Ad occhi aperti - 07 novembre 2020, 14:26

Addressing the elephant in the room - Elephant, di Gus Van Sant

Strati sociali socio-economicamente in difficoltà, quindi, generano (potenzialmente) mostri. E se c’è una cosa che l’ultimo anno ci ha insegnato è che la forbice che divide questi stessi strati sociali e la maggioranza di chi riesce tutto sommato a sopravvivere è davvero stretta

Un'immagine dal film

Un'immagine dal film

“Elephant” è un film del 2003 di produzione statunitense, scritto e diretto da Gus Van Sant. Il massacro alla Columbine High School, Colorado (USA) è fonte chiarissima d’ispirazione – seppur libera – della pellicola, vincitrice della Palma d’Oro e del premio Miglior Regia al 56° Festival di Cannes. Nella vicenda vengono riprese le vite di alcuni giovani studenti liceali americani, in una sorta di “documentario” sulle loro esistenze fatte di piccoli, enormi, drammi che si traducono in drammi a lungo termine ben più gravi; tra di loro ci sono anche Alex ed Eric, che si macchieranno di qualcosa di ancora più serio.

Grande settimana per i paesi europei, no? Lockdown a intermittenza e con differenziazioni che molti (forse soprattutto quelli che non dovrebbero farlo) considerano aprioristiche, i dati della diffusione del Coronavirus che crescono in modo esponenziale, i primi freddi che arrivano. Ah, e ovviamente anche la ricomparsa del terrorismo “di matrice islamica”.

Prima Nizza e poi Vienna: due attentati molto gravi che rievocano scenari apparentemente dimenticati da quando il virus ha monopolizzato l’attenzione mediatica del mondo intero. Due attentati che le forze terroristiche estremizzate dal punto di vista religioso non hanno mancato di celebrare e, nel secondo caso, direttamente rivendicare.

Pensavamo di essercene liberati. E forse, sotto più punti di vista, l’avevamo fatto. Perché ora, quindi? E soprattutto, vi chiederete forse, perché usare come spunto di riflessione un film che tratta della tematica degli adolescenti americani armati e violenti?

Prima di tutto, perché il film è uno spettacolo. Vero. Secondo poi, perché è lo stesso titolo a calzare alla perfezione in entrambi gli scenari: “Elephant”. Elefante.

Avete mai sentito quel modo di dire anglofono, “addressing the elephant in the room”? “L’elefante nella stanza”? È, appunto, un modo di dire che serve a sottolineare come in un dato contesto ben definito esista un problema gigantesco e fondamentale ma che tutti si rifiutano di vedere o faticano a farlo.

Davvero non c’è una descrizione migliore per il fenomeno. Sia adesso che qualche anno fa, quando come incidenza appariva molto più esteso e preoccupante.

In molti casi come quelli di Nizza e Vienna, i soggetti attentatori provengono da fasce di popolazione socialmente ed economicamente precarie che nei proclami del terrorismo estremista arrivano a riconoscersi, trovando nella violenza predicata valvola di sfogo per la propria instabilità (in ogni senso possibile). Alcuni altri casi, ovviamente, vengono rivendicati a posteriori dalle forze estremiste ma non li riguardano da vicino – e di questi non ha senso parlarne in tali termini - , per la logica che nel mondo di oggi qualunque informazione dubbia lanciata nel tritacarne ha buone possibilità di impastarsi con le altre molto più solide e raggiungere una sorta di “solidità per osmosi”.

Strati sociali socio-economicamente in difficoltà, quindi, generano (potenzialmente) mostri. E se c’è una cosa che l’ultimo anno ci ha insegnato è che la forbice che divide questi stessi strati sociali e la maggioranza di chi riesce tutto sommato a sopravvivere è davvero stretta: quanti “nuovi poveri” ha creato il primo lockdown? Quanti ne creerà questa sua nuova forma “light” (entrambe comunque necessarie)?

L’elefante nella stanza siamo noi, insomma. Noi e la precarietà sociale del mondo che ci siamo costruiti attorno, meno impermeabile ai virus – di qualunque tipo e natura, concreta o ideologica – di quanto avremmo mai pensato. Virus che servono anche a illuminare zone ed elementi di questo mondo che abbiamo imparato a mettere da parte, a non vedere, a ignorare.

E, parafrasando un altro modo di dire anglosassone sempre a tema animalesco, sapete cosa fa un elefante in una stanza? Assolutamente tutto quello che vuole.

simone giraudi

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