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Eventi | 19 ottobre 2020, 15:12

Un nuovo appuntamento nel calendario di Start: mostra sulla propaganda cinese alla Castiglia di Saluzzo

Fino al 1 novembre avrà luogo presso La Castiglia di Saluzzo la mostra "CINA. Rivoluzione - Evoluzione. Manifesti della Propaganda (1949-1983)", frutto della collaborazione tra l'Istituto Garuzzo e la Fondazione Hafnia

Un nuovo appuntamento nel calendario di Start: mostra sulla propaganda cinese alla Castiglia di Saluzzo

Quest’anno il rituale appuntamento con “Start/Storia e Arte Saluzzo” prevede in calendario la mostra “CINA. Rivoluzione – Evoluzione. Manifesti della Propaganda (1949-1983)”, ospite presso il complesso monumentale de La Castiglia, a Saluzzo.

Inaugurata il 18 settembre e visitabile sino al 1° novembre, è frutto della collaborazione tra l’Istituto Garuzzo per le Arti Visive e la Fondazione Hafnia. Un connubio che, unendo gli intenti di entrambi gli enti culturali, contribuisce alla valorizzazione dell’arte contemporanea a livello internazionale, promuovendo gli scambi tra Paesi e l’abolizione di confini etnici, sociali e di genere che impediscono la comprensione reciproca. 

Come chiarisce il titolo, l’esposizione consiste in una raccolta di manifesti della propaganda cinese che, a partire dalla metà degli anni ’90, per iniziativa di Stevens Vaughn e Rodney Cone furono “riesumati” dai meandri di ambienti domestici ormai inusitati per essere riportati alla luce, restaurati e catalogati. Il risultato ha condotto ad una delle più cospicue collezioni su tale tema attualmente circolanti nel mondo. Si tratta di immagini che condensano al loro interno una molteplicità di valori: storico, politico, scientifico, artistico e che, come spiega significativamente il sindaco di Saluzzo Mauro Calderoni, “oggi hanno ancora molto da raccontare, anche a migliaia di km di distanza: sono un viaggio nella trasformazione dell’arte cinese, attraverso vari passaggi e vari stili. Ci aiutano a comprendere come un moto rivoluzionario trasforma il contesto e quindi porta ad un’evoluzione della società e ci permettono di riaffermare che solamente la sedimentazione di decenni ci consente di osservare un periodo storico e giudicarlo.” 

I manifesti affissi costituiscono la traduzione concreta della concezione e uso dell’arte diffusi all’epoca della leadership comunista di Mao Tse Tung: un’arte interamente soggetta al servizio della politica, funzionale alla diffusione del socialismo, finalizzata alla promozione della classe operaia che veniva in tal modo innalzata e celebrata quale grande pilastro della nuova Cina. Nell’ottica di una “cultura rivoluzionaria”, l’arte diviene mezzo di promozione di valori, di idealizzazione dell’universo comunista, di indottrinamento della popolazione tramite immagini facilmente fruibili e direttamente comprensibili dalle masse, profondamente incisive nella loro semplicità e atte a colpire attraverso la loro immediatezza. 

Dal punto di vista artistico si tratta di opere pensate per la decorazione di ambienti pubblici e privati, che condividono numerosi aspetti col movimento sovietico del Realismo socialista. Tale denominazione ben riassume l’intento di incentivare un’arte realista nella forma e socialista nei contenuti, che, strumentalizzando elementi e scenari della quotidianità popolare, si avvicini alla cultura delle classi proletarie. 

La mostra si snoda attraverso una decina di sale, ciascuna adibita e dedicata a un tema differente: dall’internazionalismo agli eroi nazionali, dall’educazione ai progressi agricoli e tecnico-scientifici, dal ruolo conferito ai bambini a quello rivestito dalla donna nella società dell’epoca. Ne deriva una testimonianza di un periodo storico complesso e delicato, denso di conseguenze e artefice di cambiamenti imponenti. Educazione, alfabetizzazione, parità dei sessi, industrializzazione, modernizzazione tecnologica e scientifica furono infatti interessati da notevoli conquiste e passi avanti, alla volta dell’obiettivo dell’autosufficienza economica.

Costante cromatica dell’excursus di visita è il rosso, colore che diventa simbolo di un vero e proprio codice di valori improntati alla cooperazione e alla collettività, di un temperamento personale ispirato alla purezza e di una fede sociale protesa all’armonia e alla condivisione. 

In posizione inaugurale è sita la figura-cardine della Rivoluzione, Mao Tse Tung, leader del Partito Comunista cinese dal 1935 al 1976: una figura ambivalente, cui va riconosciuto il merito di un primo avviamento della Cina verso la modernità, ma parimenti la creazione di un regime disposto a fare di repressione, violenza, terrore gli strumenti atti al conseguimento dei propri fini. E l’ambivalenza è una delle caratteristiche che più chiaramente si evincono al termine dell’itinerario della mostra: tripudi di colori sgargianti e sorrisi felici, sprigionantesi dai sottili artifici tecnici e dalla perizia di artisti talentuosi, il cui idillio e spensieratezza esasperati lasciano insorgere parimenti nello spettatore un disturbante senso di forzatura e finzione, di positività imposta e veicolata dall’alto, di una vita che, lungi dalla sua realtà effettiva, veniva ritratta piuttosto per come avrebbe dovuto essere.

Ludovica Rossi

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