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Cronaca | 23 novembre 2020, 10:39

Condannato a 10 anni per il tentato omicidio di un dipendente: al via il processo d’appello

I fatti nel maggio 2019 in un’officina meccanica di Salmour. A fare le spese dell’aggressione un 47enne di origini romene residente a Cherasco

A Torino il secondo atto del processo all'artigiano di Salmour

A Torino il secondo atto del processo all'artigiano di Salmour

E’ fissato per l’udienza in programma venerdì 11 dicembre davanti alla II Corte d’Appello del Tribunale di Torino, presieduta dal dottor Mario Amato, l’avvio del giudizio di secondo grado nei confronti di Giuseppe Sanino, 63enne titolare di un’officina di riparazioni macchine agricole di Salmour che il 18 dicembre 2019 venne condannato dal Tribunale di Cuneo (presidente Marcello Pisano) a una pena di 10 anni di reclusione e al pagamento di una provvisionale di 50mila euro nei confronti della vittima per avere attentato alla vita di un suo saltuario collaboratore, Petru Doloca, 47enne cittadino romeno residente a Cherasco.

I fatti oggetto del giudizio risalgono all’8 maggio 2019, quando Sannino aggredì Doloca al culmine di un litigio, ferendolo gravemente. A evitare il peggio era stato il fratello dell’imputato: “G. teneva un coltello da una parte e dall’altra una barra di ferro, aveva una faccia da bestia che non gli avevo mai visto”, raccontò  il testimone in aula. “L’ho trattenuto mentre lui continuava a urlare ‘deve finirla di insultarmi’”.

La vittima, costituita parte civile con l’avvocato albese Roberto Ponzio, ha riportato lesioni permanenti al 20%, con indebolimento della funzione masticatoria e lesioni alla palpebra.

Secondo il consulente psichiatrico della Procura, l’imputato soffrirebbe di un lieve deficit intellettivo, non tale però da pregiudicarne la capacità di intendere e di volere, e “ha un vissuto persecutorio nei confronti degli stranieri, in particolare albanesi e africani”, oltre a sentirsi svalutato in famiglia e “messo da parte” rispetto al fratello.

L’imputato con dichiarazioni spontanee  si era limitato a dire di essere stato “tormentato per anni”: “Diceva che ero ricco, e continuava a insistere”.

In giudizio l’avvocato difensore Pier Carlo Botto aveva chiesto che il fatto venisse riqualificato in lesioni gravissime: “Si tratta soltanto di uno sfregio, è stato leso un nervo superficiale. Si può parlare di una riduzione della capacità di intendere e di volere, testimoniata dal comportamento illogico di Sannino e dalla reazione spropositata alla frase ‘tu sei ricco, hai un sacco di soldi’”, aveva argomento, chiedendo inoltre – istanza finora non accordata – la concessione degli arresti domiciliari, a fronte dell’assenza di precedenti giudiziari dell’uomo e dei problemi pregressi.

Analoghi presupposti sono ora alla base dell’istanza di appello, avanzata richiamando le argomentazioni contenute nella perizia di parte con la quale il medico legale torinese Lorenzo Varetto aveva parlato di "ferita poco profonda", inidonea quindi a integrare una concreta volontà omicidiaria, insieme ai disturbi mentali del suo assistito e al fatto che egli avesse reagito a provocazioni subite nel corso di anni da parte della vittima.

Di avviso diverso l’avvocato Ponzio, che come rappresentante di parte civile giudica "le censure formulate nell’atto di appello infondate", mentre ritiene la sentenza emessa dal Tribunale di Cuneo "sorretta da adeguata motivazione e meritevole di essere confermata". "La volontà omicidiaria è ben desumibile dallo svolgersi dei fatti – ribadisce Ponzio –, con un colpo inferto in una zona vitale, dal tipo di arma utilizzata e dal successivo inseguimento della vittima, avvenuta brandendo con furia una sbarra di ferro con la palese intenzione di uccidere".

E. M.

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