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Overcooking | 22 marzo 2020, 09:47

Pandemia: L’assalto ai forni

Racconto ai tempi del coronavirus che rilegge la storia a partire dai Promessi Sposi....

Pandemia: L’assalto ai forni

 “Giudizio, figliuoli! Badate bene! Siete ancora a tempo. Via, andate, tornate a casa. Pane, ne avrete; ma non è questa la maniera. Eh! … eh! Che fate laggiù! Eh! A quella porta! Oibò […] Voi altri milanesi, che, per bontà, siete nominati in tutto il mondo!”

(A.Manzoni, “I Promessi Sposi”, L’assalto ai forni)

 

 

E fu così che nell’anno del signore 2020, con lo spettro della recessione che si aggira per l’Europa, un distacco fra governati e governanti degno di Versailles e acuito dal populismo dilagante, l’Australia in fiamme e un ecocidio globale in corso, con episodi di cannibalismo fra orsi polari in un’Antartide simile alla Auschwitz abbandonata dai nazisti il nostro cuore, come una tartaruga marina soffocata dalla plastica, si trovò alle prese con una pandemia dal regale e fuorviante nome di “Corona virus”.

Entrare nel centro commerciale dopo aver lucidato con spray alcolico (incatenato perché certe abitudini sono dure a morire anche quando si muore) il manubrio del carrello e dopo aver sistemato sul muso la mascherina non regolamentare scippata alla sorella estetista (perché quelle ufficiali, al pari dell’Amuchina, sono ormai battute in carati da Sotheby’s) penetrare nell’ipermercato che coi negozi chiusi e le luci basse sembra il remake di “Zombi” di Romero solo che in questo caso gli zombi siamo noi che assaltiamo gli scaffali affetti da panico incontrollato e fame preventiva: l’antropofaga metafora del consumismo mutata in epidemico timore d’estinzione.

“Ciao. Sei andato poi? Mascherina e guanti?”

“Sono qui”, rispondere calcando gli auricolari e realizzando solo in quell’istante che il clima surreale è acuito dall’assenza della solita musica filodiffusa.

“L’elenco delle vittime cresce.”

“Si, morbosamente amplificato dai social. Ormai il confine tra realtà e finzione è saltato. Anche la morte è un fake.”

“Hai paura?”

“Non paura. Angoscia. La paura richiede oggetti fisicamente determinati. Qui si parla di microrganismi. Quasi sento le loro invisibili zampette sul corpo, sembra “La Guerra dei Mondi” di Wells.”

“Si. Soltanto che gli alieni in questo caso siamo noi.”

“E ti sembra così assurdo? Chi ci ha mai garantito di essere l’ultimo anello della catena alimentare o la specie eletta? Solo perché ci siamo inventati un Dio per procurarci la scusa del libero arbitrio? Cos’è in fondo il libero arbitrio?”

“Un alibi?”

“La possibilità di scegliere il male.”

“Anche gli animali compiono il male.”

“No, gli animali sono crudeli, quindi innocenti.”

Carrelli assicurati da ganci elastici sfilano pilotati da mariti isterici timorosi di saltare alcune voci della lista che la propria moglie ha compilato la sera precedente fissando i notiziari come un cervo i fari dell’auto che sta per investirlo, gli scaffali mezzi vuoti come nei regimi comunisti prima della caduta del muro mostrano l’anima d’alluminio mentre generi alimentari normalmente esosi godono di scontistiche ai limiti della sconcezza, i commessi alle casse masticano dalle mascherine la giaculatoria del metro di distanza agli acquirenti confusi tra il desiderio di contatto sociale e il terrore del “contratto” (patologico) sociale.

“Hai presente quel mio amico vegano?”

“Quello gay?”

“Essere vegani non significa necessariamente essere gay. Razzista.”

“Non sono razzista. È che a volte uso i luoghi comuni. Funzionano.”

“Insomma questo mio amico è originario del Sud e la madre gli ha detto di fare scorta di farina, come in guerra, così lui ne ha comprata a quintali e quando è tornato a casa mi ha chiamato e ha detto: “e ora che ci faccio? Io non la so usare.”

“Splendida metafora della nostra decadenza antropologica.”

“Ma, a proposito di beni di prima necessità, il vino?”

“Il giorno in cui l’ufficio ha chiuso sono andato in una piccola cantina sociale, un po’ per vergogna un po’ per evitare la vera pandemia commerciale, perché volevo approvvigionarmi in caso di quarantena. Anche mia madre mi ha sempre assicurato che passata la quarantena è tutto più difficile e lei ha settant’anni quindi …”

“E … il vino?”

“Il tipo, che da bravo italiano vendeva flaconi d’una scialba imitazione d’Amuchina a un prezzo irriferibile, mi ha introdotto al felpato mondo dell’alcol in brik. “Se prendi dieci bottiglie in vetro spendi un patrimonio”, mi ha detto così sono rientrato nei miei appartamenti con cinque litri di Sagrantino e tre di Passerina in flebo argentate munite di rubinetto.”

“Come gli alcolizzati”.

“Io non sono un alcolizzato ma un alcolista. C’è una bella differenza.”

“Si. Il primo finisce col delirium tremens, tu ti fermi al delirium.”

Arrivare alla cassa con una spesa decisamente ridotta rispetto agli altri fobici da tornado o bunker atomico quindi osservare la pelata del cassiere che riluce come le scaglie argentate d’un pesce.

“Come va?” chiedere lasciando rotolare gli alimenti sul rullo da bowling più costoso di sempre.

“Bene ma non benissimo. Gli italiani sono un popolo strano …”

“Un popolo di vin santo, poeti, evasori …”

“La vede quella ragazza che sta uscendo con una scatola di cibo per gatti in mano?”

“Quella che sembra reduce da un tamponamento a catena avvenuto solo nella sua testa?”

“Ah ah. Si. Bé, è la terza volta che viene oggi. La prima per un pacco di pasta, la seconda per una confezione di caffè.”

“Dovrebbero impedire alle persone di uscire per più di un’autocertificazione alla volta. Anche se questa pandemia sta diventando un’esecuzione di massa per gli autonomi e uno strumento poco dignitoso per censire il nero. Ma io dico, un onesto spacciatore come fa ora a raggiungere i suoi clienti? Lì non si tratta di necessità ma di urgenza.”

“A me fanno paura i giornalisti che non hanno paura di niente. E gli abusi di potere delle forze dell’ordine.”

“Il vero contagio è mediatico, siamo tutti colonizzati da copie di notizie la cui fonte è infetta. I video sulla pandemia stanno avendo una diffusione “virale”. In realtà Google è la vera pandemia.”

Uscire dal centro commerciale col sapore di calzino usato della mascherina alle narici e fissare la superstrada depilata d’auto come la muta d’un serpente in sciopero.

“Ci sei ancora?”

“Si, scusa, parlavo col cassiere”.

“Ti hanno mai fermato finora?”

“Per ben tre volte in due giorni: Carabinieri, Polizia e Municipale, praticamente tutto l’arco costituzionale. Il carabiniere (senza mascherina) mi ha invitato con un pesante accento calabrese a non frequentare posti affollati ma quando gli ho riferito di avere pagamenti in scadenza si è limitato ad esalare un salomonico (ed enfisemico): “al suo posto non andrei ma vada a suo rischio e pericolo.” L’autocertificazione non l’ha neanche guardata. La Municipale l’ha controllata invece e mi ha chiesto pure dove vivevo, calzando mascherine fai da te. La pantera della Polizia che mi ha fermato poco fa si è presa il documento, mi ha fatto controfirmare l’autocertificazione, ha segnato orario e motivo della sortita indossando mascherine chirurgiche all’ultimo grido. Non so se le differenze siano diacroniche o sincroniche.”

“Sarebbe?”

“Differenze di corpo o evoluzione nella profilassi del virus.”

“I tuoi stanno bene?”

“Si ma si ostinano tutti i giorni a fare spesa nel negozio di quartiere.”

“Il paziente zero dev’essere stato per forza un frequentatore di cantieri con problemi alla prostata.”

“Chiunque sia stato la colonna dei mezzi dell’esercito che trasportano bare fuori Bergamo mi ha messo i brividi.”

“L’unico caso in cui l’esercito è stato attivato e non fermato da un cinese (cit.).”

“Ma tu con la corsa come ti sei organizzato?”

“Ecco questa storia del “dagli all’untore” contro i runner è la cartina a tornasole della mentalità italiana; migliaia di delatori che stazionano sui balconi (dai barconi ai balconi il salto di fagiano dell’opinione pubblica è stato breve) pronti a insultare e/o fotografare i podisti rei di prolungare la quarantena diffondendo il contagio perché: a) se si fanno male gli ospedali sono già pieni; b) danno il cattivo esempio; c) se asintomatici spanderebbero ovunque il virus. Allora per prima cosa l’elenco dei corridori che si è fatto male facendo jogging è decisamente inferiore rispetto alla lista degli incidenti domestici, seconda cosa pensare che gli italiani scendano in strada per imitazione significherebbe trattarli come cani di Pavlov e in ultima analisi chiunque e non solo chi fa sport può infettare se asintomatico. A mio parere la maggioranza (in questo caso per niente silenziosa) sta usando la scusa del patriottismo per vendette sopite o decennali frustrazioni. Correre fa bene, anche al sistema immunitario, basta non farlo in luoghi affollati e in prossimità della propria abitazione. Meglio fare jogging che usare l’incontinenza del proprio cane per attaccare bottone col vicino o inaugurare ucroniche camporelle.”

“Intanto aumentano divorzi e violenze domestiche.”

“Rimanere chiusi in casa tutto il giorno finché morte non ci separi fa venir voglia d’anticipare la scadenza.”

“Si rischia d’impazzire in effetti.”

“A proposito di follia posso raccontarti due cose mentre rincaso e sistemo la spesa? Nel mio quartiere c’è un uomo che ha perso il senno da quando gli è morto il cane che adorava e ogni giorno quest’individuo dall’aspetto più che dignitoso esce col guinzaglio per portare a far pipì il suo cucciolo invisibile. Secondo te quei geni della polizia locale cosa gli hanno fatto quando l’hanno beccato col guinzaglio in mano e senza segugio?”

“Denunciato?”

“Esatto. Non c’è più rispetto per la sana e vecchia follia.”

“L’altro episodio?”

“Dove sono nato io c’è uno svitato che si veste da indiano tutto l’anno tranne che a Carnevale. Così una volta gliel’ho chiesto perché proprio il giorno in cui potrebbe andare in giro mascherato non lo fa e sai cosa mi ha risposto?”

“Spara.”

“Che a Carnevale è pieno di cowboy”.

“Folle ma non stupido.”

“Già. Denunciato anche lui. Con le piume e tutto il resto. L’hanno beccato mentre faceva l’appostamento a una diligenza. La follia individuale è quasi romantica rispetto al panico generale.”

“Allora bella fratè. Stai attento alla pandemenza.”

Mettere a bollire l’acqua e optare per una pasta al salmone recuperandone dal fondo fossile del frigo una scatoletta risalente al 2018 (e con scadenza 2022) riflettendo che per chi si isola dal mondo a scopo esistenziale non è poi cambiato molto, almeno a livello enogastronomico, quindi chiudere le finestre all’ennesimo flash mob (o mobbing visto il prossimo tracollo lavorativo) lavandosene le mani come Ponzio Pilato. Ma seguendo le istruzioni di Barbara d’Urso.

Germano Innocenti

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