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Al Direttore | 31 marzo 2020, 12:13

"Dopo il virus, città e contado stabiliscano un nuovo patto per recuperare assieme le forze"

Riceviamo e pubblichiamo

L'inverno di Elva in questo 2020

L'inverno di Elva in questo 2020

Gentile Direttore,

l’impatto del virus su un fragile Occidente mi richiama alla memoria due immagini: un paese alpino ora abbandonato e le periferie di una qualsiasi grande città occidentale. Medioevo e post moderno a confronto, due mondi che ho avuto la fortuna di vivere e da cui prendo spunto per riflettere sul rapporto tra città e contado, di cui il monte è parte.


Le nostre città sono figlie dalla prima industrializzazione di fine ‘700, l’inurbamento della “massa”, da allora serve per produrre e consumare. Nel dopoguerra la corsa al “benessere” per la Pianura Padana ha voluto dire la desertificazione delle valli alpine. Le aree urbane nel secolo scorso sono cresciute in modo esponenziale, ma con la globalizzazione in Europa sta rimanendo la “massa” che consuma e spende, quella che produce e guadagna è sempre più altrove ed è del tutto evidente che in un futuro prossimo, se non già ora, emergeranno rischi significativi.


Non è un caso che si parli di “inurbamento” partendo dal latino “urbs”, inteso come insieme di edifici e infrastrutture e non da “civitas”, che ha significato politico, organizzativo e geografico e riconduce al concetto di cittadinanza. Differenza sostanziale che caratterizza una deriva storicamente recente legata all’affermarsi dei valori della civiltà occidentale, tutto questo non ha una solidità che possa far sperare in un avvenire sereno.


Di una fragilità evidente ci siamo improvvisamente accorti l’11 settembre 2001, fragilità che ha poi innescato la prima crisi strutturale nel 2008 ed ora l’Occidente è interrogato su tutti i piani da un virus inatteso, mentre il cambiamento climatico è immanente su tutto e tutti.


Il risultato più evidente è che la povertà, che negli anni ’50 era sui monti, si è spostata nelle periferie urbane, ma senza le speranze che accompagnavano l’esodo da quassù. Non ci sono più vie di fuga e le masse delle periferie urbane sono in un “cul de sac”, ma questa non è povertà, è miseria, che sulle Alpi storicamente non c’è mai stata.


Il “benessere” promesso nel dopoguerra dalla modernità non ha coinciso con la felicità personale, questa è una questione molto più complicata, tracce di felicità sono rimaste in quota e sempre più dal “Piè” si guarda al “Monte” come a un luogo di sfogo, ovvio perciò che l’attenzione si sia spostata sull’ambiente e non sull’uomo che lo vive. Ora che il “benessere” delle città è messo in discussione, riflettendo da montanaro su quanto sta succedendo, per me è evidente che l’anello debole è la “massa” in città.


Perché allora non porre le basi per un nuovo patto per recuperare assieme, Città a Contado, quella dimensione di “civitas” che una modernità effimera ha negato al monte e sta ridiscutendo in città. E’ solo unendo le forze tra due mondi che si sono allontanati negli ultimi decenni che possiamo pensare a un avvenire possibile, l’interesse è reciproco.


Quanto sta succedendo interroga tutti, perché non cominciare allora proprio dal Pie-Monte a cercare delle risposte?


Grazie,

Mariano Allocco 

Al Direttore

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