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Attualità | 25 novembre 2020, 07:30

Nel Cuneese, "in attesa di indicazioni, il sistema neve si prepara ad aprire in sicurezza"

Cuneo Neve prende posizione sulla questione che in queste ore sta catalizzando l’attenzione sul sistema neve: "A rischio è la tenuta stessa dell’economia di montagna". Interviene anche l'ATL del Cuneese, con il suo presidente Mauro Bernardi

Immagine di repertorio

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Cuneo Neve prende posizione sulla questione che in queste ore sta catalizzando l’attenzione sul sistema neve. Il dibattito sull’apertura o meno delle piste da sci durante le vacanze di Natale.

Dopo che la Conferenza delle Regioni ha approvato il protocollo sanitario per l’utilizzo degli impianti di risalita in sicurezza, il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, rimanda ad un prossimo Dpcm la possibilità di aprire la stagione sciistica.

A partire da questo week end in alcuni dei comprensori si è iniziato a produrre neve artificiale e gli operatori sono al lavoro per garantire l’applicazione di tutte le norme di sicurezza, “ma siamo consapevoli che la situazione è complicata – commenta Massimo Rulfi, vice presidente di Arpiet e presidente di Frabosa Ski - Per questa ragione stiamo lavorando da mesi con gli enti pubblici e gli uffici preposti per arrivare ad una soluzione che possa salvaguardare la sicurezza in primo luogo e in seconda battuta anche gli interessi economici che le decisioni che si andranno a prendere toccheranno”. 

Continua Rulfi: “Il Piemonte è strutturato in modo tale che per migliaia di famiglie esistono le famose “due fasi” periodo con la neve e periodo senza la neve. Su questa suddivisione si basa la vita lavorativa di migliaia di persone che vedrebbero messa a rischio lo stesso mantenimento delle loro famiglie”.

Prosegue Gianluca Oliva consigliere Arpiet e Anef, oltre che amministratore delegato di Prato Nevoso Spa: “Il sistema neve crea un'economia pazzesca, dire no alla montagna non significa solo non aprire gli impianti da sci, ma dire no a tantissime famiglie, posti di lavoro, un indotto di interi territori, dagli alberghi, ai maestri di sci, ai negozi, noleggi, baite. Una perdita che sarebbe inestimabile”.

In Piemonte per ogni euro speso in skipass, l’economia regionale ha un ricavo indotto di circa 12/13 euro, che corrisponderebbe a poco meno di un miliardo. Cifra che, se dovesse venire a mancare, intaccherebbe in modo profondo il PIL del Piemonte.

Conclude Roberto Gosso presidente di Cuneoneve e titolare di Entracque Ski: “Dobbiamo ancora risollevarci dalla chiusura in anticipo della passata stagione, alcune stazioni hanno subito anche i rovinosi danni dell’alluvione del mese di ottobre e stimiamo che procrastinare l’apertura dopo le vacanze di Natale comporterebbe una perdita del 50% rispetto alle passate stagioni: oltre ai 400 operatori, tra titolari, personale delle stazioni e maestri di sci, c’è da calcolare un indotto di circa 4000 mila persone che vive grazie all’industria della neve.

A rischio è la tenuta stessa dell’economia di montagna”.

Rispetto alla possibile non-apertura delle stazioni sciistiche interviene anche il presidente dell’ATL del Cuneese Mauro Bernardi: L’ipotesi di uno stop degli impianti di risalita deve essere riconsiderata: si tratterebbe di un danno enorme per tutto il Cuneese, con migliaia di posti di lavoro messi a rischio e un’economia già sofferente (specialmente nelle valli alluvionate) che rischierebbe il collasso.

Credo che, con le giuste precauzioni, si possa usufruire della montagna. Mi unisco perciò a quanti richiedono in coro di rivedere questa decisione ripensando alla montagna come a un luogo sicuro dove sia consentito l’asporto negli esercizi di somministrazione e la fruizione contingentata dei servizi, nel pieno rispetto delle regole e del distanziamento.

La montagna offre molteplici proposte di fruizione, anche non legate agli impianti di risalita, ma è innegabile che il peso economico di questo settore è significativo per l’intero comparto turistico della provincia.

Credo che questa sia la conferma di quanto “la lobby del mare” sia prevaricante rispetto alla montagna: quando si è trattato di aprire gli stabilimenti balneari la scorsa estate, ci sono stati ben pochi ripensamenti e dopo 10 primi giorni di restrizioni, si è passati a una quasi totale fruizione delle spiagge.

Per sua natura, la montagna non crea assembramenti e, nel caso delle stazioni sciistiche in particolare, gli impiantisti stanno lavorando per il rispetto totale delle regole.

Ciò che stupisce è che non si sia data fiducia ai professionisti del settore dando indicazioni per un contingentamento dei flussi, ma che il passo sia stato diretto verso la chiusura degli impianti.

Sarebbero necessarie poche chiare regole e un controllo sul territorio: chi non le rispetta dovrà chiudere, ma chi mette al primo posto la sicurezza dei clienti deve poter lavorare.

Dobbiamo essere tutti consci che al primo posto va messa la tutela della salute, ma non facciamo morire il turismo della montagna perché le nostre valli alpine devono poter continuare a vivere".

redazione

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