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| 10 aprile 2020, 15:02

"Stavo rannicchiato, mi facevo piccolo, sperando che il virus non mi vedesse più e se ne andasse"

La testimonianza di un nostro lettore ricoverato al Carle, nel reparto Covid 19. Nella sua disperazione e angoscia, il grazie al personale dell'ospedale, professionale, umano e paziente

"Stavo rannicchiato, mi facevo piccolo, sperando che il virus non mi vedesse più e se ne andasse"

Nei giorni scorsi girava il vocale di un primario astigiano arrabbiato per le ancora troppe persone che continuano a non capire la gravità della situazione. Vocale che ha fatto decidere al signor I.T., ricoverato al Carle nel reparto Covid 19, di raccontare e condividere ciò che ha vissuto. Che vale più di analisi, statistiche e pareri di esperti. Perché racconta della paura e della speranza di farcela. 

"Io, dentro questo maledetto tunnel senza una luce in fondo, ho scritto una piccola testimonianza mentre la febbre a 38.5/39 non mi abbandonava nonostante le terapie. Nulla di speciale, parole dettate dal cuore e dell'anima, scongiurando un possibile ed improvviso peggioramento che talvolta non ti lascia scampo.

Bisognerebbe provare a passarci, dai primi giorni di febbre al 118 che ti avvolge nel cuki. Sali in ambulanza e ti chiedi se tornerai. Al Pronto analisi, tamponi, radiografie, ecografie, prelievi venosi e arteriosi... entri alle 12 il tempo sembra fermo. In un attimo sono le 20. Stai sul tuo lettino o sulla sedia, di fianco, rannicchiato, vedendo questi robot in tute spaziali con gli occhi umani andare da un paziente all'altro, stai rannicchiato perché ti senti minuscolo ed indifeso quasi potessi sperare, così, che il virus se ne vada.

Poi ti destinano al reparto terapia covid19, hai dei focolai di polmonite e qui i pensieri partono a mille, fai congetture, ripensi agli articoli letti.

Intorno a te chi si dispera, chi sdrammatizza, altri piangono come fontane e non capisci veramente più niente, perché non ti è chiaro se stai partendo senza accorgertene o se quelli che piangono sono in preda ad esaurimento.

Nelle mie parole forse non traspaiono tutta l'angoscia, la disperazione. Quel primario ha ragione: forse prima delle bare dovrebbero fare vedere i reparti e le terapie intensive.

Non ho parole per lodare la professionalità, l'UMANITÀ, la gentilezza, la pazienza e la cordialità di tutto il personale dell'ospedale Carle.

Lo dico con il cuore: turni da 12 ore per il personale sempre disponibile e paziente, un vero esempio di amore e dedizione. Quello che mi è successo mi ha segnato molto. Ma ci voleva proprio questo per svegliarci tutti?! Speriamo di non dimenticare tutto rapidamente.

Ciao "diretur" la vita è bella

I.T.

Redazione

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