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Ad occhi aperti | 10 maggio 2020, 16:12

Via alla fase 2, si allentano (un po') le distanze: "The Straight Story"

Abbiamo bisogno di ricongiungerci agli altri. Anche attraverso distanze siderali e alla velocità di otto chilometri l’ora: diamoci del tempo

The Straight Story

The Straight Story

The Straight Story (“Una storia vera”) è un film di produzione canadese e statunitense del 1999, scritto da John Roach e Mary Sweeney a partire da un loro soggetto e diretto da David Lynch.

Alvin Straight è un contadino settantatreenne dell’Iowa che, una sera, viene informato del fatto che suo fratello Lyle (con cui condivide un rapporto conflittuale e del quale non ha notizie da diverso tempo) è gravemente malato. Alvin decide di andarlo a trovare per un ultimo saluto ma, essendo senza patente, si troverà a dover affrontare i quasi quattrocento chilometri che lo distanziano dal Wisconsin in sella a un trattorino rasaerba molto lento.

“The Straight Story” è, tra le opere del geniale regista di Missoula, una di quelle che vengono citate più en passant. In molti tra i fans di David Lynch considerano dei capolavori Blue Velvet o Mulholland Drive (e a ragione), e anche chi non ha mai visto i suoi film ha almeno sentito citare Twin Peaks e il nome di Laura Palmer… ma di Alvin Straight non tutti hanno cognizione o memoria.

E perché dovrebbero, d’altronde? È soltanto un vecchio contadino dell’Iowa che si getta in un’avventura del tutto assurda assieme al proprio trattorino rasaerba. Come può la sua storia personale – banale, comune, concreta – brillare davanti alle gigantesche e possenti figure che popolano le altre, ben più note?

Credo però che con l’avvio – tanto agognato – della “fase 2” e il primo, cauto, allentarsi delle misure di restrizione sociale e alla mobilità che hanno caratterizzato i nostri ultimi due mesi, ci sia bisogno e occasione di recuperare e riscoprire “Una storia vera”. Perché è vero che il film è la chiara risposta di Lynch a tutti quei critici che sostenevano non fosse capace di girare un film quadrato e fuori dalle sue – chiaramente preferite – atmosfere oniriche… ma non è solo questo.

È il viaggio che un uomo alla fine della propria vita realizza per ricongiungersi a una persona amata – anche lei alla fine della propria vita – distante non solo geograficamente. Un modo assurdo forse, ma tratto sul serio da una storia vera, per ricongiungersi a un fratello perduto, quello che oggi potremmo chiamare “congiunto” o “affetto stabile”.

In periodi di crisi e di difficoltà non ripeterò mai quanto le storie di fantasia possano essere importanti. Lo sono state per me e per una miriade di altre persone nel corso del tempo, lo sono adesso e lo saranno ancora in futuro quando ci troveremo in tempi altrettanto complicati.

Ma ora che la nostra quotidianità vera e propria comincia – piano piano – a tornare di nuovo sotto il nostro controllo, è necessario allo stesso tempo ricominciare a guardarci intorno. E alle persone che lo popolano, questo intorno.

Queste lunghe settimane di quarantena – e quelle, ancora difficili e ancora “ristrette” che ci aspettano all’orizzonte – ci hanno sicuramente insegnato tante cose, fosse anche solo a cucinare qualche nuovo piatto.

Ma una cosa che hanno sottolineato soprattutto è che siamo davvero “animali sociali”, che tutto il cinismo e la mancanza di empatia di cui ci facciamo scudo sui social network (anche adesso, mannaggia a noi) sono soltanto bugie: abbiamo bisogno di ricongiungerci agli altri. Anche attraverso distanze siderali e alla velocità di otto chilometri l’ora.

Diamoci del tempo.

redazione

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