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Attualità | 25 luglio 2020, 17:45

Intesa-Ubi, sul via libera di Cuneo la benedizione del patriarca Giacomo Oddero

Il farmacista e produttore albese, ultimo presidente della Cassa di Risparmio e primo della Fondazione, promuove la scelta del presidente Genta: "Entriamo in un gruppo dal profilo internazionale, la nostra provincia ha solo da guadagnarci"

Giacomo Oddero, nei suoi 19 anni alla guida della Cassa cuneese tracciò la strada che condurrà la Fondazione Crc a diventare l’azionista di maggior peso nel composito azionariato di Ubi Banca

Giacomo Oddero, nei suoi 19 anni alla guida della Cassa cuneese tracciò la strada che condurrà la Fondazione Crc a diventare l’azionista di maggior peso nel composito azionariato di Ubi Banca

Se mai il confermato presidente della Fondazione Crc Giandomenico Genta fosse stato alla ricerca di una consacrazione sulla non facile scelta di cedere alle sirene di Intesa Sanpaolo, lasciando andare Ubi verso un destino che pare ora segnato, quella contenute nelle parole di Giacomo Oddero ha il valore di un benestare dall'altissimo peso specifico.

"Il sì di Cuneo? E’ una scelta che non posso che vedere di buon occhio. Ero preoccupato prima, piuttosto, quando la Fondazione aveva giudicato 'irricevibile' l’offerta di Intesa. Hanno fatto bene a trattare, se così è stato, e quindi ad accettare quella proposta".


Così Oddero ci risponde dalla sua abitazione di La Morra, dove insieme alla famiglia continua a produrre grandi vini di Langa e dove, ormai raggiunto l’invidiabile traguardo dei 94 anni, rammenta lucido i passaggi che segnarono il suo impegno alla guida del principale istituto di credito della provincia.

Ultimo presidente della Cassa di Risparmio di Cuneo negli anni dal 1987 al 1994, Oddero fu anche il primo dell’allora neonata Fondazione Crc, di cui promosse la nascita nel 1992 e che guidò sino al 2006, rivestendo un ruolo da protagonista nell’avviare la serie di fusioni e integrazioni che – sotto le insegne della Banca Regionale Europea prima (1995), della Banca Lombarda e Piemontese poi (1999), e infine sotto quelle di Ubi Banca (2007) – nell’ultimo quarto di secolo hanno portato la Granda a ritagliarsi un ruolo sul tavolo del credito nazionale.

"Da subito ho pensato che l’offerta di Intesa fosse da accogliere – spiega –. Perché vede, forse noi albesi abbiamo più spirito commerciale, vediamo qualcosa prima degli altri… ma il problema non è la banca. Quella rimane, fintanto che queste piazze conserveranno il loro interesse commerciale. Quello che deve contare è la Fondazione, che ha in mano i fondi che poi vengono spesi per le progettualità sul territorio. Quello è il punto, insieme al tema dei dipendenti, che ovviamente va verificato per bene. La banca in sé non se la portano via da Cuneo, da Alba o da Mondovì. I cuneesi, come gli astigiani e i torinesi d’altronde – i piemontesi in generale, direi –, sono gente seria. Magari trattano come matti su un quarto di punto d’interesse, ma poi rispettano gli impegni presi, non ti fanno perdere il capitale. Altrove non è sempre così. Fare il banchiere qui è più facile".

Se tutto andrà come gli osservatori si attendono dopo il via libera all’offerta arrivato venerdì scorso dal Cda della Fondazione Crc, il gruppo erede dell’istituto cuneese diverrà così parte di Intesa Sanpaolo. Dall’operazione in chiusura il prossimo 28 luglio quella che era già la prima banca italiana punta a garantirsi numeri che ne consolideranno il peso anche su scala europea. Visto dalla Granda, quello che a livello nazionale potrebbe segnare l’inizio di un nuovo risiko bancario, per Oddero può ben interpretarsi come un nuovo passo nella direzione di quella integrazione che segnò tutta l’esperienza da banchiere del farmacista di Alba.

"Ci riuscimmo con la Banca Regionale Europea. Non quando, da presidente della Crc prima e della Fondazione dopo, avevo lavorato per portare sotto un unico cappello le diverse casse di risparmio e fondazioni della nostra provincia: Cuneo insieme a Saluzzo, a Savigliano, Fossano e Bra. Oggi solamente Fossano è ancora autonoma, per così dire, mentre le altre sono finite tutte in mano a Bper. Ai tempi io lavorai in prima persona per arrivare a una fusione tra i nostri istituti, ma nessuno volle aderire: tutti ritenevano che con quella proposta io volessi scippare le diverse città della 'loro banca'. Io avevo un’altra visione, forse figlia dell’esperienza albese. Anche la capitale delle Langhe all’inizio del Novecento aveva una propria 'cassa', così come pure Mondovì, ma ancora sotto il fascismo entrambe confluirono con quella del capoluogo provinciale. Anche allora qualcuno protestò, ma gli albesi ne furono presto contenti. E quell’unione fece sì che Cuneo passasse poi avanti a quasi tutte le casse italiane, fino a diventare la settima per dimensioni".

Questioni di campanile, insomma. Antico vizio figlio dell’Italia dei comuni che facilmente si replica su scale superiori. Stessa sorte ebbe infatti un altro progetto di integrazione, ancora più ambizioso, che vide Oddero tra i suoi promotori.
"A un certo punto – racconta – si ragionò su una possibile unione delle casse piemontesi. Coi vari presidenti era uso confrontarsi tra noi in una riunione mensile dove a un certo il tema venne messo sul tavolo. L’idea era quella di un unico istituto che avrebbe riunito sotto le stesse insegne Torino, Cuneo, Asti, Alessandria e Vercelli. Ovviamente Crt aveva dimensioni tali per le quali avrebbe ambìto a mettere il proprio cappello sulla nuova realtà. Io proposi che, sul piano 'politico’ e dirigenziale, Crt dovesse avere sì un peso preponderante, ma che si fermasse a un 50% delle quote del nuovo istituto, mentre la rimanenza sarebbe stata ripartita secondo grandezza tra gli altri. Anche in quel caso non se ne fece nulla. Prevalsero gli interessi di bottega e si perse un’occasione importante per fare un unico gruppo, più grande, più efficiente, più «pesante»".

Allo stesso modo fallì un possibile matrimonio con Asti. "Lo propose il compianto Giovanni Goria, che era già stato ministro e presidente del Consiglio. Mi invitò a cena insieme all’allora presidente della Cr Asti Giovanni Borello, anche lui ormai mancato Ne parlammo tutta la sera, eravamo d’accordo sull’utilità dell’operazione, ma quando spiegai che ovviamente non potevo regalare nulla – che, visti i nostri numeri, se Asti contava uno, Cuneo avrebbe dovuto valere per due –, lo stesso Goria si ritrasse. Non poteva passare per quello che aveva ceduto la banca cittadina, spiegò".

"Ecco, prima di quegli anni – prosegue il racconto – finire a fare il presidente della Cassa di Risparmio voleva dire andare in pensione. Quando arrivai io invece successe il finimondo. La Banca d’Italia spingeva per le aggregazioni. Poi arrivarono le leggi di riordino delle casse, con l’obbligo di separare il capitale dal controllo, la nascita delle Fondazioni e quindi l’obbligo in capo a queste di scendere al di sotto del 50% nel capitale degli istituti, superate certe dimensioni. Io che sono farmacista e che non conoscevo questo sistema ho dovuto imparare e studiare, ho passato mesi a cercare di capire come risolvere queste e altre problematiche. Eppure, malgrado si dicesse che stavamo vendendo la provincia di Cuneo, col Banco del Monte di Lombardia abbiamo creato la prima banca regionale europea. Noi avevamo il 60% e loro il 40%, avevamo sede a Milano e abbiamo iniziato a operare su una scala sovraregionale. Ad Alba e a Mondovì la cosa era ben vista, ma a Cuneo questa operazione non piaceva. Eppure quei passi sarebbero diventati presto la nostra forza".

Per cui nessuna riserva su questo nuovo passaggio?
"Confermo. Io ero rattristato da quell’iniziale no, ma se quello era dovuto alla volontà di trattare, e se con quella trattativa si è potuto far sì che a Cuneo potesse arrivare qualcosa in più, vuol dire che la Fondazione è arrivata dove voleva. Poi bisogna vedere il tema degli sportelli e dei dipendenti, se hanno preso o meno un impegno a non chiudere piccole filiali. Quella è una preoccupazione che c’è. Ma verificato quel dato, io trovo che l’attuale consiglio abbia operato bene. Col sì all’offerta entriamo a far parte di una banca potente, un grande gruppo internazionale, il cui radicamento può essere soltanto utile a una provincia come la nostra, che ha un forte spirito commerciale, molto basato sull’estero. Con una banca così a servizio della nostra provincia abbiamo tutto da guadagnare".

Ezio Massucco

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