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Al Direttore | 24 novembre 2020, 13:49

"C'è molta strada da fare per eliminare la violenza sulle donne, di ogni tipo. Anche rispetto alla solidarietà femminile"

Riceviamo e pubblichiamo

Foto generica

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Gentile Direttore, 

domani è il 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Come ogni anno constatiamo, nel nostro paese e nel mondo, passi avanti o anche no. Aumenta la sensibilità e l’attenzione pubblica contro questo crimine, cresce il numero di denunce delle donne, che non si fanno più fermare dalla vergogna o dalla paura o ancora da un controproducente e pericoloso senso di comprensione o di perdono. Si accresce, anche nella nostra provincia, l’impegno di molte associazioni che aiutano e sostengono le vittime.

Ma la pandemia rende più difficile la loro attività, e diminuiscono le possibilità di accoglienza nei centri antiviolenza e nella case rifugio. Pandemia che in non poche famiglie, nel chiuso delle loro abitazioni, può generare tensioni, maltrattamenti e violenza. E aumentano gli abusi sulle persone più vulnerabili, compresi i minori. Purtroppo succede anche che, negli ultimi giorni, l’attenzione pubblica e mediatica si sia focalizzata su un vergognoso caso  di Revenge porn (vendetta porno), reato relativamente al quale, dall’estate 2019, l’ Italia si è finalmente dotata di una legge di tutela.

Cos’è il Revenge porn? E’ il reato compiuto da chi, dopo aver realizzato o sottratto immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate. La pena prevista, se si considera il danno fatto alla persona, quasi sempre donna, è persino tenue: è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000.

In questi giorni, un tizio mette in rete immagini di sesso con la sua ex, per vendetta, perché la storia si è conclusa. La ragazza è una maestra d’asilo. E che cosa succede? Che le mamme dei suoi piccoli alunni, nonché la direttrice della sua scuola, fanno di lei “l’imputata”, le prime stigmatizzando il suo comportamento, non quello del suo ex, e la seconda licenziandola dalla scuola.

La ragazza non è stata zitta, come tanti avrebbero voluto, e non si è arresa e a chi le ha detto che avrebbe dovuto provare vergogna, ha risposto rendendo pubblica questa storia. Storia in cui a provare vergogna avrebbero dovuto essere tutte le altre persone coinvolte. Quel cattivo ragazzo che ha violato il suo privato. Quelle madri che ne hanno condiviso la cattiveria per un distorto senso di responsabilità. Quella direttrice che l’ha costretta alle dimissioni.

Pensano equivocamente, come scrive Michele Serra su La Repubblica del 20 novembre u.s., “ che fare sesso sia cosa di cui vergognarsi; mentre la sola cosa davvero vergognosa è la diffusione non autorizzata, dunque violenta, di quelle immagini”. Come se nel sesso ci fosse qualcosa di  immorale.

Mentre immorale è quello che la ragazza ha dovuto sopportare. Una donna da ringraziare per il suo coraggio, per non essersi nascosta, perché ha trovato la forza di denunciare la violenza che le è stata inflitta.

Anche per questo, in questo difficile 2020, diciamo, come diciamo ogni anno, che c’è ancora molta strada da fare, in primis culturale. Anche rispetto alla solidarietà al femminile. Dovremmo ricordarci, noi donne, che in qualsiasi ambito, nessuna si salverà da sola.

Grazie,

Rosita Serra - Democratiche Cuneo/Pd

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