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Cronaca | 20 giugno 2020, 12:58

Operazione della Guardia di Finanza contro il caporalato nelle vigne della Valle Belbo (FOTOGALLERY)

Arrestata una donna, con doppia cittadinanza italiana e albanese, accusata di grave sfruttamento di braccianti agricoli stranieri

Operazione della Guardia di Finanza contro il caporalato nelle vigne della Valle Belbo (FOTOGALLERY)

Approfittando biecamente dello stato di grave indigenza di immigrati dimoranti in ricoveri di fortuna – quali stazioni ferroviarie e giardini pubblici o, i più ‘fortunati’ presso la sede Caritas di Canelli – reclutava, e faceva reclutare da tre connazionali, braccianti agricoli che faceva poi lavorare – dalle 8 alle 11 ore al giorno, in condizioni di totale sudditanza psicologica – in numerose aziende agricole dell'Astigiano (in particolare comuni delle Valli Belbo e Bormida) e della confinante provincia di Cuneo, con particolare riferimento per le aree di Santo Stefano Belbo, Cossano Belbo, Baldissero d'Alba e l'Albese in genere.

Il tutto a fronte di compensi orari che non superavano mai i 6 euro, a fronte dei 10 previsti. Somme ridottissime, dalle quali venivano decurtate anche le spese di pernottamento in cascinali fatiscenti e talvolta quelle di trasporto. In sostanza, attuava sistematicamente una attività di caporalato.

Accuse – documentate dalla Tenenza canellese della Guardia di Finanza nell’ambito di un’attività di indagine, iniziata circa un anno fa, coordinata per la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Asti dal sostituto procuratore Francesca Dentis – sulle basi delle quali le Fiamme Gialle canellesi hanno tratto in arresto la presunta sfruttatrice, una donna tra i 40 e i 50 anni con doppia cittadinanza italo-albanese, e denunciato a piede libero tre suoi connazionali e presunti complici.

Questi ultimi, stando a quanto appurato dai finanzieri, si occupavano materialmente di accompagnare i braccianti presso le vigne, impartendo loro ordini e non di rado arrivando a intimidire e minacciare chi osava provare a ribellarsi. La donna passava poi all’incasso, riscuotendo dagli imprenditori agricoli presso cui gli immigrati lavoravano delle cospicue somme di denaro. Un illecito profitto che, calcolato anche con il contributo dell’INPS e dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro, ammonterebbe a circa 75.000 euro.

Terminate le lunghe giornate di lavoro, i braccianti – una trentina di immigrati di origine nord e centro africana, cingalese, indiana e albanesi – venivano riaccompagnati in fatiscenti cascinali, costretti a mangiare in ridottissimi spazi comuni, utilizzare un unico bagno in comune per entrambi i sessi e dormire su materassi gettati sul pavimento. Il tutto in condizioni igieniche estremamente precarie.

Nell’ambito dell’esecuzione dell’ordinanza cautelare in carcere, che ha visto materialmente operare i finanzieri della Tenenza canellese coadiuvati dai colleghi di Gruppo di Asti, sono state sequestrate somme di denaro e tre autovetture.

Gabriele Massaro

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