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Ad occhi aperti | 01 agosto 2020, 08:30

Ci raccontiamo ciò che non riusciamo a capire: i 40 anni della strage di Bologna

Quella parte di storia d’Italia – come quella di una quarantina d’anni precedente, e come tutte quelle più sanguinarie – siano spettri che aleggiano sullo sfondo delle storie che ci raccontiamo su noi stessi. Ombre su una parete, temibili e inconsistenti quanto il Lupo di Cappuccetto Rosso

Ci raccontiamo ciò che non riusciamo a capire: i 40 anni della strage di Bologna

Romanzo criminale – la serie” è una serie televisiva italiana basata sull’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo realizzata tra il 2008 e il 2010 da Stefano Sollima, Leonardo Valenti, Paolo Marchesini, Barbara Petronio e Daniele Cesarano.

La vicenda, che si snoda in due serie, racconta la vicenda romanzata di un gruppo di criminali romani attivo dal ‘77 al ‘92 idealmente ripreso dalla “Banda della Magliana”: le loro attività ripercorreranno la storia d’Italia, tra violenza, collusioni e segreti troppo grandi perché i singoli cittadini possano davvero comprenderli.

Ricorre domani, 2 agosto, il 40esimo anniversario della strage di Bologna, una ricorrenza importante per la storia del nostro paese che in un anno strano come quello che stiamo vivendo – immobile e rapidissimo allo stesso tempo – rischia di passare sotto silenzio.

I fatti molto concisi, per chi non li conoscesse: alle 10.25 di sabato 2 agosto 1980 una bomba a tempo è stata fatta esplodere all’interno della stazione di Bologna, distruggendone l’ala Ovest e uccidendo 85 persone e ferendone più di 200 altre. Gli esecutori materiali sono stati identificati, nel tempo, in alcuni militanti di estrema destra vicini ai Nuclei Armati Rivoluzionari, ma di fatto i mandanti del gesto – che è stato inserito di diritto tra gli episodi più crudeli e nefasti della storia d’Italia – sono a tutt’oggi sconosciuti (anche se si pensa siano da ricercare tra la criminalità organizzata e i servizi segreti deviati).

85 vittime, di cui 76 italiane, tre tedesche, due inglesi e una rispettivamente spagnola, francese, giapponese e sammarinese. La più piccola di loro, Angela Fresu, aveva solo tre anni.

Un episodio tragico, che nella cultura popolare e nelle varie forme d’arte è stato più volte ripreso ma che forse non ha mai davvero raggiunto – attraverso il mezzo creativo – l’importanza e la gravità che avrebbe meritato.

Un esempio è l’undicesima puntata della prima stagione di “Romanzo criminale – la serie”, tutta incentrata sull’evento – che viene messo in scena in modo convincente, tutto sommato - : i membri della banda criminale vengono tangenzialmente coinvolti dall’evento storicamente accaduto, tramite il fitto e intricato sottobosco criminale della capitale, e così facendo i tre “reggenti” - il Libanese, il Freddo e il Dandi – scoprono uno smercio parallelo a loro di eroina, che stoppano sul nascere e con i propri soliti metodi ben poco ortodossi.

Una sottotrama, uno snodo narrativo come tanti, un pretesto: è questo che è, di fatto, la strage di Bologna all’interno di una delle serie più celebri e acclamate d’Italia.

A scanso di equivoci, io sono un grandissimo fan della serie tv: l’ho rivista più volte, l’ho analizzata, apprezzo i personaggi e la tragicità del racconto e credo sia, tutto sommato, un lavoro molto più completo e apprezzabile dell’omonimo film di Michele Placido. E comprendo anche bene come gli aspetti storici siano molto meno fondamentali e importanti di quanto sembri, e che il termine “romanzo” nel titolo sia tutto tranne che casuale.

Ma la cosa mi fa pensare. Soprattutto, al fatto che quella parte di storia d’Italia – come quella di una quarantina d’anni precedente, e come tutte quelle più sanguinarie – siano spettri che aleggiano sullo sfondo delle storie che ci raccontiamo su noi stessi. Ombre su una parete, temibili e inconsistenti quanto il Lupo di Cappuccetto Rosso.

E forse non dovrebbero esserlo. O, meglio, non dovrebbero essere solo questo. Ma d’altro siamo – come e più di ogni altro sulla Terra – un popolo che vive di mitologia, di leggende, di narrazioni fantastiche. E, come sempre, ci viene automatico trasformare ciò che non comprendiamo in qualcosa di meraviglioso.

simone giraudi

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