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Saluzzese | 11 novembre 2020, 14:32

28 aziende fanno rete nella produzione bio: dal connubio tra qualità del prodotto e promozione di un territorio nasce “Bio d’Oc Monviso”

Il biologico al centro del convegno di stamane “Bio d’Oc Monviso: un territorio che cresce con il Bio”. Ne è emerso un bio, non tanto come “moda” del momento ma come realtà concreta, legata alle tradizioni e che affonda le sue radici decenni fa

Immagine di repertorio

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Un distretto formato da 28 aziende, a rappresentare “un territorio che cresce con il Bio”.

Il distretto “Bio d’Oc Monviso” è stato al centro, stamane, di una webinar che ha coinvolto i principali attori del territorio, la Regione Piemonte e i rappresentanti degli Enti locali.

Un convegno inizialmente in programma nell’abbazia di Staffarda, a Revello, e che invece, causa Covid, si è dovuto spostare sulle piattaforme di videoconferenza.

Ad aprire il valzer di interventi sul tema del bio, non come “moda” del momento ma realtà concreta, legata alle tradizioni e che affonda le sue radici decenni fa, è stato Dario Martina, della cooperativ “Il frutto permesso”, capofila del progetto.

A cavallo delle province di Torino e Cuneo – ha detto – nelle Valli del Monviso si è generata una biodiversità naturale straordinaria. Un’agricoltura straordinaria che ha generato modelli agrari molto diversificati, incentrati sulla poliagricoltura. Poi abbiamo avuto il bivio: la chimica oppure intraprendere altre strade. In molti, dalle Valli, dissero no a questo modello, e decisero di percorrere le vecchie strade.

Il biologico ha radici e ragioni antiche. Dopo i pionieri, qui l’agricoltura bio è cresciuta, con aziende importanti, conosciute e affermate anche all’estero. Questa era una consapevolezza di molti: ridare voce locale a questo biologico che andava lontano, con numeri importanti.

Il progetto era semplice: riportare il bio a casa nostra. Non solo a livello economico, ma come spirito di sopravvivenza: questo ci fa dire che dobbiamo tornare a pensare più in piccolo”.

A supportare direttamente e concretamente il distretto Bio d’Oc c’è il Parco del Monviso.

L’azione del nostro Ente – ha detto il presidente Gianfranco Marengosi basa sulla tutela e valorizzazione e promozione del territorio dell’area protetta. Lo sviluppo bio si coniuga perfettamente con entrambi.

Subito dopo viene la Riserva Mab Unesco Monviso. Voglio infatti ricordare il valore e il messaggio forte che il programma Mab ci richiama. Uomo e natura possono e devono convivere. L’attività economica e salvaguardia risorse naturali possono convivere.

Ed il bio si pone come netta sintesi di queste due esigenze”.

Ma, parlando di bio, non poteva mancare, tra i primi relatori, Armando Mariano, colui che è stato il primo presidente dell’Associazione italiana agricoltori biologici.

Per me questo è un salto nel passato – le sue parole - ma l’agricoltura bio continua ad essere realtà.

Più di 40 anni fa abbiamo iniziato ad affrontare questo problema. Negli anni Settanta e Ottanta venne costituita una commissione di tecnici e produttori, che si trovavano periodicamente per cercare di trovare soluzioni migliori per coltivare meglio e tutelare la terra. Al centro c’era l’uomo, che coltivava e consumava. Occorreva tutelare la salute di chi lavorava e mangiava.

L’altro obiettivo era la tutela della natura. Si andava incontro a grossi problemi: l’industria chimica faceva il suo boom enorme, con produzioni continue di prodotti chimici per l’agricoltura. Ci rendevamo conto che non andava bene.

Serviva cultura, rispetto e tutela: abbiamo messo giù alcune norme, anche per iscritto. Abbiamo svolto incontri a Roma, presso il Ministero: cercavamo di convincere i funzionari della validità dell’approccio all’agricoltura sostenibile. Eravamo contenti nel vedere che le nostre norme risultavano presenti nella legge sull’agricoltura bio emanata dall’Unione Europea nel 1991 e dalla legge italiana, che recepiva tutti i nostri suggerimenti.

Il nostro non era solo un problema tecnico, ma proprio un atteggiamento diverso di fronte al produrre. Si dimentica spesso che la terra è un organismo vivente, che ha bisogno di mangiare, bere e respirare”.

Le riflessioni dei protagonisti di Bio d’Oc Monviso

Il convegno ha poi lasciato spazio ai “protagonisti” del distretto Bio d’Oc Monviso.

A partire da Sergio Bunino, per il settore ortofrutta: “Ho vissuto l’evoluzione della chimica. – ha raccontato – Dalla lotta guidata degli Anni 70, alle metodiche integrate degli Anni 80, poi il biologico e il biodinamico, che oggi sta crescendo.

Direi che è stato il giusto allenamento che l’alpinista deve sostenere per affrontare la vetta più alta. Seguo aziende ortofrutticole, formo con attività sul campo e riunioni serali gli agricoltori. Perché l’agricoltore deve essere lui il primo a conoscere bene il suo terreno, il frutteto, per poter dialogare con il tecnico”.

Le specie del settore bio che vanno per la maggiore? “Il melo ed il pero. Ma anche pesco, albicocco e actinidia. Il melo è condotto con discreta facilità. Il pero è la seconda pomacea di area, in aumento. Le specie minori, come l’albicocco e il pesco, sono coltivate con più difficoltà.

Non limitiamoci a vedere il bio come pura lotta, ma come una gestione ecologica del frutteto”.

Fabrizio Oggero, settore allevamento bovini: “L’allevamento bovino è una delle attività molto diffuse e prevalente in provincia di Cuneo. Un mondo ancorato alle tradizioni, anche se la transumanza, ad esempio, sta andando a diminuire, sebbene sia la modalità per mantenere il territorio montano nel periodo estivo. Continua ad esserci, solo perché ci sono contributi PAC, altrimenti si farebbe fatica a gestire l’allevamento in malga, soprattutto con prodotti non valorizzati.

L’allevamento bovino non ha avuto un grande aumento per l’agricoltura biologica. Ad oggi contiamo solo tre allevamenti bio in Granda. Ci sono difficoltà ad allevare vacche da latte e campi con metodo bio, che spesso portano gli allevatori a desistere.

C’è anche una forte perdita di tradizioni e pratiche agronomiche, che i nostri vecchi sapevano, ma che con l’uso della chimica si sono perse”.

Enrico Tesio, settore allevamento suini: “I discorsi che oggi sembrano facili, fatti negli anni Settanta erano vistsi come controcorrente, si remava con il vento a sfavore. Oggi, la situazione è molto più facile, ma occorre riconoscere il loro lavoro di quegli anni.

Sono vent’anni che lavoro con il bio. Serve creare capacità per sopravvivere. Serve una cultura.

Le aziende hanno difficoltà oggettive nello sviluppo di un know-how specifico. Bisogna mettere insieme le migliori conoscenze scientifiche per creare aziende sempre più produttive e ancora più sostenibili, con risorse economiche da permettere alle persone di intraprendere attività con successo.

Ci sono criticità legate alle dimensioni delle aziende, difficoltà ad accedere agli investimenti.

Penso sia giusto vedere l’attività bio non in contrasto con il mondo convenzionale. Ci insegna molte cose, come uscire dal pensiero standard. Ma dobbiamo imparare qualcosa dall’agricoltura e zootecnica industriale. Per organizzare meglio le nostre attività”.

Luisella Rosso settore allevamento ovicaprino: “La strada per noi non è quella dell’allevamento intensivo o dell’utilizzo di prodotti chimici. Abitiamo in una zona collinare, che si presta di più ad un allevamento estensivo, e non intensivo. È vero che ci sono problemi, magari legati anche alla mentalità, ancora un po’ retrò.

Ma noi, qui, vendiamo prodotti direttamente anche al privato: c’è un buon riscontro, la gente cerca di cambiare mentalità. È positivo. La gente si accorge che non possiamo continuare a sfruttare in questo modo la terra, non è giusto giusto per noi, per la terra e per le persone a cui la lasceremo.

Noi abbiamo animali di 10 anni in produzione, con rendite diverse dai capi di 3-4 anni. è una scelta di vita nostra: far vivere al meglio, con tempi più lunghi, gli animali, senza produttività massima per tutto il periodo, ma con rispetto per gli animali. Deve passare il concetto di avere più rispetto per ciò che la terra ci fornisce”.

La Regione: “Idea vincente aver previsto attività promozionali”

Il progetto rientra nella misura 16.4 del Piano di sviluppo rurale. Una misura innovativa che a sua volta fa parte del pacchetto 16, della cooperazione.

Cooperazione perché, ha spiegato Daniela Scarzello, funzionaria della Direzione Agricoltura della Regione Piemonte, “nelle aree rurali, magari più marginali, bisogna lavorare sulla cooperazione tra aziende, per migliorare la loro permanenza sul mercato globale, aggressivo.

L’obiettivo è chiaro: bisogna creare un mercato locale ed un’identità territoriale per lo sviluppo e la sostenibilità. Un patto tra consumatori e produttori di quell’area. Un patto sociale che permette da un lato, al produttore, di avere capacità reddituali maggiori e di presentarsi al consumatore con un’offera produttiva maggiore. Il consumatore, invece, avrà prodotti salubri, freschi e di filiera corta.

L’idea vincente, nel distretto Bio d’Oc, è stata l’aver previsto ad attività promozionali. Le aziende piccole sovente soffrono di mancanza di visibilità”.

Dopo di lei, Jacopo Chiara responsabile Progettazione strategica e green economy: “Come Regione ci occupiamo anche di costruire strategie per lo sviluppo sostenibile e per i cambiamenti climatici. La comunità è comunque la base per qualsiasi costruzione di modelli di gestione, sia territoriale, economica o sociale, secondo gli obiettivi dello sviluppo sostenibile”.

Serve il supporto fondamentale degli Enti locali

Per realizzare i tanti obiettivi e per muovere interesse sul territorio, come rimarcato da Dario Martina, serve il supporto degli Enti locali.

Occorre insegnare buone pratiche, a partire da quella primaria: l’alimentazione. – ha spiegato – Il coinvolgimento del Enti locali è fondamentale: sono, sul territorio, i veicolatori del messaggio, per coinvolgere più e meglio i rappresentanti del commercio locale e tutti quelli che mangiano: dalle mense scolastiche a quelle delle case di riposo e degli ospedali. I Comuni devono diventare i veri protagonisti del biodistretto”.

E, alle parole di Martina, hanno risposto positivamente tanti Amministratori del territorio.

A partire da Giulio Re, consigliere con delega all’agricoltura di Lusernetta: “Nel suo piccolo Lusernetta ha fatto un percorso di agricoltura bio, sia nel settore frutticolo che nella zootecnica. La frutta è andata avanti più spedita: abbiamo tre aziende, seppur piccole, ma con una decina di ettari bio, più del 60% della superficie frutticola del nostro territorio. Tutte le mele coltivate a Lusernetta sono certificate bio. Abbiamo un apicoltore con 400 arnie che producono miele certificato bio.

Bisogan fare tutto il possibile per dare valore aggiunto a questi prodotti, per la sostenibilità economica delle aziende, passate dalla filiera lunga alla corta, con la vendita diretta.

C’è ancora una grandissima fetta del mercato che non ha capito cos’è il bio, senza recepire i valori che stanno dietro a questa produzione”.

Pinerolo, nel lontano passato, aveva una vocazione agricola, che ha perso nel tentativo di rincorrere vocazioni industriali. – ha detto Christian Bächstädt, assessore di Pinerolo – Col tempo e le crisi economiche abbiamo perso la parte industriale. Ho però il piacere di constatare che negli ultimi anni sono nate nuove realtà, condotte da giovani ragazzi, che sono speranza per il futuro.

Pinerolo ha un vantaggio: è un centro acquisto importante, anche per il mercato bisettimanale, particolarmente grosso. Ben vengano queste iniziative. Possono far nascere e crescere attività produttive bio importanti. E far attivare un concetto di economia circolare”.

Per Barge è invece intervenuto l’assessore Elio Trecco: “Ho sempre seguito l’azienda di famiglia, che oggi vanta una produzione bio di kiwi pari a 5, 6 ettari. Come Amministrazione portiamo avanti un progetto di bio parco, con produzioni ecosostenibili.

Abbiamo una Comunità Slow-food che nel giro di un anno dalla nascita ha creato un mercato molto promettente, che speriamo di continuare ed allargare anche ai prodotti bio. Abbiamo poche aziende sul territorio, tuttavia ci sono tutte le intezioni per portare avanti il progetto. Avremo a disposizione dei locali lungo la futura pista ciclabile dove pensavamo di proporre degustazioni, con assaggi e forse un piccolo ristorante per servire tutti i prodotti del territorio.

Con un progetto condiviso per un’agricoltura sostenibile e un percorso bio”.

Siamo da sempre favorevoli al bio. – le parole di Gianfranco Latino, assessore di Bagnolo Piemonte – Il nostro territorio ha caratteristiche che permettono al bio di potersi qui affermare. Bagnolo è caratterizzata da un’estrema varietà: passiamo da un’altitudine di 300 metri alla vetta del monte Frioland che supera i 2700 metri.

C’è una biodiversità agraria di tutto rispetto. Ambiente e storia ci aiutano. I prodotti agricoli bio con una forte connessione territoriale possono loro stessi promuovere il territorio. L’agricoltura bio è la linea guida al centro delle politiche agricole europee, che guidano anche quelle nazionali e regionali”.

Marta Ardusso, vicesindaco di Cavour: “Consci dell’importanza di tutelare e valorizzare il territorio, sappiamo quanto sia fondamentale trovare la giusta mediazione tra economia, società e ambiente. I Comuni devono trovare questa mediazione per andare avanti”.

Davide Bianciotto, consigliere comunale di Bricherasio: “Nel mio paese rivesto il ruolo di Amministratore, alla mia prima esperienza, che cerco di portare avanti allo stesso modo di come porto avanti il mio lavoro. Come fa la gente di questo territorio, che fa parte di questo progetto.

Tutti i nostri territori hanno un asso nella manica, un asso d’oro che è la microimprenditorialità. Siamo tante microimprese attaccate con orgoglio a questo territorio che non abbiamo abbandonato.

Un territorio bello da riscoprire. Questi devono essere punti cardine per far rete.

Dobbiamo educare i giovani al bio. Che offre filiere di prodotti unici. Bio d’Oc Monviso dev’essere il contenitore, la partenza per far conoscere a tutti i consumatori questi prodotti”.

Francesca Neberti, assessore Città di Saluzzo: “Sono Amministratrice da sette anni, in una città che ha un territorio prevalentemente rurale, con un settore primario trainante per l’economia. Abbiamo sempre cercato di svolgere azioni a tutela delle aziende agricole. Gli insediamenti produttivi sono un presidio del territorio, per la salvaguardia paesaggio, per i quali abbiamo un occhio di riguardo.

Saluzzo è caratterizzata dal settore frutticolo ma anche da quello zootecnico.

Negli anni abbiamo lanciato anche il mercato della terra, insieme a Slow-food, per avvicinare il consumatore alle tipicità del territorio. Perché il consumatore è sempre più attento ai prodotti e la loro vicinanza al territorio è elemento importantissimo”.

Ni.Ber.

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