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Attualità | 14 aprile 2020, 12:49

La quotidianità al tempo del Covid-19. L'ambulante Alberto Pompejano ora consegna frutta e verdura a domicilio e lascia biglietti scritti a mano che donano speranza

Con lo stop ai mercati in piazza l’idea delle consegne a domicilio e l’umanità dei contatti a distanza di sicurezza e delle spese in sospeso: “Quando facciamo le consegne ci si riempie il cuore. Le persone aspettano dal balcone, ci salutano, ci chiedono com’è il mondo fuori, un po’ come se noi fossimo i loro occhi sull’esterno"

Alberto Pompejano

Alberto Pompejano

Alberto Pompejano ha 29 anni e da 7 lavora nell’azienda di famiglia a Genola. Banchi in piazza di frutta e verdura sparsi per la provincia, una strada tracciata, un mestiere che unisce la fatica delle levatacce al piacere del contatto con i clienti e del lavoro a stretto contatto con i familiari.

Poi, il Covid-19, la chiusura di quasi tutti i mercati, le celle piene di ortaggi selezionati dai fornitori con attenzione e cura e tanti interrogativi. Come fare? Come evitare lo spreco di quello che è il lavoro di tante persone dall’agricoltore, al grossista, all’ambulante? La consapevolezza della distanza dai clienti, dalle loro richieste, dalle quattro parole tra un’arancia e una testa di lattuga.

“L’idea delle consegne a domicilio è nata aprendo le celle in azienda. C’era tanta merce che non sarebbe durata a lungo. Abbiamo pensato di contattare amici e parenti per dividerla con loro. Più che per una questione economica era il dispiacere di buttare via prodotti scelti con cura, frutto di anni di selezione dei fornitori, rapporti di fiducia. Abbiamo iniziato con gli amici e i parenti chiedendo se servisse una fornitura di frutta e verdura. L’adesione è stata altissima e c’è stato un grande passaparola”. I primi giorni di lockdown, in effetti, hanno spiazzato tutti, dove andare a fare la spesa? Come evitare di intasare i pochi negozi aperti limitare al minimo i contatti? Ecco che si manifesta una vera e propria necessità e che quei primi amici contattati iniziano a rivolgersi ad Alberto per offrire ad altri la stessa possibilità.

“Più che da un bisogno economico, la nostra decisione è partita dal dispiacere all’idea di tanti ortaggi destinati ad andare a male. Questo ci ha dato la forza di rivolgersi ai nostri amici. Quando la richiesta è cresciuta ci siamo interrogati a lungo su come agire, il settimanale La Fedeltà iniziava a fare la lista dei negozi che effettuavano consegne a domicilio, il nostro codice Ateco era tra quelli autorizzati, il comune di Fossano aveva iniziato una comunicazione sugli esercizi che facevano consegne a domicilio”. Ecco che prende piede l’idea di strutturarsi con le consegne a domicilio: “I primi giorni sono stati duri. Ci diamo una mano io, mia moglie, mia mamma e mio papà con mia nonna che ogni tanto ci chiede se va tutto il bene e fa i mazzi di asparagi o quelli per le frittate. Ci siamo dunque strutturati dividendoci i compiti: io gestisco gli ordini al telefono e pianifico i giri, mia mamma e mia moglie si occupano degli acquisti, mio papà fa i giri di consegna, mia nonna ha qualcosa a cui pensare aiutandoci con alcune attività”.

Ecco che si ritrova una nuova alchimia tra familiari, un nuovo rapporto con i clienti: “Quando arrivano i clienti al banco scelgono la merce. Dico sempre che la lettura del cliente è importantissima, dietro a una richiesta ci sono tante sfumature: chi vuole il frutto perfetto anche se più caro, chi privilegia il risparmio. Al telefono tutto questo non è possibile. Allora cerchiamo di spiegarlo ai clienti con dei biglietti che lasciamo nella spesa”. Biglietti scritti a mano, un messaggio di speranza, una nota personale che ricorda a chi la legge che, in quel momento, è unico, con la speranza di portare anche un po’ di buon umore, oltre alla spesa.

“Quando facciamo le consegne ci si riempie il cuore. Le persone aspettano dal balcone, ci salutano, ci chiedono com’è il mondo fuori, un po’ come se noi fossimo i loro occhi sull’esterno. Un po’ come facevano gli strilloni in tempo di guerra. Questo ci dà la forza di tirare avanti, anche se è faticoso, ci ha spinti a non porre un limite minimo agli acquisti. Non vogliamo che una persona sola si trovi costretta a grandi ordini anche se non utili, o a uscire per poter comprare solo quello che è indispensabile”.

Queste settimane hanno cambiato il modo di rapportarsi alla spesa anche da parte dei clienti, alcune pretese sono azzerate e in tanti privilegiano il senso di appartenenza alla scelta della primizia. Ecco che, alcuni clienti, hanno proposto ad Alberto la “spesa in sospeso”. Chi farà richiesta di acquisto con i buoni spesa dei Comuni, riprova di una situazione di difficoltà economica, potranno contare sulla spesa in sospeso per integrare l’acquisto o ridurne il costo: “Ci è sembrata un’ottima idea – continua a raccontare Alberto -. La speranza arriva dalle persone. Questa epidemia ha evidenziato in negativo il valore del singolo: una persona positiva che ne contagia 3, che arrivano a 9. Anche in positivo, però, dobbiamo valorizzare il singolo. Ognuno dei nostri clienti dà un senso alle nostre giornate. Ci sono condomini e vie intere che si sono messi d’accordo per consentirci di ottimizzare le consegne, si è amplificato il senso di appartenenza”.

Anche sulle modalità di pagamento Alberto offre uno spunto di riflessione: “Abbiamo adottato Satispay che ci consente di non avere contatti, ma molti non ce l’hanno. Abbiamo dunque optato anche per una cassetta a distanza. C’è un rischio che ognuno di noi calcola in questo periodo e valuta fin dove può serenamente spingersi. I nostri clienti si fidano del fatto che trattiamo tutto con mascherine e guanti monouso, noi ci fidiamo quando mettono i soldi nella cassetta. Abbiamo ridotto il numero di fornitori per avere rapporti, anche se a distanza, con meno persone possibili”.

Agata Pagani

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