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Saluzzese | 07 ottobre 2020, 19:17

Assolto dall'accusa di maltrattementi verso la ex: “Ho rispetto per lei e per ciò che è stato il nostro amore: non l’ho mai picchiata”

Una storia difficile, finita in querele e denunce. L'assoluzione per insussistenza dei fatti, c'è stata anche la remissione della querela da parte di lei

Assolto dall'accusa di maltrattementi verso la ex: “Ho rispetto per lei e per ciò che è stato il nostro amore: non l’ho mai picchiata”

Nella mattinata del 6 ottobre, presso il tribunale di Cuneo, è stato processato N.A., cittadino italiano di origini albanesi difeso dall’avvocato Alessandra Piano, accusato dalla ex moglie di maltrattamenti e di lesioni personali aggravate.

Un amore nato in un contesto burrascoso e approdato poi in un matrimonio dove hanno continuato a insidiarsi litigi ed esasperate discussioni. Un rapporto, quello tra i due, che rifiutava di essere messo a tacere e, a cui, come è emerso dalle testimonianze ascoltate in aula, è subentrata l’ossessione e la volontà spasmodica di trattenere l’altra persona, nonostante questa non avesse più intenzione di proseguire il rapporto.

I due convivevano, e con loro le figlie della donna nate dal suo precedente matrimonio. Lui lavorava come cameriere e lei, saltuariamente, svolgeva qualche lavoro. Molte discussioni, ha riferito l’uomo, nascevano proprio per questo motivo: “Alzavamo entrambi la voce. La spronavo a cercare un’occupazione e a sacrificarsi un po’ di più per la famiglia. Il mio stipendio non era sufficiente. Lei si arrabbiava, mi diceva che preferiva stare a casa e che, nonostante la mia titolare di lavoro fosse disposta ad assumerla, a lei non interessava, visti gli orari un po’ imprevedibili del mio mestiere. Spesso, quando tornavo a casa tardi venivo rimproverato, e ogni tanto, anche accusato di essere andato con qualche altra donna. Ho sempre evitato le discussioni, specie davanti alle bambine.” 

Citata come testimone dalla p.m. Carla Longo, è stata sentita una conoscente di entrambi le parti: “Lei era ossessionata da lui. Mi chiedeva spesso cosa facesse, se l’avessi visto e se frequentasse qualcuna. Lui mi aveva raccontato di non essere più innamorato e che non la cercava più: voleva rifarsi una vita”.

A questo, si è aggiunto il racconto della datrice di lavoro di N.A., nominata testimone dalla difesa: “Ci sono state occasioni in cui l’ex moglie è venuta a cercarlo al locale, e in una di queste lei ha voluto parlare con me: mi ha chiesto di versare direttamente sul conto gli assegni famigliari. Un altro giorno invece mi ha telefonato, mi ha spiegato il suo punto di vista, tra cui il suo aver subito violenze e, nel raccontarlo, ha fatto riferimento al permesso di soggiorno di N.A. Alludeva al fatto che se lui avesse parlato lei avrebbe potuto farglielo perdere: ho come avuto l’impressione che lo volesse ricattare. Era molto amareggiata che lui l’avesse lasciata. Conosco N.A. da molti anni, non ho dato peso alle parole della donna”.

In aula poi, sono stati riportati numerosi episodi relativi ai presunti maltrattamenti che la parte offesa sosteneva di aver subito. “L’ha mai minacciata di farla violentare e bruciare la macchina? È vero che l’ha afferrata per i capelli e trascinandola le ha detto di pulire la casa? E’ vero che ha tirato un bicchiere contro il muro in presenza delle bambine e in un altro momento le ha tirato il mazzo di chiavi in faccia?”

“Non l’ho mai minacciata, lei conosce il mio passato e penso si fosse già preparata il terreno. Sa che ho dei precedenti ma io ho rispetto per lei e per quello che è stato il nostro amore. Non è vero che in quell’occasione l’ho presa per i capelli: le cose non sono andate come ha detto lei. Abbiamo litigato, è vero, come è anche vero che mi sono lamentato perché la casa era in disordine ed io non potevo occuparmene perché lavoravo, ma non l’ho picchiata e quando ho tirato il bicchiere contro il muro, ammetto di aver avuto una reazione esagerata dettata dall’esasperazione e le bambine non c’erano: erano in camera loro. Ho sbagliato. In riferimento alle chiavi di casa posso dire che le ho lanciate, non addosso a lei ma sul divano: ci eravamo presi una pausa, io ero riuscito ad andare da mia sorella, perché tutte le volte che tentavo di allontanarmi lei mi bloccava. Ero tornato all’appartamento per prendere alcuni vestiti e in una discussione le ho detto “fai cosa vuoi della casa” e ho lanciato le chiavi sul divano, ma non l’ho colpita e non avevo intenzione di farlo”.  

L’episodio più rilevante del procedimento è stato quello in cui la parte offesa aveva dichiarato che la sera dell’11 novembre 2018 - i due abitavano separati perché si erano presi una pausa di riflessione - lui, palesemente ubriaco, si fosse presentato a casa sua pretendendo di leggere le conversazioni sul suo cellulare e, costringendola con la forza a digitare il codice di sblocco, l’avesse afferrata per i capelli e avesse cercato di colpirla con degli schiaffi sul viso e avesse tentato di soffocarla. “In quel periodo ero tornato a vivere da mia sorella, ma nonostante ciò continuavamo a frequentarci e abbiamo organizzato una cena per tentare una riconciliazione. Quando sono uscito dal lavoro sono andato da lei. Abbiamo bevuto un paio di bottiglie di vino e lei ha iniziato a parlarmi del suo ex marito: io non sono mai stato geloso del loro rapporto. Mi ha mostrato alcuni messaggi e uno in particolare ha attirato la mi attenzione: lui le aveva scritto di chiamarlo non appena fosse stata sola perché doveva dirle qualcosa. Io le ho chiesto spiegazioni e abbiamo iniziato a litigare. È vero che ho tentato di prenderle il telefono dalle mani afferrandola per i polsi, ma non l’ho picchiata. È stato uno scontro: entrambi avevamo lividi e graffi. Poi, lei ha deciso di farmi leggere il resto della conversazione: aveva chiesto al suo ex marito se conosceva qualcuno in questura per farmi bloccare il permesso di soggiorno. Nonostante questo e il conflitto però, abbiamo dormito insieme quella sera: non volevo lasciarla sola, mi dispiaceva. Lei mi aveva pregato di rimanere.” Queste le parole di N.A.

“Siamo di fronte ad una delle tante vicende che riguardano delle relazioni conflittuali in cui, a un certo punto, la parte che si sente respinta decide, dopo averle provate tutte per salvare il rapporto, di denunciare chi lascia per dei fatti mai accaduti. Non vi è alcuna prova, se non le dichiarazioni della parte offesa, per ciò che attiene i maltrattamenti e le lesioni subite. La donna ha anche ritirato la querela per lesioni aggravate, probabilmente mosse da un sentimento di rassegnazione. L’unico episodio è quello relativo alla sera dell’11 novembre 2018, ma è stata una colluttazione reciproca, non un’aggressione unilaterale. La parte offesa era ossessionata da N.A. e lo cercava sempre, anche sul suo posto di lavoro. Lui aveva trovato la soluzione a questa vicenda dopo la fine dell’amore: la separazione. Ma lei non lo accettava, infatti, come ha riferito l’imputato, prima che la separazione diventasse reale, lei non si presentava agli appuntamenti con il legale”. Così l'avvocato A. Piano ha costruito la sua difesa contro la richiesta di condanna dell’imputato a 2 anni e 3 mesi di reclusione con la concessione delle attenuanti bilanciate con la recidiva specifica del p.m. Carla Longo.

Accuse che, all’esito del contraddittorio delle parti, si sono concluse nella pronuncia della sentenza di assoluzione per insussistenza dei fatti per quanto riguarda i maltrattamenti e per remissione di querela in mancanza di aggravante delle lesioni personali nei confronti di N.A.  

CharB.

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