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Attualità | 24 novembre 2020, 11:54

Nel manifatturiero la Granda è prima della classe in Piemonte nel terzo trimestre del 2020

Oltre un'azienda su tre vuole tornare in Italia dopo aver delocalizzato in Cina o in Est Europa. Intanto il rimbalzo rispetto a giugno rischia di essere limitato dalle nuove incertezze della seconda ondata

Nel manifatturiero la Granda è prima della classe in Piemonte nel terzo trimestre del 2020

Come il Veneto, ma meglio della Lombardia. E' un terzo trimestre 2020 con dati (ancora) tutti negativi, quello dell'economia piemontese, ma con un leggero rimbalzo rispetto al giro di boa di giugno, quando il crollo era evidente e figlio di un lockdown rigoroso. Dal Coronavirus, però, si è imparata una lezione importante: la "moda" della delocalizzazione sembra essere terminata e più di un'azienda su tre ha in mente di tornare "a casa" da qui al prossimo anno.

E' questa la foto la scattata a settembre da Unioncamere Piemonte, ma è una foto sfocata: il soggetto è infatti in continuo movimento, difficile da fermare in un'istantanea. E infatti il clima di fiducia tra le aziende piemontesi in vista della fine dell'anno già mostra di aver "percepito" le nuove difficoltà della seconda ondata di Covid e dunque sta di nuovo peggiorando.


Le cifre: un "rimbalzo" strozzato dalla seconda ondata
I conti dicono che il tessuto produttivo continua a impoverirsi: rispetto al terzo trimestre del 2019 sono 738 le imprese in meno in Piemonte, mentre sul decennio sono 8244 le attività che hanno chiuso i battenti.

Sui parametri economici, restano i segni meno, anche se la situazione appare meno drammatica di giugno. Per quanto riguarda la produzione industriale il calo è di -2,4% (dal -15,3% del secondo trimestre). L'industria alimentare è tra i settori che sono andati meno peggio, ma anche i mezzi di trasporto con un -0,1% si sono mostrati stabili rispetto al terzo 2019 (spinti soprattutto da una produzione auto in grande crescita, superiore al 25%).

Il vero malato è il tessile, in calo del 16%. Ecco perché la provincia di Biella fa -14,1% (ma vanno male in tutto il nord, da Verfcelli -6,3% e Vco -4,3%) mentre Torino fa -2,9%, Asti fa -3,8% (pagando soprattutto la flessione delle bevande) e Alessandria limita i danni a -0,9%. La prima della classe è Cuneo, che fa addirittura +2,7%, con tutti i settori che vanno bene e anche un tessile che soffre molto meno che altrove.

Sul fronte ordinativi interni il calo è del -3,2% (con i mezzi di trasporto a +1,9% e unico settore a crescere), mentre gli ordinativi esteri segnano un -3,4% con tutti settori negativi.

 

Ancora in negativo anche il fatturato che segna un -1,5% (con l'alimentare a +0,8% e mezzi di trasporto +4,3%) mentre il tessile fa -15,4%. Fa peggio il fatturato estero (-2,5%) con l'alimentare a +2,2% e i mezzi di trasporto a +0,9%, mentre è ancora il tessile a soffrire.

 

 

L'utilizzo degli impianti è in recupero rispetto al passato, risalendo al 61,8%.

A livello complessivo, però, nei primi nove mesi i dati parlano di una produzione in calo del -7,8%, gli ordinativi a -8,5%, gli ordinativi esteri a -7,1% e il fatturato a -7,2% (di cui la componente estera a -6,2%).

La lezione del Covid: c'è voglia di tornare a casa
Dalle difficoltà della pandemia, però, c'è un effetto che nel medio termine potrebbe portare benefici stabili all'economia regionale. Tante aziende che avevano portato oltre confine produzioni (e posti di lavoro) ci sta ripensando. 
Se chi ha delocalizzato ha scelto negli anni passati soprattutto la Cina (31%), Balcani ed Est Europa (30%) e il Nord africa (11%), oggi il 35% vuole tornare in Italia: il 59% già nel 2020, mentre un altro 29% lo farà entro il 2021 e solo un 12% si spingerà oltre quella data.
Tra i motivi (e qui pesano davvero le lezioni apprese durante il periodo-Covid) compaiono con evidenza sia le difficoltà di coordinamento (43% come col lockdown in primavera), che la scarsa qualità della manodopera (29%), fino al valore aggiunto legato al Made in Italy (21%), così come l'incremento del costo del lavoro dove si è delocalizzato. Non manca un 14% che vede più difficile la tutela delle competenze e del know-how.

"Ora servono certezze e politiche a sostegno degli imprenditori che altrimenti gettano la spugna"
In futuro, il timore spazia dalla zona rossa al timore di lockdown, fino alla contrazione dei consumi. "La preoccupazione, ma spero di essere smentito, è sulla nuova evoluzione e forse dovremo attendere fino al secondo trimestre del 2021 per valutare appieno gli effetti di questo nuovo lockdown - commenta Gian Paolo Coscia, presidente di Unioncamere Piemonte confermato proprio nella giornata di ieri per il prossimo triennio -. Speriamo che presto il Piemonte possa presto passare dalla zona rossa ad arancione, per apportare prime modifiche ai modelli produttivi".
"Spetta al mondo istituzionale dare risposte certe a tutti i settori, adottando risposte efficaci per non far gettare la spugna ai nostri imprenditori".

"Dobbiamo mantenere salda e coesa la filiera - dice Teresio Testa, direttore regionale Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria di Intesa Sanpaolo - e la presa di coscienza da parte dei capi-filiera anche per il reshoring fa ben sperare per il futuro. In ogni caso la liquidità nel sistema c'è e dunque sono nelle condizioni di sostenere gli anelli più deboli della catena e sviluppare investimenti che in una fase come questa devono essere valutati, ponderati, ma pensando a un futuro che potrebbe essere diverso rispetto a quanto pensavamo solo qualche mese fa".

"In tanti stanno vivendo questo periodo come una sfida, facendo sviluppo e investendo, anche nelle competenze - aggiunge Fabrizio Simonini, regional manager nord ovest di UniCredit -. Ci sono però settori come il turismo, la ristorazione, il commercio al dettaglio e i servizi che vanno ripensati in maniera robusta: anche a loro non va fatto mancare il supporto nelle erogazioni, oltre a quelle già effettuate in questi mesi".

Massimiliano Sciullo

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