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Politica | 16 aprile 2020, 14:33

E se il “Patto per lo Sviluppo” diventasse il “tavolo di idee” per iniziare a pensare alla riapertura?

Tramite le sue categorie produttive, il Cuneese può offrire idee e suggerimenti alla Regione per non farsi trovare impreparata quando si allenterà la morsa del lockdown. Se il “modello Cuneo” ha qualcosa di interessante da proporre lo metta a disposizione del Piemonte

E se il “Patto per lo Sviluppo” diventasse il “tavolo di idee” per iniziare a pensare alla riapertura?


“Stare in casa protegge sicuramente dal rischio contagio, ma ogni giorno che passa molti cominciano a chiedersi se la paralisi generalizzata di ogni attività non rappresenti un rischio altrettanto grave”.

È uno dei tanti sfoghi che si raccolgono sui social in questi giorni, soprattutto da parte di chi, esercitando un’attività in proprio in vari settori, non sa come far quadrare il bilancio di casa e quali prospettive dare alla propria professione.

Gli esperti – con voci non sempre concordi – ancora non sanno dare spiegazioni scientificamente fondate sul come debellare (o almeno contenere) questo micidiale virus.

Abbiamo constatato – senza essere esperti – che i soggetti più esposti si stanno rivelando gli anziani, ospiti nelle case di riposo o nelle Rsa, o comunque quei soggetti più fragili che già dovevano convivere con varie patologie.

Paradossalmente invece è stato questo il fronte lasciato più scoperto come dimostra la situazione di allarme rosso in cui si trovano le oltre 60 strutture assistenziali presenti sul territorio provinciale.

Sempre gli esperti ci hanno spiegato che il lockdown generalizzato è servito a contenere il propagarsi del virus e, di conseguenza, ad impedire che il sistema sanitario, messo a dura prova, collassasse.

L’impreparazione che ha colto tutti di sorpresa sotto l’aspetto sanitario, dovrebbe far riflettere sull’opportunità di approfittare di questo tempo per preparare il ritorno ad una vita più o meno normale.

Riaprire gradualmente, allentare, lasciare tutto com’è adesso ancora per qualche mese?

La fase 2 dell’epidemia resta un gigantesco punto interrogativo.

Anche perché gli “esperti”, coloro i quali dovrebbero dire una parola più convincente delle altre, sono attualmente senza certezze.

Politica e scienza si rimpallano la responsabilità delle decisioni.

Morale: oggi come oggi nessuno sa dire che cosa succederà.

Bisogna soppesare con molta attenzione gli effetti di una riapertura, effetti che non vanno sottovalutati dal momento che il rischio zero non esiste.

“Bisogna entrare nell’ordine di idee – scrive la giornalista scientifica Roberta Villa - di tornare a un’epoca del rischio, simile a quella in cui erano presenti malattie quali la poliomielite o la difterite. Restare chiusi non è indifferente – dice ancora Villaper l’economia, certo, ma anche per la salute. La condizione di reclusi è problematica anche sul piano psicologico. Bisogna sicuramente trovare il modo di fare qualcosa ma con molta prudenza”.

Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus è intervenuto a proposito dell’allentamento delle misure di restrizione, raffreddando gli entusiasmi.

“Le misure – ha detto - devono essere revocate lentamente, non di colpo. Gli obblighi di controllo possono essere aboliti soltanto se sono in atto le giuste attività di sanità pubblica, compresa una significativa capacità di tracciare i casi". Lo stesso Ghebreyesus ha reso noti i 6 punti della road map ipotizzata dall’Oms per poter avviare un progressivo abbassamento delle restrizioni:

1. avere la certezza che la catena della trasmissione del virus sia sotto controllo;

2. essere certi che il sistema sanitario sia attrezzato per rilevare, testare, isolare e trattare ogni caso e rintracciare ogni contatto;

3. ridurre al minimo i rischi di epidemia in contesti speciali come le strutture sanitarie e le residenze sanitarie;

4. attuare misure idonee per la prevenzione nei luoghi di lavoro, nelle scuole e negli altri luoghi più frequentati;

5. avere la capacità di gestire i rischi di ritorno di casi importati;

6. avere la certezza che la comunità sia pienamente informata e consapevole di dover adottare misure e stili di vita diversi e utili alla prevenzione del contagio.

Affinchè il tempo della “reclusione domestica” non sia vano, sarebbe opportuno iniziare a pensare, anche in ambito locale, a come procedere ad una lenta, graduale riapertura.

Ci permettiamo sommessamente di far notare che – per quanto concerne la provincia di Cuneo – potrebbe essere una buona occasione per riesumare il “Patto per lo Sviluppo”.

Nato anni fa come organo di raccordo tra le categorie produttive è “in sonno” da qualche anno.

Dal momento che la Camera di Commercio non è ancora operativa, potrebbe essere un “tavolo” utile, magari in raccordo con Provincia e Regione, per iniziare a valutare il da farsi in vista di una prossima, graduale riapertura.

Se il “modello Cuneo” esiste è l’ora di farlo conoscere a Torino e al Piemonte.

Giampaolo Testa

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