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Ad occhi aperti | 30 maggio 2020, 10:41

Il paese in cui nessuno respira - Watchmen, This Extraordinary Being

L’America di oggi è l’America dei primi del ‘900, che è l’America della conquista del West e che a sua volta è l’America dei conquistadores e degli indios. Non è cambiata, forse non ne ha mai avuto davvero il modo o il tempo sufficiente, forse non ha mai davvero voluto farlo

Il personaggio di Will Reeves/Hooded Justice

Il personaggio di Will Reeves/Hooded Justice

Watchmen è una miniserie televisiva del 2019, di produzione statunitense, ideata da Damon Lindelof. La puntata 6 della miniserie, dal titolo This Extraordinary Being (Questo essere straordinario) è scritta da Lindelof e Cord Jefferson, e diretta da Stephen Williams.

La ministerie è ambientata nel 2019 del mondo fantascientifico-supereroistico del fumetto omonimo, in cui la storia del ‘900 d’America è stata modificata dall’esistenza di vigilanti mascherati e, soprattutto, da quella del vero e proprio “super” conosciuto come Dottor Manhattan.

Protagonisti sono i poliziotti in costume della cittadina di Tulsa, Oklahoma, che dovranno vedersela (apparentemente) con il piano segreto di un’antica organizzazione razzista simile al Ku Klux Klan.

I can’t breath”. Una frase che, credo (e spero), anche i meno anglofoni di voi ricorderanno per tutta la vita, in un periodo che sicuramente tutti ricorderemo per il resto del tempo che ci rimane. “I can’t breath”, “Non respiro”, sono le ultime parole di George Floyd, un giovane afroamericano di Minneapolis fermato dalla polizia perché apparentemente sotto effetto di droga: dal controllo George non si libererà mai più, morirà soffocato, il volto pigiato sull’asfalto, il ginocchio di uno degli agenti premuto sul collo.

Una scena ripresa (fortunatamente) in un video che ha fatto il giro del mondo e che ha portato, negli ultimi giorni, a diverse proteste ed esternazioni più o meno pacifiche ma tutte, indistintamente, giustificabili.

Un afroamericano è stato ucciso dagli agenti di polizia americani, tra l’altro con una superficialità e una noncuranza che ovviamente nascondono il gigantesco mostro sotto al letto della società americana ma che anche da sole sarebbero inaccettabili a livello umano e professionale, una notizia che rischia di non diventarlo più ma che proprio per questo decuplica la propria eco.

Il punto è, davvero, che si tratta dell’ennesimo episodio di questo genere ripreso e portato all’attenzione del mondo intero.

Nel corso dell’anno appena passato la miniserie televisiva Watchmen – su cui, son sincero, prima di vederla non avrei scommesso un centesimo, in un rigurgito di chiusura mentale dovuta al fatto che amo il fumetto d’origine di Alan Moore e Dave Gibbons quanto e anche più di molte altre opere – si è senza dubbio rivelata come una delle modalità di trattazione più profonde della tematica razziale mai realizzata. Emblematica l’apertura del primo episodio, nel quale viene ritratto l’episodio storicamente reale del massacro di Tulsa, Oklahoma, una pagina terrificante della storia degli Stati Uniti poco conosciuta sia dentro che fuori i confini nazionali.

Ma al di là della rappresentazione perfettamente coerente con il presente della lotta tra estremisti bianchi di destra e tutto il resto del mondo, a colpire davvero è l’episodio numero 6, This Extraordinary Being. Girato in un bianco e nero efficacissimo e incredibilmente simbolico, ripercorre in un lunghissimo flashback le gesta e la giovinezza del co-protagonista della serie, un ex poliziotto afroamericano “reinventatosi” - dopo essere stato vittima di un’aggressione razzista – come primo dei vigilanti mascherati, chiamato senza troppa fantasia Giustizia Mascherata.

E c’è molto da dire su questo personaggio, su cui Lindelof accentra l’intera serie realizzando un’opera di approfondimento della materia fumettistica encomiabile e perfettamente rispettosa. C’è molto da dire nel suo essere uno dei pochi sopravvissuti del massacro di Tulsa e nel rendersi conto di avere una rabbia interiore, atavica, semplicemente inarrestabile. Nel suo dover accettare, a un certo punto, che non solo il far parte di un’istituzione come la polizia non significhi per forza difendere i diritti di tutti, ma che l’unico modo per farlo davvero, per un afroamericano, è dando libero sfogo alla propria violenza. Prendendosi il rispetto che gli si dovrebbe tributare con la forza, cosa però che non spezza il cerchio e non guarisce in alcun modo le sue ferite interiori.

C’è molto da dire di una società che nella repressione e nella ricerca costante, automatica, quasi inconscia, di un nemico trova il proprio vero senso di esistere.

L’America di oggi è l’America dei primi del ‘900, che è l’America della conquista del West e che a sua volta è l’America dei conquistadores e degli indios. Non è cambiata, forse non ne ha mai avuto davvero il modo o il tempo sufficiente, forse non ha mai davvero voluto farlo. Ed è questo il vero cortocircuito, quello che stona, il riconoscere un angolo di caos in un mondo in cui più o meno diamo molto per scontato (soprattutto i diritti universali e del singolo).

Wounds need air”, “Le ferite hanno bisogno di prendere aria”, sostiene il personaggio di Giustizia Mascherata nelle battute finali della serie, di fatto smantellando completamente l’estetica del supereroe americano (e, in generale, dell’eroe/antieroe dal passato doloroso).

I problemi, le difficoltà, vanno espresse e affrontate per essere superate. È necessario un esercizio di maturità quasi stupefacente perché un singolo essere umano si possa guardare allo specchio, davvero, figuratevi quanto difficile possa essere per una nazione intera. Ma dopo ogni George Floyd (o Stefano Cucchi, tanto per dire) l’ora comincia a farsi sempre un po’ più tarda.

redazione

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