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Agricoltura | 27 marzo 2020, 07:30

Lo sconforto di Daniel Marro, agricoltore di Fossano: “Per il coronavirus hanno chiuso tutti i mercati dove vendevo i prodotti”

Con la famiglia coltiva il terreno a frutta e soprattutto verdura. Ha il posto fisso in cinque piazze della provincia. Ora è tutto bloccato. Dice Daniel: “Capisco il lavoro difficile del presidente Cirio e il periodo di emergenza sanitaria estrema, ma delegare ai sindaci la decisione sui mercati ci ha penalizzato”.

Una serra dell'azienda con alcune colture

Una serra dell'azienda con alcune colture

Attraverso l’ordinanza entrata in vigore il 22 marzo, con le ultime misure di contenimento del coronavirus,  il presidente della Regione, Alberto Cirio, ha deciso di chiudere tutti i mercati lasciando la possibilità di tenerli aperti alla vendita degli alimentari solo dove i “sindaci siano in grado di garantire la limitazione degli accessi e il non assembramento, grazie anche all’utilizzo delle transenne e sempre con il presidio costante della Polizia Municipale” .

Un provvedimento che sta creando dei seri problemi a numerose aziende agricole produttrici di frutta e verdura le quali hanno nel mercato l’unico canale di smercio delle loro colture. Tra queste c’è la Enerveg ortaggi con la sede nel Comune di Fossano. Ne è responsabile Daniel Marro, 36 anni. Con la famiglia coltiva, in piena stagione, 35 prodotti diversi: in gran parte ortaggi. Vende le colture esclusivamente in cinque mercati della provincia.

Qual è il suo stato d’animo? Dice Daniel: “Faccio i complimenti al presidente Cirio per il lavoro che sta svolgendo in questo momento molto difficile per tutti. E capisco anche che siamo in un periodo di emergenza sanitaria estrema. Però, voglio evidenziare un problema: la nostra azienda e molte altre del settore, che hanno nei mercati la loro unica fonte di vendita, sono molto preoccupate. Ci alziamo tutto l’anno alle cinque del mattino per garantire la fornitura dei nostri prodotti, poi il pomeriggio dobbiamo seguire le coltivazioni e la raccolta impegnando l’intera giornata per offrire sempre ai clienti il massimo della freschezza e della qualità delle merci sul banco”.

Per cui? “Delegare ai sindaci la decisione di tenere aperti o chiusi i mercati ci ha penalizzato. I primi cittadini, infatti, per non avere problemi, comunque li chiudono. Così è stato fatto in molti Comuni. Anche perché, spesso, non viene considerato il servizio che assicuriamo tutto l’anno. Ci prendiamo il freddo e la neve d’inverno, i temporali di aria ci fanno volare via gli ombrelloni: ma ci siamo sempre. Di questo, però, pare importargliene poco a nessuno”.

Oltretutto chiudendo i mercati i consumatori dovranno comprare la frutta e la verdura da altre parti? “Certamente, dove potranno crearsi più assembramenti e code. Al mercato, invece, l’esperienza maturata in 20 anni di questo lavoro, mi fa dire che ci sono spazi ben maggiori rispetto ai locali chiusi e le persone, pur controllate dagli operatori della Polizia Municipale e magari della Protezione Civile, possono mantenere senza problemi la distanza richiesta di almeno un metro una dall’altra. A rimetterci siamo sempre noi produttori-ambulanti”.

Avete alternative alla vendita? “Le associazioni di categoria ci hanno consigliato di fare le consegne a domicilio. Ma bisogna riorganizzare l’azienda. E in così poco tempo è complicato. E’ pur vero che in questa situazione tutti dobbiamo fare qualcosa per gli altri, ma una piccola realtà produttiva come la nostra non si può permettere di avere troppe spese e poche vendite”.

Come vede il futuro della sua azienda? “Se non possiamo velocemente tornare sui mercati lo vedo molto in salita. Anzi, impossibile da sostenere a livello economico. Anche perché se devi smerciare i prodotti ai grossisti non recuperi i costi sostenuti: ti pagano la frutta e la verdura quanto vogliono loro. Cioè, ben poco. Altrimenti devi buttare tutto”.

Cosa vorrebbe chiedere al presidente Cirio e ai sindaci dei Comuni dove i mercati sono stati sospesi? “Che si mettano la mano sulla coscienza e capiscano che dietro alle nostre aziende ci sono delle famiglie le quali, attraverso l’attività svolta, devono potersi sostenere economicamente. Se di colpo gli togli questa possibilità, e non sai nemmeno dire loro quando potranno tornare al lavoro, le costringi a chiudere”.                               

Sergio Peirone

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