare storie volesse dire immergersi nei momenti più cupi, tristi e difficili della “famiglia umana” per andare a cercare i rottami ancora utilizzabili... e in effetti spesso è davvero così.

Le eventualità come quella della diffusione di una nuova versione (e quindi, inevitabilmente, più letale del normale anche solo in apparenza) di una qualunque malattia, non possono che far pensare all'horror e alla fantascienza. E la produzione letteraria, cinematografica e televisiva degli ultimi cento anni è lì a far da riprova.

Ma tra tutte le possibili storie che avrei potuto collegare alla “peste 2020”, definizione che si meriterebbero quasi tutte le inclinazioni antisociali che riempiono la nostra quotidianità ma che chissà perché è stata affibbiata a una “super-influenza”, quella del film “Life” è probabilmente una delle più interessanti.

Non parliamo di una pietra miliare del genere fanta-horror, per una gran quantità di motivi che non vanno a inficiare il fatto che in scena ci siano tra i migliori attori della hollywood contemporanea. Ma la compattezza della trama, il chiudersi in se stessa e negli stilemi del genere, l'essere esplicitamente una storia “di fantascienza” come centinaia di altre, le regala una lucidità e una semplicità che in un momento in cui anche a Peveragno (CN) il supermarket locale si ritrova con gli scaffali completamente vuoti alle undici del mattino forse sarebbe bene ritrovare.

In “Life”, a ben guardare, non ci sono antagonisti. O meglio i due caratteri principali (il team della SSI e la creatura aliena) sono opposti e antagonisti l'uno all'altro, e lo spettatore, presumibilmente umano, è naturalmente portato a tifare per uno di essi; ma in realtà entrambi non vogliono altro che sopravvivere e riprodursi, oscillare continuamente tra i due poli che rappresentano i pilastri di ogni esistenza. Il film è “vita” nel suo senso più puro: la lotta per la sopravvivenza.

Ed è questo che è, in buona sostanza, tutta la situazione legata al Covid-19: lo scontro tra due specie, quella umana e quella del nuovo Coronavirus. Con la differenza che una è quella di cui facciamo parte tutti noi, e che è costantemente convinta (in modo erroneo) che niente possa trascinarla giù dalla catena alimentare. Ma che ora ha il terrore anche solo di respirare, vicino a un altro membro.

Insomma, anche per questo bisognerebbe abbandonare ogni isteria. Non la paura, non le precauzioni, non le buone pratiche igienico-sanitarie, ma l'isteria: se è una gara (e la vita, come abbiamo detto, lo è sempre) dobbiamo giocarcela con intelligenza, avere fiducia in chi gestisce il gioco e lasciare che il tempo faccia il suo corso.

simone giraudi

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