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Click sulla Psicologia | 07 maggio 2020, 16:36

Cervello e cultura: il Covid-19 cambia il nostro concetto di spazio

In alcuni Paesi il distanziamento sociale non rappresenta uno “shock” culturale. Al contrario, per altri, tra cui l’Italia, questo cambiamento si associa a difficoltà gestionali e di adattamento e può provocare disorientamento, disagio e insofferenza

Immagine di repertorio - Pixabay

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Il Covid-19 ha richiesto adattamenti importanti a livello personale e sociale. Per contrastare la diffusione del contagio, il Governo ha emanato misure di distanziamento sociale, tra cui il rispetto della distanza di sicurezza di almeno 1 metro, l’evitamento di luoghi affollati e del contatto fisico. Questi provvedimenti, in vigore già da tempo, verranno mantenuti anche nella cosiddetta “Fase 2”.

Il proseguire dell’emergenza, con tutte le implicazioni associate, continua ad avere un forte impatto psicologico. A questo, si aggiungono fattori culturali, tra cui il significato che la distanza (fisica, personale, sociale) assume per noi italiani. In alcuni Paesi il distanziamento sociale non rappresenta uno “shock” culturale. Al contrario, per altri, tra cui l’Italia, questo cambiamento si associa a difficoltà gestionali e di adattamento e può provocare disorientamento, disagio e insofferenza. Proviamo a capire il perché.

Il nostro cervello distingue tra spazio peripersonale (vicino al corpo, delimitato dai movimenti di raggiungimento) ed extrapersonale (lontano dal corpo). I confini tra questi spazi non sono fissi, ma possono variare tra individui, contesti, situazioni e modelli culturali di appartenenza. Questa suddivisione ha un’origine evolutiva: ci permette, infatti, di rispondere in modo efficace a minacce che entrano nel nostro spazio con reazioni difensive di attacco-fuga.

Ognuno possiede, infatti, un proprio spazio personale e si aspetta implicitamente che gli altri lo rispettino. Se questo non avviene possiamo provare fastidio, disagio, imbarazzo.

Quando la distanza di sicurezza non verrà rispettata, percepiremo un senso di pericolo: si attiveranno l’amigdala, struttura che si occupa di elaborare stimoli emotivi, e il sistema nervoso simpatico. I risultati di questi processi saranno reazioni di attacco (per richiamare nell’altro il rispetto della distanza) o fuga (per reimpostare la distanza richiesta).

Alla ridefinizione degli spazi peripersonali ed extrapersonali concorrono, come detto, anche fattori culturali.

Introduciamo, dunque, la prossemica, disciplina che studia i significati che le distanze assumono per gli individui e che analizza come le persone percepiscono, usano, interpretano e organizzano lo spazio fisico, sociale o personale. 

L’antropologo Edward Hall ha definito quattro distanze, che cambiano in base al tipo di interazione con gli altri:

  • Intima (0-45 cm circa): riservata alle persone con cui abbiamo un rapporto di fiducia; 

  • Personale (45 cm -1.20 m circa): tipica delle relazioni quotidiane (amici, colleghi, familiari); 

  • Sociale (1.20- 3.60 m circa): dedicata alle relazioni formali (insegnante-classe); 

  • Pubblica (oltre 3.60 m): destinata a situazioni in cui si stabilisce un rapporto con un insieme di persone estranee (oratore-pubblico).

Queste distanze sono ideali: lo spazio in cui ci sentiamo a nostro agio è soggettivo ed è influenzato da personalità, età, genere, contesto e dalla cultura di appartenenza. 

A tal proposito, si è soliti distinguere tra culture “ad alto contatto” e “a basso contatto”. Tra le prime ritroviamo la cultura araba, italiana, francese, mediorientale e latinoamericana, caratterizzate da minori distanze e frequente uso del contatto fisico nelle interazioni. Nel secondo gruppo si collocano, invece, la cultura nordamericana, nordeuropea e gran parte delle popolazioni orientali: in questo caso si prediligono distanze maggiori e una minore o assente tendenza alla fisicità. 

In Italia è usanza comune salutarsi con strette di mano e con lo scambio di baci e abbracci nelle interazioni quotidiane: ciò significa che le nostre distanze personali sono naturalmente più ridotte. Si può così spiegare la maggiore difficoltà per gli italiani, i francesi e gli spagnoli nel mantenere le misure di sicurezza, mentre le culture “a basso contatto” vivranno diversamente lo stesso provvedimento.

La situazione emergenziale ha, dunque, richiesto un adattamento forzato alla nostra visione dello spazio e della distanza fisica, personale e sociale. Il lockdown e la richiesta di stare a casa hanno ristretto i nostri spazi di libertà e di azione, le misure di distanziamento hanno modificato le routine e hanno impattato sulle norme prossemiche della nostra cultura. Da mesi, infatti, la società si è dovuta riadattare utilizzando nuove strategie tra cui corsi on-line, smart working, forme di saluto ridimensionate e modalità di “vicinanza” tecnologica per comunicare.

Se già in condizioni di normalità ci è richiesto implicitamente di rispettare la distanza e gli spazi degli altri, ad oggi, si aggiunge il rispetto della distanza di sicurezza. Questo passaggio è, come abbiamo visto, per alcune culture meno “automatico” e richiede un maggiore sforzo.

Il mantenimento della distanza di 1 metro in qualsiasi luogo pubblico diventa una regola che dobbiamo rispettare per il nostro bene e per quello degli altri e che dobbiamo assimilare nel nostro concetto di “spazio”, a livello individuale, collettivo e culturale.

Irene Artusio - Elisa Bosso

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