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Overmovie | 17 maggio 2020, 19:06

(Co)videodrome #4: Il Signore delle Mosche

Come affermava Golding: “l’uomo produce il male come l’ape produce il miele”.

(Co)videodrome #4: Il Signore delle Mosche

ISOLAMENTO: Come nella migliore fantascienza, che non è mai fatta d’iperboli ma della cronicizzazione di malattie già in essere, il romanzo della pandemia sta dilatando le sue maglie, i negozi iniziano a riaprire, il traffico già intasa le tangenziali, le strade si maculano di adolescenti liberati dai genitori esasperati.

Tutto è quasi tornato alla normalità.

La durata di quel “quasi” è mistero insolubile.

Nonostante gli step mensili più che arbitrari ogni rito collettivo d’una certa rilevanza è per ora abolito al punto che i registi si affidano all’ i pad e nascono addirittura festival dedicati alla quarantena. Alla continenza alimentare, come se l’obesità fosse il peggior scenario possibile, si contrappone la bulimia di serie tv sempre più opzionate per le monodosi da 30-50 minuti, per la minore attenzione da dedicare alla trama ma anche per il voluminoso (e rassicurante) packaging che traccia i confini d’un intrattenimento infinito.

Il trionfo dell’offerta sulla domanda (che ormai iperventila per agglutinazione critica) e della serialità sull’opera unica determina il salto di specie da cinefili a spettatori.

L’isolamento non ha distrutto la memoria cinematografica ma la sua storia che è critica e autoriale. Nella clausura gli spazi si dilatano e i tempi svaniscono. È un naufragio in cui le vittime hanno l’oceanico privilegio dell’oblio.

 

 

Il Signore Delle Mosche

 

 

Nel 1949 George Orwell dà alle stampe “1984”, quello che potremmo definire il romanzo distopico per antonomasia, nel 1954 William Golding scrive “Il Signore delle Mosche” che resterà la sua opera più significativa al punto di condurlo al Nobel nel 1983, nel 1963 Peter Brook, regista britannico di chiara ispirazione teatrale, ne girerà la riduzione cinematografica ambientandola (non a caso) nel 1984.

È importante chiarire la cronologia poiché la pellicola di Brook trasforma la parabola morale di Golding in un monito contro il pensiero unico e il rischio nucleare (in un passaggio del film uno dei piccoli naufraghi fa un monologo proprio sull’atomo). E negli anni Sessanta il dibattito era decisamente aperto.

La trama è nota: durante un conflitto planetario degli adolescenti appartenenti alla borghesia inglese vengono imbarcati su un aereo diretto in Australia ma il velivolo cadrà nei pressi d’un’isola del Pacifico costringendoli a cavarsela da soli poiché nessun adulto sopravviverà.

Lontano dal taglio avventuristico di Stevenson o da quello satirico di Defoe, “Il Signore delle Mosche” è cosa ben diversa da una semplice storia di sopravvivenza, così dopo aver perlustrato il territorio in lungo e in largo e aver capito che si tratta inequivocabilmente di un’isola, all’iniziale euforia si sostituisce un profondo senso di smarrimento e il desiderio d’essere salvati.

A Ralph, eletto capo per la sua avvenente bonomia ma anche per il ritrovamento d’una conchiglia marina che riesce a suonare richiamando a sé tutti i dispersi, si frappone Jack, leader del coro scolastico, arrogante e carismatico, che si autonominerà cacciatore raccogliendo intorno a sé i futuri dissidenti, per niente interessati al salvataggio e annebbiati dall’odore del sangue e dal brivido omicida della caccia.

Istinto primordiale, fonte del salvifico fumo che potrebbe essere scorto da una nave di passaggio ma anche necessario alla cottura della carne, il fuoco può scaturire solo dalle lenti degli occhiali di Piggy (sciaguratamente traslato in Bombolo nella traduzione italiana), il ragazzino sovrappeso che tutti prendono in giro e che nell’immaginario di Golding diviene il custode del pensiero razionale e della logica individuale, in un certo senso l’araldo di quel mondo adulto che col passare dei giorni tende a sbiadire.

Ad affiancare questi tre personaggi-chiave ci sono Roger, il più veloce a regredire a una condizione primitiva, i due gemelli Sam e Eric, talmente complementari da mutare nel dittongo “Sameric”, e Simon che seppur pavido e irrisolto rappresenta una sorta di figura cristologica, distante dai due schieramenti e preda di vagabondaggi mistici che lo porteranno quasi alla follia.

Attorno ai “grandi” (più o meno dodicenni) ci sono i piccoli, equamente divisi fra euforia e paura, di volta in volta pronti a migrare da Jack a Ralph a seconda della situazione: fra di loro spicca il minuto Percy che recita il proprio nome, indirizzo e numero telefonico come degli amuleti contro l’anomia generale e che col progredire del naufragio finirà per dimenticare.

La svolta narrativa è l’uccisione del primo maiale cui corrisponde lo spegnimento del fuoco proprio mentre viene avvistata una nave con la conseguente lite fra i due antagonisti; Ralph si infuria con Jack che aveva il compito, insieme ai ragazzi del coro, di tenere vive le fiamme e che invece si è dato alla caccia vantandosi di offrire a tutti qualcosa di diverso dalla solita frutta razziata dagli alberi.

“In uno spasmo di ribrezzo Ralph scoprì lo sporco e la decadenza”, scrive Golding del suo eroe, l’unico a conservare dei brandelli di vestiti che lacerandosi gli donano la consapevolezza dell’identità perduta, laddove Jack sceglie invece la nudità e le pitture di guerra: “ d’un tratto la maschera fu cosa a sé stante, dietro cui Jack si nascondeva, libero dalla vergogna e dalla consapevolezza di sé”.

Dunque l’autocoscienza per Golding coincide col pudore, un concetto evangelico che Brook distorce facendo intonare ai cacciatori le note di “Kyrie Eleison” poco prima di gridare: “Sangue! Caccia! Morte!”, come se la religione fosse un rituale puramente formale da recitare con lo spirito del rovesciamento sadiano.

Nel sottobosco gracidante dei tropici, quello che ha incubato la follia di Kurz, la leadership naturale di Ralph (così simile al silente eroismo del Levov di Roth in “Pastorale Americana”) si trova a fronteggiare la purulenta matrice d’ogni totalitarismo: “Al diavolo le leggi, chi se ne frega! Siamo forti noi, siamo cacciatori! Se c’è una bestia la staneremo! L’accerchieremo e poi giù, colpi su colpi!”, si ribella Jack contestando l’autorità di Ralph che non sa cantare né cacciare.

Evocata dalla suggestionabile fantasia dei piccoli, la sagoma cangiante della Bestia, dapprima derisa quindi temuta e infine strumentalizzata dai grandi, viene tenuta a bada da una testa di maiale infilzata da un bastone come un macabro spaventapasseri presto adombrato di mosche; è questo “Il Signore delle Mosche” che dà il titolo al libro (fu T.S.Eliot a sceglierlo) e che si frappone col suo atavico feticismo allo strombo, la conchiglia assembleare che consente  a chiunque la impugni di poter parlare, simbolo, insieme al fuoco di segnalazione, del mondo civile degli adulti.

Attraverso quella che lo stesso Golding definì una favola morale  più per adulti che per bambini si scatena lo spirito dionisiaco dei cacciatori che finiscono nel giro di pochissimo tempo per diventare dei selvaggi sporcandosi le mani di sangue attraverso quello che Renè Girard definiva “sacrificio sostitutivo”.

Il bianco e nero di Brook, simile per intensità allo Stranamore di Kubrick, decentra l’attenzione dello spettatore dai colori del Pacifico (magnificamente descritti nel libro con una prosa che ricorda Conrad) al parossismo delle scene di maggior violenza che trascinano la comunità dei ragazzi dal sogno d’un’isola felice a un incubo che incenerisce ogni speranza di salvezza.

“Uccidi-la-bestia! Tagliale la gola! Versa il sangue!”, si uniscono in coro le voci dei guerrieri confusi da un’idea di potere che confina con la prevaricazione mentre Ralph confida a Piggy il proprio timore di suonare la conchiglia e non veder accorrere più nessuno: “ non riusciremo a mantenere il fuoco acceso. Diventeremo degli animali. Non verremo salvati più.”

William Golding, che prima di diventare scrittore fu un fervente religioso e poi un militare (partecipò allo sbarco in Normandia) visse una breve esperienza come insegnante e durante un esperimento didattico in cui gli studenti erano stati suddivisi in due gruppi antagonisti con un adulto come arbitro, fu costretto a interrompere il tutto prima che degenerasse pericolosamente.

Da questo saggio di “pessimismo pedagogico” nacque l’idea alla base de “Il Signore delle Mosche” (idea mutuata da Dennis Gansel per il film “L’onda”, a sua volta ispirato a “The third wave”, un esperimento sociale avvenuto nella California del 1967): Golding voleva indagare l’innata crudeltà degli uomini, esseri teologicamente decaduti e pronti a nascondere i propri egoismi dietro i sistemi politici, una visione decisamente stridente rispetto al mito del buon selvaggio di Rousseau ma anche rispetto alla logica “naturale” di rieducazione penitenziaria del Settecento e di buona parte dell’Ottocento.

In una post-fazione all’opera del 1962 lo scrittore inglese critica aspramente la  propria nazione rea d’individuare il Male sempre al di fuori dei propri confini quando invece “[…] che potrebbe accadere in ogni Paese. Potrebbe succeder anche qui.” Il Male cui fa riferimento è ovviamente il Nazismo ma la malattia che infetta i ragazzi sull’isola del suo paradigmatico romanzo è qualcosa d’infinitamente più esteso e cioè “il male di appartenere alla razza umana”.

Le chiavi di lettura di questo libro-film sono infinite come quelle d’un altro grande classico della letteratura inglese e cioè “La Fattoria degli Animali” di Orwell e non è un caso che entrambi gli autori avessero conosciuto gli orrori della Seconda Guerra Mondiale.

Come affermava Golding: “l’uomo produce il male come l’ape produce il miele”.

Germano Innocenti

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