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Overmovie | 21 aprile 2020, 19:39

(Co)videodrome #2: “La Favorita” di Lanthimos, ovvero il privato del Reale

dove al primo e al secondo tempo si sostituiscono primo e secondo piatto, o la “Pixar” da asporto.

(Co)videodrome #2: “La Favorita” di Lanthimos, ovvero il privato del Reale

MESSAGGIO DAL BUNKER: Si moltiplicano le dirette Facebook, gli “APPeritivi” su whatsapp, i tutorial dei tuttologi e gli “APPelli” a restare a casa, i mistici del “divanopensiero” si dilettano di complottismo e i pigri di dovunque giustificano a posteriori (i loro) la propria immobilità dietro una coscienza civica posticcia; il cinema sbarrato come la scena d’un crimine resterà tale fino all’Autunno inoltrato e si ventila il suggestivo ritorno ai drive-in ma nel frattempo dalla hitchcockiana  finestra sul giardino le effrazioni dei vicini vengono spiate dai (del)attori dei decreti Contiani.

Resta l’immagine, nitida o pixelata, a sostituire una realtà sospesa in formalina, il trionfo d’un cinema casalingo sempre più simile a una cucina di proiezione dove al primo e al secondo tempo si sostituiscono primo e secondo piatto, o la “Pixar” da asporto. Il contagio virale si sovrappone al contagio seriale nella forsennata ricerca d’un finale sempre più lontano ma il conteggio (contagio) delle vittime filtra al di sotto delle porte come la falciatrice nel remake de “La Mascherina della Morte Rossa”.

Non più testimoni ma semplici spettatori, “ci riprenderemo”. In diretta o in difterite.

Nel frattempo aumentano le violenze domestiche e le psicosi collettive, mutando la realtà in un reality da cui nessuno è immune e la “covidèrie”, prurigine ispettiva del filmare le altrui inadempienze, diviene un vero e proprio sottogenere cinematografico che nasconde dietro la macchina da presa dei balconi l’immortale voyerismo piccolo-borghese.

La distanza sociale, che riveste di lattice e Tnt tre sensi su cinque, risparmia solo ascolto e sguardo così si torna al film muto il cui primato è la didascalia, e l’aneddotica dei social.

Dopo il lockdown non resta che aspettare la seconda fase, anzi stagione.

 

 

“La Favorita” di Lanthimos, ovvero il Privato del Reale.

 

Nato da un’idea radiofonica di Deborah Davis, qui sceneggiatrice insieme a Tony McNamara, “La Favorita” è il primo lungometraggio di Yorgos Lanthimos in cui il regista non partecipa in sede di scrittura ma grazie alla collaborazione di Robbie Ryan alla fotografia (“I, Daniel Blake”) e di Sandy Powell ai costumi (tre Oscar per “The Aviator”, “The Young Victoria” e “Shakespeare in Love”) il film non delude restando fedele al rigido formalismo kubrickiano e all’ironia kafkiana dei precedenti.

Ambientata nel 1708, durante la guerra di successione spagnola che vide l’Inghilterra opporsi alla Francia, la pellicola racconta gli intrighi di corte dell’instabile regina Anna ascesa al trono nel 1702 e destinata a regnare fino al 1714, manovrata dall’amica d’infanzia, consigliera personale e amante Sarah Churchill. Questo menage à deux  si trasformerà in triangolo quando Abigail, cugina di Sarah, mendicherà un lavoro a corte dopo essere stata venduta per un debito di gioco dal padre a un ricco tedesco.; affascinante e in possesso d’un’ambizione non meno vorace di Sarah, la giovane parvenu capirà immediatamente i fragili equilibri psicologici della regina e dopo averla aiutata con un cataplasma per la gotta e aver mostrato interesse per i suoi diciassette conigli (uno per ogni figlio perso a causa della sindrome di Hughes), proverà a prendere il posto dell’antagonista troppo impegnata nel dirimere le controversie politiche legate al conflitto.

Anna d’Inghilterra (o “brandy nan” come veniva sbeffeggiata a corte per la sua passione alcolica) è esistita veramente come Sarah Churchill (antenata di Winston Churchill e Lady D.) e Abigail Masham (nata Hill), anche se nella rielaborazione del duo Davis/McNamara quest’ultima riesce a spodestare la cugina con degli artifici sessuali storicamente non dimostrati e la minaccia di Sarah di pubblicare le lettere d’amore a lei indirizzate dalla regina, così come di far leggere a corte dall’amico Arthur Mainwaring una poesia che ne avrebbe denunciato la liaison con Abigail, non hanno alcun fondamento documentale.

Mrs Churchill, duchessa di Marlborough e Mistress of the Robes, era vicina ai Whig (avendo anche sposato il condottiero John) mentre Anna appoggiava la fazione dei Tory e la loro amicizia, che affondava le radici nell’infanzia al punto che le due si chiamavano coi nomignoli di Mrs Morley (Anna) e Mrs Freeman (Sarah), fu a dir poco incrinata da Abigail Masham che nel 1704 divenne Lady of the Bedchamber; ne “La Favorita” l’ultima arrivata, interpretata da una notevole Emma Stone, diviene “Keeper of the Privy Purse” allontanando Sarah con un malefico stratagemma e il suo personaggio è infinitamente più crudele e stratificato dell’equivalente storico.

Quando fingendo fragilità invocherà la protezione reale che la porterà a sposare un nobile per intercessione della regina in persona, Abigail riuscirà a manovrarne la mutevole figura fino a spodestare dal ruolo di Primo Ministro sir Godolphin e a mettere al suo posto l’amico e cospiratore Harley; nel frattempo, vittime di una congiura orchestrata ad arte, Sarah e suo marito verranno addirittura allontanati dall’Inghilterra.

La Corte di Kensington Palace, ricostruita nella location di Hatfield House, ospita ogni tipo d’animale come nella tradizione dei film in costume inglesi ma anche come citazione del cinema surrealista (aragoste, conigli, oche  eccetera) ma Lanthimos ne evidenzia la decadenza morale attraverso scene come quella d’un cortigiano nudo bersagliato da un (poco) aristocratico lancio d’arance.

Un film d’interni quindi in cui lo spettatore è invitato ad assistere alla prurigine di corte attraverso il fisheye che deformando col grandangolo le sale pesantemente decorate dà il senso del buco della serratura ma anche degli specchi convessi che erano così di moda nel secolo dei Lumi e che ben rappresentavano la distorsione satirica delle maschere del potere portate in scena da scrittori quali Swift (citato nel film).

Il rigore, più letterario che storiografico, del regista si palesa anche negli intertitoli dalle spaziature forzate tipici dell’impaginazione dei pamphlet dell’epoca o nella locandina con le lillipuziane Sarah e Abigail intente a irretire il volto gigante ma passivo della regina.

L’operazione filologica, sottolineata anche dalle musiche di Purcell (il cui quartetto d’archi fa infuriare Anna), Bach, Händell e Vivaldi, Schubert e Schumann, per non parlare della nota fissa da violoncello da “Didascalies” di Luc Ferrari, riporta al naturalismo critico di “Barry Lyndon” che grazie alle lenti Zeiss, prese in prestito dalla tecnica aerospaziale, riuscì a filmare a lume di candela il secolo dei Lumi.

Com’è noto Kubrick traslò il realismo modellistico di 2001 nel suo film in costume ma la cosa non fu ben accolta dalla critica coeva che gli rimproverò di aver realizzato “un libro di illustrazioni costato 12 milioni di dollari” (Newsweek).  Eppure, lontano dall’autocompiacimento culturale e da certe “debolezze viscontiane”, Barry Lyndon non rappresentò il Settecento ma il cinema del Settecento e cioè i suoi quadri poiché la mobile pinacoteca messa in scena (da Hogarth ai maestri olandesi del tardo Seicento) figurava un secolo ideale: “Kubrick poteva scegliere fra due strade: quella realistica degli ambienti com’erano realmente oppure quella degli ambienti come il Settecento, attraverso la sua arte, ci fa capire che avrebbe voluto che fossero. Ha scelto quest’ultima strada […] cioè di pittori che hanno espresso il sogno di razionalità, di ordine, di grazia, di nitore, di sensibilità e compostezza di un secolo demoniaco, sudicio, cinico, empio, insensibile e turbolento” (A. Moravia).

Eseguendo un mirabile gioco di prestigio degno di quella rappresentazione della rappresentazione che è “Las Meninas” di Velasquez, Lanthimos copia Kubrick che copiava i quadri del Settecento e così facendo ci regala uno sguardo privato della Corte Reale che in quanto finzione d’una finzione è “privato” del “reale”.

Anna (una monumentale Olivia Colman, Oscar, Coppa Volpi e Golden Globe) incarna con la sua claudicante goffagine l’arbitrario lirismo del Caligola di Camus dando al risvolto femminile del potere un cinismo che non risparmia nessuno e, creando un’equivalenza fra la componente maschile della corte e quella dei sudditi, espelle dalla sua sfera decisionale sia questi ultimi che la figura del re (Giorgio I è assente dalla pellicola).

Una regina vittima d’una fisicità malata e d’un intelletto schiavo dei propri umori, la sua storica amica (e probabile amante) che soccombe all’ amore per la verità, la novizia che pur avvicinandosi alla grazia reale resta una cortigiana di lusso, l’esercito in balia dei capricci nobiliari, i cittadini vessati dalle tasse, i rappresentanti delle Camere soggetti non alla volontà del popolo ma al mutevole arbitrio della corona, tutti più o meno vittime, come i diciassette conigli in gabbia (insufficienti sostituti d’una maternità impossibile), della sovranità del Potere.

Germano Innocenti

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