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Ad occhi aperti | 16 maggio 2020, 12:01

Protagonista, antagonista, comparsa: chi siamo, noi, in ogni storia? - Room

La maggior parte di noi, nella storia narrata in “Room”, non è Joy la protagonista. È la marmaglia di persone che assiepa l’esterno della casa dei suoi genitori una volta che ci è ritornata, alla costante e disperata e ferale ricerca della propria libbra di carne

The Room

The Room

“Room” è un film del 2015 la cui produzione ha coinvolto Irlanda, Canada, Regno Unito e Stati Uniti d’America, scritto da Emma Donoghue a partire dal proprio romanzo omonimo e diretto da Lenny Abrahamson.

Joy e Jack sono madre e figlio, costretti a vivere in una piccola stanza blindata nello scantinato di “Old Nick” (l’uomo che sette anni prima dell’inizio della storia ha rapito Joy e, violentandola, l’ha messa incinta); Jack non ha idea di cosa sia e come funzioni il mondo esterno e vive in una realtà tutta sua costruitagli apposta da Joy per evitare di rivelargli la verità della loro condizione. Messa sempre più alle strette dalle domande insistenti di Jack, Joy decide quindi di ideare un piano per liberarlo e permettergli di chiamare aiuto: il ritorno alla “normalità”, però, si rivelerà arduo quanto vivere all’interno della stanza.

Sarò assolutamente sincero, questa volta. Non che non lo sia stato anche le altre, ma questa volta lo sarò in modo particolare: avrei tanto voluto parlare d’altro, questa settimana. Sì, anche l’ennesimo articolo sul Coronavirus e/o sui suoi effetti sociali o economici, correlato a un bel film apparentemente del tutto scollegato a livello di tematiche e trattazione, mi sarebbe andato benissimo.

Giuro, avrei tanto voluto parlare d’altro. E, giusto per continuare con la sincerità, probabilmente sarei anche riuscito a farlo… non fosse stato per voi.

Voi che davanti a una giovane donna che riabbraccia la sua famiglia – dopo diciotto mesi di sequestro in terra africana, e soprattutto in un momento in cui a tutti noi è stato inibito il contatto diretto con la maggior parte dei propri cari – la prima cosa a cui guardate è quello che porta addosso, l’entità in cui crede o in che modo è stata riportata a casa.

Insomma, grazie tante. L’ennesimo post sul ritorno di Silvia Romano in Italia che sono sicuro non vi piacerà, e proprio per questo sono ancor più sicuro che non capirete.

E sembra assurdo, specie in un periodo come quello attuale, dover riportare la gente all’umanità. La stessa gente che condivide ogni singolo giorno sui propri social network post e immagini e frasi di sostegno per l’emergenza sanitaria in corso, che è da metà marzo che regala applausi scroscianti e minuti di silenzio per le vittime e gli eroi di questa “terribile guerra”. E che quando le cose cominciano a mettersi meglio – per così dire, perché c’è davvero poco di “migliore” in questo inizio di fase 2 e spero che ve ne siate accorti anche voi – impiega un solo istante a individuare un nuovo nemico, qualcuno da additare, insultare, a cui urlare in faccia il proprio dissenso (chissà poi dissenso di cosa, a nome di chi e dall'alto di quale piedistallo).

Rimpiango i giorni in cui il peggio che una persona poteva fare era insultare il vicino perché andava a farsi una corsetta nei campi. 

“Room” è un film che ha ricevuto parecchio consenso e che di fatto ha rilanciato la carriera di Brie Larson dopo un periodo di stanca. Ancora di più, ha lanciato la carriera del piccolo Jacob Tremblay, uno dei bambini-attori più celebri di tutta Hollywood (ormai lo possiamo dire).

Una storia di questo tipo – pur rispettabilissima in ciò che racconta, specie perché liberamente tratta da una vicenda realmente accaduta – non poteva non impattare sul grande pubblico in modo profondo, e anche giustamente. Ma se è vero che l’Arte, di per sé, non abbisogna di alcun messaggio intrinseco per avere un senso, è altrettanto vero che trovarne uno è spesso il compito principale di chi la fruisce. Insomma, se affrontando una narrazione – di qualunque tipo – noi spettatori/lettori/osservatori non ne traiamo un qualche tipo di riflessione non abbiamo fatto la nostra parte.

Ed ecco che, quindi, identificarsi nella madre-coraggio abusata e rinchiusa per sette anni in una stanza (con, tra l’altro, il frutto di quegli stessi abusi) non è solo automatico ma sacrosanto. 

Ma è necessario smettere di prendersi in giro: la maggior parte di noi, nella storia narrata in “Room”, non è Joy la protagonista. È la marmaglia di persone che assiepa l’esterno della casa dei suoi genitori una volta che ci è ritornata, alla costante e disperata e ferale ricerca della propria libbra di carne. La gente che rende impossibile a Jack e Joy adattarsi a un mondo da cui sono stati lontani per troppo tempo (Jack addirittura da sempre).

Non siamo il protagonista di nessuna storia, se non della nostra. Non abbiamo potere o importanza in nessun’altra storia, se non nella nostra… per quanto battere su una tastiera e sbraitare attraverso uno schermo possano darci la netta impressione che sia così (e di questo, prima o poi, ne risponderemo tutti). Quindi sarebbe forse arrivato il momento di farci qualcosa di buono, con questo nostro ruolo.

Non siamo eroi, nel migliore dei casi siamo anti-eroi. Che saranno anche i più fichi di tutti, ma che spesso hanno anche una fine triste e misera.

redazione

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