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Overcooking | 10 maggio 2020, 18:02

Unhappy hour: l’insostenibile leggerezza dell’aperitivo

Tre metri sopra il cielo e a un metro da tutti.

Unhappy hour: l’insostenibile leggerezza dell’aperitivo

Tre metri sopra il cielo e a un metro da tutti.

Mentre sostiamo di fronte a un ipermercato respirando l’aria filtrata dalla mascherina che ha un sapore vagamente inorganico, la fila chilometrica si scompagina in goffi tentativi di abbracci a distanza che accentuano malinconicamente le (co)vigenti misure restrittive inoculando un misto di senso di colpa e afflato delatorio che è la parte in ombra dell’ “andràtuttobene-pensiero”.

La fila, espressione geometrica tipicamente italiana e incarnazione palese di ciò che diceva Flaiano: “in Italia la linea più breve fra due punti è l’arabesco”, si allunga a zampa di passero fino al parcheggio sotto un cielo bianco che più bianco non si può e che ricorda gli studenti in attesa del rancio in un fumetto di Andrea Pazienza: il balenìo bistrato dei telefoni cellulari è il nuovo segno d’interpunzione d’un’umanità votata alla profilassi per gentile concessione della tecnologia.

Il balcone, goldoniana protesi da teatro dell’arte e didascalico bassorilievo condominiale, si fa scrittura come l’architettura gotica delle cattedrali e dagli arcobaleni pacifisti coi tricolori riesumati dai mondiali del 2006 si passa agli slogan politici (in fin dei conti il primo “balconista” fu il Benito nazionale da Piazza Venezia) fino all’inquietante “sta andando tutto bene” affisso all’insegna d’un’agenzia di pompe funebri.

Il millepiedi umano si decolla una persona alla volta scindendosi fra beni alimentari (torna l’odiosa retorica bellica) e tabacchi perché il monopolio di Stato non conosce pandemie fra voci melodiosamente ovattate dalle museruole che si chinano al sacrificio casalingo con qualche riluttanza.

“A me ancora me devono arrivà i 600 euro dell’INPS”.

“Mò stasera sentimo n’antra puntata del decreto Conte”.

“No mamma, non puoi andare a trovare nonno al cimitero se non lo vuoi raggiungere.”

L’Italia, costretta all’Europa dallo Zeitgeist e dall’urticante “congiuntura politica”, non è mai stata neanche una nazione ed ora il contagio certifica la sua vocazione al particolarismo creando un nuovo feudalesimo fatto di barriere regionali e differenti approcci all’emergenza: dallo zelo dei tamponi di Zaia all’ironica caccia all’uomo dello sceriffo De Luca.

Il diaframma delle porte scorrevoli, vigilato da un commesso che respira come  Dart Fener, ci introduce all’ipermercato ma solo dopo la rituale minzione di alcol disinfettante sulle mani munite di guanti (stile saliva da portiere prima dei rigori).

Il cibo all’era del corona virus è l’unico vizio concesso dallo Stato.

Mariti liberati dalla quarantena saettano da una corsia all’altra felici di contravvenire al controllo muliebre, scapoli finalmente legittimati alla barba incolta stipano il carrello di preoccupanti dosi d’alcol e le nonnine coi capelli azzurri ormai orfani di permanente s’intrattengono con le commesse che di fatto sostituiscono il secolare istituto della confessione.

La spesa, ora d’aria penitenziaria, diviene eterna.

Al controllo pandemico, censimento (in)volontario del nero e (in)diretto strumento di appiattimento culturale in nome del bene collettivo, corrisponde il controllo calorico così proliferano i guru dell’alimentazione virtuosa e delle diete fai da te mentre il “te lo avevo detto” vegano si erge a motto nazista e i poveri runner costretti a correre ad anello attorno all’isolato vengono fissati come Talebani al check-in.

I nostri occhi non ci bastano.

Dopo aver perculato per anni gli Orientali col volto nascosto per l’incubo della Sars o delle polveri sottili e aver fissato con un sospetto velato di strisciante perversione il burqa islamico, il paesaggio antropologico italiano fiorisce in mascherine di ogni foggia e colore: dal verde chirurgico, indiretto omaggio all’eroico personale ospedaliero che rifiuta la beatificazione in funzione d’un decoroso stipendio, al filtro post-industriale stile “la città verrà distrutta all’alba”, passando attraverso l’inevitabile tricolore e alle mille e più varianti che ricordano le suonerie cafone della prima era cellulare.

I nostri occhi non ci bastano.

Già si intravedono le prime mascherine col logo delle squadre di calcio e quelle che ripropongono l’anacronistico scontro fra svastica e falce e martello ma il vizio di forma di questo morbo estetizzante è l’accettazione ad libitum della pandemia: più si personalizza la propria mascherina più ne si sdogana la permanenza ad oltranza.

L’esigenza di rendere parte della propria identità uno strumento di contenimento virale è una resa ideologica oltre che morale; la soluzione è l’indifferenza responsabile, il bagaglio leggero, la suoneria base, la mascherina bianca.

Ma i nostri occhi non ci bastano poiché dietro il bavaglio indossato criticamente contro i regimi ed ora calzato per scelta, non si intuisce il sorriso e non bastano né l’esiguo paesaggio della fronte né le rughe d’espressione a riprodurre la mimica facciale.

Le parole tornano vagiti prenatali infagottati dalla balia (o in balìa) del contagio.

Le strade depilate dal traffico si animano di volanti e pantere, ad ogni svincolo uomini in divisa e persino l’esercito vagliano generalità e autocertificazioni come ai tornelli d’uno stadio che dovrà restare deserto, mentre il terrore novecentesco della fame, attualizzato dalle fake news e dalle misure anti-costituzionali legittimate dal (presunto) stato d’emergenza, trasformano i consumatori in improvvisati predoni.

Il Capitalismo si traveste da pandemia per sancire il definitivo trionfo del bene di consumo sul bene intellettuale: l’editoria crolla, cinema e teatri restano chiusi mentre l’e-commerce triplica il fatturato e i corrieri di Amazon sprizzano arteriosi e autocertificatissimi verso il remake della fine del mondo.

Nella zona morta (o angolo cieco dell’occhio) che va dalle diciotto post-meridie alle venti, tra la chiusura degli esercizi commerciali e l’aggiornamento delle vittime, la nostalgica eco dell’aperitivo ci colpisce allo stomaco con la sua insopportabile leggerezza.

Il bar, col rito condiviso del giornale e della ciotola ricolma di snack e patatine, coi bagliori della Cimbali e i gagliardetti stipati fra la magnum della Molinari e le grappe ambrate, le grida per la stracittadina al maxischermo e il caffè sospeso, ci portano a salivare pavlovianamente compulsando il web alla ricerca di insufficienti ma necessari surrogati.

Nell’infinita parata del take away, fra delivery food e contactless delivery (quando il fattorino deposita il cibo a debita distanza in attesa che il consumatore ceda l’obolo e si allontani come un lebbroso), fra ricette da ultimare a casa ( io “risto” a casa) e dotti decaloghi del bar tender di turno (what a FAQ!) su come realizzare il proprio cocktail d’autore “quasi” perfetto, ordinare un Negroni a domicilio con la stessa gioia di chi si veda recapitare una bambola gonfiabile dopo aver chiamato il servizio escort.

L’involto di carta color fegato a prezzi più che competitivi consegnatoci da una ragazza dal sorriso ignoto (v.sopra) cui abbiamo rifiutato il selfie promozionale per spirito ant-retorico o semplice timidezza, contiene una busta di plasma con scorzetta d’arancia da fissare a un’immaginaria flebo per alcolisti, una sacca con cubetti di ghiaccio e una scatoletta di alici del Cantabrico; mentre si compone l’aperitivo più triste del mondo spalmando burro salato su del pane raffermo, baloccarsi con l’idea di un video ASMR su You Tube coi suoni campionati d’un happy hour pre-Corona virus stile Brian Eno(gastronomico) ma poi desistere per non passare dalla malinconia alla nostalgia.

Col sotto del pigiama e in maniche di camicia (io vesto a casa) bere Negroni auto-assemblato divorando tartine di pesce e intanto riflettere su quanto l’isolamento ci stia “streamando” con la sua serialità degna di Netflix, e su quanto proprio le cose più futili, quelle sacrificate e/o rimandate dai decreti governativi, siano essenziali per l’esercizio della propria inadeguatezza.

Bisogna avere il coraggio di difendere le cose inutili perché è la loro leggerezza a costruire l’essenza stessa dei nostri preziosi vuoti contro l’immane pienezza di ciò che è necessario: un tramonto non è mai servito a niente, per questo ci è indispensabile.

Come un Negroni su un altare di marmo affollato di arachidi dopo essersi segnati con le dita umide di Amuchina.

 

germano innocenti

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