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Click sulla Psicologia | 03 giugno 2020, 13:16

Uno, nessuno, centomila volti dietro le mascherine

Il nostro cervello si ritrova, dopo anni di esperienze consolidate, a dover sviluppare nuove strategie per elaborare e interpretare i volti

Uno, nessuno, centomila volti dietro le mascherine

La mascherina rappresenta uno dei simboli di questo periodo e sta ormai diventando un accessorio quotidiano.

Tutti sperimentiamo i fastidi che crea e cerchiamo di adattarci e familiarizzare con questo dispositivo, ad esempio curandone l’estetica in modo da renderlo più affine ai nostri gusti personali.

Indossandola copriamo metà del volto, stimolo fondamentale per veicolare una grande varietà di segnali non verbali, emotivi e sociali. Questa mancanza di informazioni modificherà il nostro modo di percepire i volti?Il nostro cervello è abituato a riconoscere velocemente i visi sulla base delle loro caratteristiche: sa che hanno forma circolare, due occhi, un naso e una bocca e che tutti questi elementi sono collocati in una posizione ben precisa.

Siamo così abili a percepire i volti da sperimentare fenomeni quali la “pareidolia”, ad esempio quando scorgiamo visi in oggetti o strutture inanimate, come nuvole, case e macchine.

In Neuropsicologia i volti sono considerati una categoria distinta di oggetti, la cui elaborazione coinvolge specifiche aree dedicate.

• Occipital Face Area: analizza gli elementi che compongono il volto (occhi, naso, bocca);

• Fusiform Face Area: riconosce il volto nella sua globalità e lo distingue da altri oggetti;

• Solco temporale superiore: elabora aspetti variabilicome espressioni facciali, movimenti delle labbra e direzione dello sguardo.Questo processo rimane al di fuori della consapevolezza e non richiede alcuno sforzo cognitivo.

Perché il nostro cervello dà così tanta importanza ai volti? Questa preferenza innata si manifesta già nei neonati: dopo poche ore dalla nascita prediligono i volti agli oggetti e riescono a discriminare il volto materno da uno estraneo. Ciò accade per favorire l’instaurarsi di relazioni, in particolare con il genitore.La parte superiore del volto svolge un’importante funzione sociale legata al riconoscimento delle emozioni. Gli occhi, in particolare, veicolano gran parte dei segnali che ci permettono di capire lo statoemotivo dell’altro e di regolare di conseguenza il nostro comportamento.

A questo proposito, gli studi condotti da Paul Ekman hanno permesso di identificare le mimiche facciali che compaiono nelle diverse espressioni emozionali. Ad esempio, la rabbia viene espressa attraverso la contrazione della fronte che forma delle rughe verticali tra le sopracciglia, lo sguardo fisso e gli occhi socchiusi. Nella paura le sopracciglia si sollevano, si distendono e si avvicinano creando delle piccole rughe orizzontali sulla fronte, gli occhi si spalancano e lo sguardo è rivolto nella direzione della fonte di pericolo.

Nella gioia la fronte si distende, lo sguardo appare brillante e vivace, le palpebre inferiori si sollevano e formano delle piccole rughe intorno agli occhi.

Con metà del volto coperto, queste differenze diventano difficili da cogliere e il riconoscimento dello stato emotivo dell’altro risulta più complesso. Questa criticità potrebbe essere ancora più marcata per i bambini, soprattutto in età prescolare,dal momento che è la fase in cui imparano a “leggere” le espressioni facciali e le emozioni associate e per farlo utilizzano gli altri come punto di riferimento. E’importante in questi casi spiegare la funzione delle mascherine e le emozioni che si celano dietro di esse, in modo da aiutarli ad interpretare i segnali sociali.Inoltre, l’oscuramento della bocca e dei movimenti delle labbra rendono più difficile l’interazione verbale perchéusiamo queste informazioni per interpretare il discorso. Indossare una mascherina, oltre a modificare la voce, va inevitabilmente a precludere questi segnali complicando l’interazione per l’ascoltatore “tipico” e rendendola quasi impossibile per i non udenti.Un altro aspetto rilevante è legato alle differenze individuali nel modo in cui esploriamo i volti. Alcune persone tendono a concentrarsi primariamente sugli occhi, altre si focalizzano sulla bocca.

Queste preferenze sono influenzate dall’utilizzo delle mascherine, che ci costringono a indirizzare l’attenzione principalmente sugli occhi.

Il contatto oculare “forzato” può creare un forte disagio per chi solitamente non predilige questa modalità: dai più timidi e introversi alle persone appartenenti allo spettro dell’Autismo, in cui spesso vi sono difficoltà proprio in questa capacità.

Nel complesso, quindi, le comunicazioni possono essere meno fluide e possiamo incorrere più frequentemente in errori di valutazione ed interpretazione dei segnali verbali e non verbali. Ci viene richiesto dunque di adattarci a questa nuova modalità relazionale a diversi livelli. Il nostro cervello si ritrova, dopo anni di esperienze consolidate, a dover sviluppare nuove strategie per elaborare e interpretare i volti.

Le mascherine hanno destabilizzato anche le più avanzate tecnologie di riconoscimento facciale, ma il fattore umano possiede, a differenza delle intelligenze artificiali, una marcia in più. Possiamo cogliere le opportunità che questa situazione offre e assimilarle nelle nostre esperienze, per esempio imparando a verbalizzare in modo più chiaro le nostre emozioni e diventare osservatori più attenti e raffinati.

Artusio Irene e Bosso Elisa

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