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Ad occhi aperti | 11 aprile 2020, 17:42

Rispondere al fuoco con il fuoco... oppure no? - Dead Man Walking

Il rispetto della vita umana, di qualunque vita umana, non è un dibattito dialettico. Non dovrebbe prevedere due “parti” che si scontrano, ma piuttosto uno sforzo comune teso alla sua costante realizzazione

Una scena del film

Una scena del film

“Dead Man Walking” (“Condannato a morte”) è un film americano del 1995 scritto e diretto da Tim Robbins a partire dal romanzo autobiografico di suor Helen Prejean.
Matthew Poncelet, condannato a morte per aggressione e stupro ai danni di una coppietta in un boschetto, riceve la visita di suor Helen, che si appassiona al suo caso e cerca in tutti i modi di rallentare il procedere della macchina burocratica in direzione del giorno dell’esecuzione. Matthew si dichiara innocente e riversa la colpa su un suo amico, anche lui coinvolto nell’aggressione ma “soltanto” vittima di ergastolo… ma sarà la verità? Suor Helen cercherà di scoprirla, mentre si troverà a dover avere a che fare con le conseguenze emotive e psicologiche del fatto sulle famiglie delle vittime e di Matthew stesso.

Partiamo da un presupposto: credo che davanti a un periodo – più o meno lungo – di sofferenza qualunque essere umano abbia il diritto di reagire e rispondere nel modo che, nell’istante in cui si trova ad affrontarlo, ritenga più necessario. Nessuno, e intendo davvero nessuno, ha il diritto di giudicare. Ma che ci piaccia o meno siamo anche, tutti, membri di una società moderna e democratica fondata su infrastrutture ben precise la cui utilità è (o dovrebbe essere) stata comprovata dal corso della Storia… o almeno dovrebbe ormai esserci chiaro che la loro presenza sia di gran preferibile alla loro assenza.

Questo per dire che capisco perfettamente chi, nel corso di queste difficili settimane di quarantena e restrizioni legate alla lotta al Covid-19, abbia deciso di sfogare l’inevitabile stress (ovviamente decuplicato da tutto ciò che conseguenza di questo periodo, specialmente sotto il fronte economico, occupazionale e sociale) scagliandosi sulle più diverse categorie di persone: i runner, gli anziani, i possessori di animali domestici, i politici, gli imprenditori… e chi più ne ha più ne metta. E capisco anche tutti quei membri delle istituzioni, a ogni livello, che sin dal 12 marzo scorso hanno deciso di affrontare la situazione facendone una narrazione “bellica”, continuando a ripetere a più riprese che “quella che stiamo vivendo è una guerra” (non lo è e non lo è mai stata, nel caso ve lo siate mai chiesti o ve lo steste chiedendo ora, a meno che non siate operatori sanitari).

Capisco. Ma non comprendo e, sicuramente, non condivido. Insomma, la situazione in cui ci troviamo è già sufficientemente drammatica sotto così tanti aspetti che credo mantenere un minimo di lucidità (anche emozionale) avrebbe dovuto essere uno dei punti in cima alla lista delle “cose da fare”. Per tutti, ma soprattutto per i rappresentanti delle istituzioni.

Ma odiare come valvola di sfogo è sempre una delle vie più facili da percorrere. E questa è una cosa che, di sicuro, rimarrà uguale anche una volta che saremo ritornati alla nostra normalità.

L’odio e il disprezzo come reazione a un dramma sono senza dubbio tra i concetti cardine di “Dead Man Walking”. Il protagonista, uno Sean Penn giovanissimo e davvero strabiliante, è accusato di un crimine talmente tanto devastante che le sue conseguenze si rivelano cancerogene anche per la sua famiglia e, ovviamente, per quella delle due vittime. Nel primo caso i vicini di casa e i compagni di scuola dei suoi genitori e dei suoi fratelli minori cominciano a metterli all’angolo e addirittura a trattarli con sufficienza; nel secondo, invece, scaricano la propria rabbia contro suor Helen (Susan Sarandon), rea di “stare dalla parte dell’orco”.

Ma il rispetto della vita umana, di qualunque vita umana, non è un dibattito dialettico. Non dovrebbe prevedere due “parti” che si scontrano, ma piuttosto uno sforzo comune teso alla sua costante realizzazione.

Insomma, noi esseri umani siamo animali sociali. Lo siamo davvero, e in una situazione come quella attuale è una realtà tutt’altro che difficile da comprendere. E quindi se rispondere alle difficoltà con odio, con aggressività, è “animale”… a un certo punto dobbiamo trovare un modo per farlo che sia “sociale”. Che non scordi il senso di prospettiva.

Sarebbe una bella lezione da imparare, in un periodo che di tempo per farlo ce ne sta regalando parecchio.

redazione

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