/ Ad occhi aperti

Ad occhi aperti | 28 marzo 2020, 14:30

Essere eroi, la versione migliore di se stessi - Unbreakable

In un periodo come quello che stiamo vivendo, l’insegnamento cardine di “Unbreakable” e, in generale, di tutta la narrativa supereroistica moderna per come è arrivata anche fino a noi in Italia sia preziosissima

Una scena da Unbreakable - Il predestinato

Una scena da Unbreakable - Il predestinato

“Unbreakable” (“Il Predestinato”) è un film di produzione americana del 2000, scritto, diretto e prodotto da M. Night Shyamalan: è il primo capitolo di una trilogia fantascientifica ideata dall’autore, che è proseguita nel 2016 con “Split” e nel 2019 con “Glass”.

Protagonista della pellicola – e di “Glass”, in “Split” è solamente una comparsa in una scena dopo i titoli di coda – è David Dunn, un uomo comune unico sopravvissuto di un terribile disastro ferroviario. Scoprirà, grazie all’aiuto del misterioso Elijah Price, di possedere una forma quasi totale di invulnerabilità e di poter scoprire i “peccati” delle altre persone semplicemente toccandole e deciderà di mettere questi talenti al servizio della comunità.

Ma che cos’è davvero David? Un nuovo tipo di essere umano? Un eroe? O una minaccia?

Chiunque sia andato al cinema almeno un paio di volte negli ultimi dieci anni lo sa bene: i film tratti da fumetti supereroistici vanno davvero forte, di questi tempi. Merito (o colpa, per alcuni) del successo del Marvel Cinematic Universe, ovvero della lunga sfilza di film incentrati suoi personaggi dei fumetti della Marvel Comics collegati tra di loro a offrire un’unica narrazione capace di coprire il lasso di tempo tra il 2008 e il 2019.

Ben otto anni prima dell’uscita del tanto osannato (e certamente ben costruito) “Iron Man”, però, c’era chi sui supereroi cercava già di realizzare un ragionamento più adulto e meno “stupefacente”. E quella persona è M. Night Shyamalan, autore ben conosciuto ma dalle alterne fortune (capace di produrre pellicole iconiche come “Il Sesto Senso” e unanimi ciofeche come “After Earth”), che all’inizio del nuovo millennio sforna “Unbreakable”.

La pellicola, c’è da dire, passa per lungo tempo in sordina. Ma riesce comunque a raccogliere uno zoccolo duro di fan sempre più solido, che rimane affascinato dagli intrecci (narrativi, veri, non semplicemente fermi al livello della citazione) che il film riesce a creare con l’universo supereroistico in senso lato e sulle riflessioni rispetto a cosa significhi possedere capacità sovrumane in un mondo che risponda alle logiche causa-effetto come quello reale.

Ma soprattutto, ad affascinare gli spettatori (o almeno lo spettatore che sta scrivendo in questo momento) è l’idea che sepolto dentro ciascuno di noi ci sia qualcosa di speciale, di tutt’altro che mediocre. Di “super”. Le nostre esistenze potranno essere di successo o miserabili, piene di tristezza e dolore oppure di gioia e soddisfazione, ma c’è sempre qualcosa in più che possiamo dare, un qualche modo particolare, specifico per ciascuno di noi, con il quale possiamo rendere il mondo un posto migliore. O, almeno, trovare un senso a noi stessi.

È esattamente questo che fa l’antagonista principale della vicenda - “L’uomo di vetro”, contraltare perfetto di David come “uomo indistruttibile” - : si convince di dover scoprire il meglio, il massimo possibile, nell’essere umano e si adopera per tirarlo fuori come senso fondante della propria vita spezzata.

In queste settimane di quarantena la parola “eroe” è spuntata fuori a più riprese, e mai senza un vero e proprio senso (per fortuna). E credo che in un periodo come quello che stiamo vivendo, l’insegnamento cardine di “Unbreakable” e, in generale, di tutta la narrativa supereroistica moderna per come è arrivata anche fino a noi in Italia sia preziosissima: un eroe non è altro che qualcuno che dimostra a qualcun altro quanto valga la pena, sempre, cercare di dare il massimo per essere la versione migliore di se stesso.

Di questi personaggi, senza mantello e senza cappuccio, senza armi fantascientifiche o poteri mistici, di qualunque tipo siano e in qualunque campo si muovano, ne abbiamo davvero bisogno. E continueremo a necessitarne anche dopo, quando la “quarantena del 2020” sarà un capitolo nei libri di scuola dei nostri figli e nipoti.

simone giraudi

MoreVideo: le immagini della giornata

Загрузка...

Ti potrebbero interessare anche:

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium