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Saluzzese | 14 ottobre 2020, 10:30

Nel processo sul caporalato nel Saluzzese, Cgil e Flai Cgil riconosciuti parte civile: “Difenderemo anche gli onesti del sistema frutticolo”

Le difese sostenevano che la costituzione non era ammissibile. Ma il giudice Alice Di Maio ha accolto le richieste del sindacato. La Flai: “Le motivazioni del giudice riconoscono il ruolo del sindacato su questo territorio e il lavoro costante a sostegno dei lavoratori più fragili che spesso accettano condizioni minime perché corrono il rischio di diventare invisibili”

Immagine di repertorio

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Cgil e Flai (Federazione lavoratori agroindustria) Cgil si costituiscono parte civile nel processo per caporalato derivante dall'inchiesta della procura di Cuneo, ribattezzata “Momo”.

La richiesta avanzata dall’organizzazione sindacale è stata accolta dal giudice del tribunale di Cuneo, Alice Di Maio.

L’inchiesta “Momo” risale a luglio del 2018. Nel mirino degli inquirenti, il caporalato, “un fenomeno indegno, una totale assenza di umanità e di vergogna. Abbiamo rilevato, in questa indagine, dei comportamenti indegni e delle condotte odiose: sfruttare chi è già sfruttato, come vampiri intervenire sulle persone che hanno solo le loro braccia e che scappano e vengono qui e fanno ricca questa terra": così l’aveva definito il procuratore capo di Cuneo, Onelio Dodero.

L’indagine aveva coinvolto aziende agricole del saluzzese, dove erano stati scoperti braccianti agricoli, i cosiddetti stagionali, regolarizzati in modo parziale, sfruttati in modo costante e soprattutto programmato.

L’azione investigativa di Digos, Spresal e Carabinieri dell'Ispettorato del lavoro aveva portato alla luce la posizione di 19 lavoratori, sottopagati circa 5 euro l'ora, 2,50 euro in meno di quanto previsto dalla legge.

Con contratti brevi e costantemente rinnovati, i lavoratori venivano chiamati a qualunque ora del giorno e della notte e spesso restavano nei campi a raccogliere frutta anche per 10/12 ore consecutive, anche se formalmente risultava ne lavorassero meno della metà ogni giorno.

In 40 in una stanza, per cui veniva loro trattenuta una parte della paga, in condizioni igieniche precarie. Se avevano freddo e volevano una stufa, dovevano ancora pagare. 

Non solo. Perché l’indagine aveva permesso di ricostruire anche un vero e proprio sistema: braccianti addestrati e muniti di bigliettini in caso di controllo, fingendo spesso di non capire, dovevano dire che lavoravano da pochi mesi e comunicavano un orario di lavoro ovviamente falso.

In carcere era finito, nel 2019, Momo, il caporale del Burkina Faso, l'intermediario, l'ex lavoratore che, in combutta con i due titolari di varie aziende del Saluzzese, recuperava mano d'opera tra gli stagionali che, ogni anno, vengono sul territorio per la raccolta della frutta. Sarà lui a dare il nome all’intera inchiesta.

Gli inquirenti avevano utilizzato intercettazioni telefoniche, perquisizioni nelle aziende, sommarie informazioni da parte dei braccianti per appurare che spesso venivano impiegati in attività per cui non erano formati, come l'uso di muletti o carrelli; ancora, erano esposti a pesticidi senza alcuna protezione. Non solo, in caso di proteste, venivano organizzati dei veri e propri tavoli di concertazione in cui il messaggio era semplice: "Se ti lamenti non trovi più lavoro".

Il processo, dinnanzi al Tribunale di Cuneo, si è aperto il 24 settembre. Sette gli imputati. Due dei lavoratori sfruttati si sono costituiti parte civile. Ad essi, va ad aggiungersi ora anche la Cgil e la Flai Cgil.

Sono molto soddisfatto. – commenta Andrea Basso, della Flai – Le motivazioni del giudice riconoscono il ruolo del sindacato su questo territorio e il lavoro costante a sostegno dei lavoratori più fragili che spesso accettano condizioni minime perché corrono il rischio di diventare invisibili. Questo processo ci riguarda eccome ed è una tappa fondamentale del nostro lavoro, che vuole portare legalità in un settore ancora troppo colpito da fenomeni di caporalato, lavoro nero e grigio”.

Le difese sostenevano che la costituzione non era ammissibile poiché il sindacato non avrebbe subito un danno immediato e diretto collegato con i reati contestati. Tuttavia, il giudice Di Maio, richiamandosi alla giurisprudenza pregressa, in particolare al caso ThyssenKrupp, ha dichiarato “pacifico” il diritto degli enti collettivi di costituirsi parte civile tutte le volte che viene leso un interesse che essi assumono a ragione della loro esistenza e della loro attività.

Per verificare se le associazioni abbiano questo diritto si procede con una doppia verifica: che gli interessi perseguiti siano coincidenti con quelli violati dal reato; che i valori costitutivi siano perseguiti in azioni concrete e quotidiane.

Decisiva la documentazione prodotta dall'avvocato Valentina Sandroni, che testimonia con precisione l'attività svolta dal sindacato, declinata in azioni di formazione e informazione come l'Infopoint, di comunicazione ordinaria, la partecipazione a tavoli di lavoro, i partenariati sui progetti ministeriali come “Buona Terra”, il ruolo proattivo alla stipula dei recenti protocolli siglati con la Prefettura.

Partecipare al processo è per noi un fatto di fondamentale importanza. – aggiunge Davide Masera, della Cgil – Premia il lavoro quotidiano della nostra organizzazione e dei suoi funzionari. Sono convinto che lavorare per la legalità sia la migliore difesa della parte onesta del sistema frutticolo saluzzese che, sia chiaro, noi vogliamo difendere.

Sarebbe buona cosa smetterla di accusare il sindacato di fare la caccia alle streghe: vogliamo essere portatori di una cultura del rispetto e ribadire la necessità che il sistema saluzzese venga sempre più orientato ai diritti.

Cgil difende i diritti dei lavoratori. In questo processo ci sono dei lavoratori sfruttati, noi stiamo dalla loro parte e siamo con loro”.

redazione

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