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Ad occhi aperti | 14 novembre 2020, 18:32

Ci vuole tempo per sminare un paese - The Last Post

Sempre che ci sia una tempistica con cui le ferite dell’umanità si muovono e conclusa la quale possono dirsi almeno cicatrizzate credo sia più o meno questa. E penso, quindi, a quanto siamo stati rapidi a considerare cicatrizzata la ferita più grande di questo 2020, e al fatto che probabilmente non lo sarà per diverso tempo

Ci vuole tempo per sminare un paese - The Last Post

The Last Post è un cortometraggio del 2001 di nazionalità anglo-spagnola, scritto da Raf Santana e diretto da Dominc Santana.

Nominato nell’anno di uscita tra i migliori cortometraggi al premio BAFTA, è ambientato a Buenos Aires nel 1982 e riprende le atmosfere della Guerra delle Falkland, basandosi su un fatto realmente accaduto: due soldati, uno britannico e uno argentino, quest’ultimo ferito, si conoscono sul campo di battaglia e finiscono per legarsi empaticamente l’uno all’altro. L’arrivo di un plotone inglese, però, riporterà entrambi all’assurda e spietata tragicità della guerra.

Forse l’avrete sentito: proprio in questo weekend il governatorato delle isole Falkland organizzerà una grande cerimonia nell’occasione del brillamento dell’ultimo ordigno inesploso dell’epoca del conflitto omonimo.

La Guerra delle Falkland – per chi non lo sapesse o non lo ricordasse – è stato un conflitto militare tra Inghilterra e Argentina per il controllo delle isole in questione durato dall’aprile al giugno 1982; vinto dall’Inghilterra ma iniziato dal governo argentino in un disperato tentativo di rimpolpare i consensi capitalizzando sul sentimento nazionalistico, ha reclamato la vita di 255 militari inglesi, 649 militari argentini e tre civili locali. E lasciando sul territorio delle isole decine di migliaia di mine inesplose.

A procedere con il programma di brillamento e rimozione degli ordigni – che è iniziato nel 2009 e si concluderà, appunto, dopo 11 anni - è stata una task-force di contractor dello Zimbabwe.

Proprio agli eventi della Guerra delle Falkland – e, nello specifico, a un triste e macabro episodio realmente accaduto – si rifà il concept del cortometraggio “The Last Post”, che vede il conosciuto Gael García Bernal nei panni di José Francisco, il militare argentino ferito. Una piccola opera di poco più di un quarto d’ora di minutaggio totale, che ha dalla sua soprattutto una buona ricostruzione delle atmosfere del conflitto (oltre, ovviamente, alla performance di Bernal).

Ma perché parlare della Guerra delle Falkland, di Inghilterra, di Argentina e di Zimbabwe? Specie in un periodo in cui le notizie, soprattutto nostrane, certamente non mancano.

Prima di tutto, perché questo conflitto è uno dei più recenti ma anche dei meno conosciuti e rappresentati a livello di cultura popolare, ed è sempre bene non dimenticarlo. E poi perché credo che la rimozione dell’ultimo ordigno inesploso sia uno spartiacque importante a livello storico, un segno fondamentale della volontà del mondo non di seppellire ciò che è stato ma di guardare oltre: ovviamente, a livello internazionale, questo è già stato fatto negli ultimi quarant’anni ma immagino che per gli abitanti dell’isola e per chi è stato toccato, direttamente o indirettamente, dal conflitto stesso possa avere un vero significato.

Ma soprattutto, mi stupisce il tempo che è stato necessario per realizzarlo, questo passo definitivo e importante. Quasi quarant’anni non è poco, è un’intera vita adulta.

Sempre che ci sia una tempistica con cui le ferite dell’umanità si muovono e conclusa la quale possono dirsi almeno cicatrizzate credo sia più o meno questa. E penso, quindi, a quanto siamo stati rapidi a considerare cicatrizzata la ferita più grande di questo 2020, e al fatto che probabilmente non lo sarà per diverso tempo.

Serve aria, serve spazio, a volte serve anche un po’ di saliva. Ci vuole meno strumentazione, insomma, che a liberare un paese intero dai residuati bellici inesplosi. E ci si arriverà, sicuramente.

simone giraudi

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