/ Attualità

Attualità | 29 novembre 2020, 07:15

Incontri ravvicinati nella Granda con i… caprioli! Alcune curiosità su questi timidi animali che popolano le nostre campagne

Col passaggio dalla zona rossa a quella arancione, nel tempo libero si può riprendere a fare passeggiate ed escursioni nel proprio comune. Chi, durante una camminata in campagna, tra i frutteti o vigneti, in collina o in montagna, non ha mai provato l’emozione di incontrare un capriolo?

Fotografie di Luca Radici – Flickr Creative Commons

Fotografie di Luca Radici – Flickr Creative Commons

A quasi tutti sarà capitato di incrociare sui sentieri e sulle strade, a piedi e in bici, in moto e in auto questi bellissimi animali selvatici e a volte ci chiediamo: come sono arrivati nella nostra provincia?  Come vivono nel nostro territorio?
Luca Giraudo, esperto di fauna e guida ambientale escursionistica, risponde per noi ad alcune di queste domande.


Luca, circa trent’anni fa sono riapparsi nelle nostre campagne i caprioli, sai spiegarci come sono arrivati qui questi animali?
Sì, ricordo che il primo capriolo lo vidi al Bosco di Salbetrand nel 1988, fu allora un’emozione molto intensa. Oggi invece li osservo frequentemente durante le mie escursioni in collina e in montagna, ma talvolta anche in pianura. Ma certamente è un’esperienza di molti, per fortuna.
Scomparsi in quasi tutta Italia circa cento anni fa, riapparvero in provincia di Cuneo essenzialmente per due motivi: il primo, grazie all’espansione numerica dei nuclei ancora presenti in Alta Langa, il secondo grazie alle reintroduzioni a fini venatori operate dagli anni ‘80 ai primi ‘90. Fra il 1985 e i primi anni ‘90 ci furono in realtà anche alcune reintroduzioni promosse dal Parco Naturale della Valle Pesio, non strettamente finalizzate al prelievo venatorio, ma che favorirono certamente l’insediamento del primo branco di lupi in provincia. Ma la loro presenza a larga scala fu favorita anche dal contemporaneo abbandono di molte aree agricole montane e collinari da parte dell’uomo, che favorì la ricolonizzazione del bosco, habitat prediletto da questo piccolo ungulato.

Quali sono le loro caratteristiche e cosa sappiamo dei loro comportamenti?
Il capriolo è un erbivoro considerato “brucatore”, nel senso che sceglie con cura le parti tenere vegetali, alberi e piante erbacee, ricercando in particolare le gemme, i germogli e le foglie fresche. In questo senso riduce il rinnovamento delle foreste, perché impedisce la crescita di polloni e getti annuali. E’, in un certo senso, artefice dell’ambiente in cui vive. In effetti gli habitat in cui si adatta meglio sono composti da foreste miste con sottobosco denso in cui rifugiarsi di giorno, alternate a radure in cui si alimenta; ma in realtà è una specie molto adattabile e sono sufficienti piccoli boschetti in mezzo ad aree coltivate per soddisfare le sue esigenze di base.

Come si possono riconoscere?
Come nel cervo, è il solo maschio a sviluppare le corna (dette anche “palco”), in particolare fra gennaio e novembre. Il palco cade fra novembre e dicembre, ma ricresce subito e fra gennaio e marzo lo si nota di nuovo molto bene. Nei primi mesi, essendo in crescita, è composto da tessuti vascolarizzati, ma poi fra aprile e giugno si ossifica e irrigidisce. A inizio inverno, quindi, i caprioli non hanno le corna e la distinzione fra maschio e femmina è un po’ più difficile. Se osservati bene, uno dei caratteri più evidenti è rappresentato dall’area bianca al posteriore, chiamata “specchio anale”: nei maschi è a forma di fagiolo, nelle femmine e forma di “cuore”, poiché è presente un ciuffo di peli intorno alla vulva, detto “falsa coda”. I piccoli nascono pomellati, ma nell’arco di alcuni mesi mutano il pelo, il cui colore diventa uniforme, sono distinguibili dalla madre perché più piccoli ed esili.

Vivono sempre nello stesso posto o tendono a spostarsi nel territorio?
Tendenzialmente è una specie territoriale, ciò significa che gli adulti propendono a mantenere un’area stabile durante alcuni periodi dell’anno, che tuttavia cambia fra estate e inverno, soprattutto in montagna. In estate i territori tendono a essere stabiliti più in quota, verso i boschi d'altitudine, in inverno più verso valle. Nelle aree collinari la situazione è più statica, ma si modifica pur sempre di anno in anno. I maschi difendono di solito territori ampi, che comprendono quelli di più femmine. Come in altre specie i giovani maschi, una volta allontanatisi dalla madre, vagano finché diventati adulti non si insediano in un loro territorio.
E’ una specie poligama, i maschi dominanti sono quelli che hanno maggiori probabilità di accoppiarsi e scacciano i contendenti più giovani inseguendoli e prendendoli a cornate. I maschi adulti invece possono arrivare a combattere fra loro, spingendosi con le corna e la testa abbassate. Chi vincerà il duello potrà accedere alle femmine. E’ una strategia adottata da molti ungulati, ma anche da alcune specie di uccelli, come ad esempio i galliformi.

Vivono in gruppo o in coppia? Si riproducono facilmente?
Il nucleo base è formato dalla madre e dal figlio, a volte due. La maggior parte delle osservazioni collinari e montane riguardano femmine con prole, ma è frequente osservare piccoli gruppi di caprioli. E’ una specie in cui la maggior parte delle femmine si riproduce ogni anno, sia perché la predazione sui giovani è abbastanza importante, sia perché anche gli adulti vengono predati.

Nella stagione fredda, quelli che abitualmente stanno in montagna tendono a scendere in pianura?
Sì, non in pianura necessariamente, ma a quote più basse. Questo ungulato ha una socialità molto plastica, in pianura forma grandi assembramenti, tende cioè a radunarsi di più là dove la copertura arborea è scarsa. In genere in montagna o ancora di più nei boschi collinari, i gruppi non superano le 4-6 unità, spesso tre (madre, piccolo e maschio residente) mentre in pianura possono arrivare anche ad alcune decine, composti da individui di diversa età e sesso. Ciò è dovuto al maggior rischio di essere predati e al fatto che si sentono più esposti e visibili. L’unione, come si dice, fa la forza.

Si ha un’idea della densità di questi animali nella Granda, anche rispetto ad altri ungulati come daino e cervo?
Una stima globale non è disponibile, i censimenti effettuati dai comprensori e ambiti di caccia sono giocoforza parziali, poiché la specie è molto elusiva e di difficile monitoraggio. Certamente sono presenti alcune migliaia di caprioli, distribuiti fra la pianura e le vallate alpine. Rispetto al cervo è molto più diffuso, anche perché più adattabile e meno esigente.

Le associazioni sindacali agricole denunciano da anni gravi danni alle culture, in particolare su nuovi impianti di alberi da frutto, vigneti e coltivazioni orticole. Quali sono le loro preferenze alimentari?
Come accennato il capriolo è una specie che necessita di parti vegetali ricche di proteine, come lo sono i germogli e le gemme. Ecco perché la specie diventa un problema per le colture agricole.
Per quanto riguarda il suo rapporto con la nostra agricoltura, è necessario considerare ad esempio che la Langa del vino è diventata ormai una monocoltura e le aree semi naturali sono quasi scomparse. È ovvio che in quelle zone la competizione per le stesse risorse, le viti e i loro frutti, si accentua. D’altro canto anche l’Alta Langa sta diventando una monocoltura, ma a nocciolo, mentre finora era meno densamente coltivata, ciò che rendeva meno intenso il conflitto. E’ normale che nelle aree agricole ai margini di estesi boschi le incursioni del capriolo siano frequenti.
E’ inoltre difficile trovare validi metodi di dissuasione non cruenti, fra cui si annoverano sostanze odorose repellenti, emettitori di versi di allarme, luci intermittenti, tutti sistemi a cui tende ad abituarsi. Diventa oltremodo oneroso, se non impossibile, recintare gli appezzamenti di grandi dimensioni.
Soluzioni definitive in natura difficilmente esistono, occorre sempre trovare un compromesso, che compendi gli interessi e i diritti di tutti gli attori. Non dimentichiamo che la fauna selvatica è bene indisponibile dello Stato e quindi “appartiene” a tutti i cittadini. Non per nulla sono previsti degli indennizzi per i danni subiti. Che poi questi siano congrui è un discorso che esula da questa sede, credo.

La popolazione dei caprioli negli ultimi anni è cresciuta a tal punto che ha creato una serie di problematiche tra cui gli incidenti stradali. Quali potrebbero essere le soluzioni?
Se confrontiamo la situazione prima del 1980, certamente la popolazione è aumentata enormemente e ha recuperato aree in cui era scomparsa. Ma negli ultimi cinque anni in realtà non è cresciuta a dismisura e basta consultare i censimenti a fini venatori per rendersene conto. Ciò che invece è cresciuta notevolmente in questi trent’anni è l’estensione della nostra rete viaria, in provincia di Cuneo, una delle più estese d’Italia per numero di chilometri per abitante. Inoltre la velocità media dei veicoli è aumentata, basta viaggiare un po’ sulle nostre strade per averne la certezza (e rischiare la vita). Ne consegue che questi tre fattori, densità di caprioli, estesa rete stradale e traffico intenso, hanno favorito il rischio di impatto con la fauna selvatica.

Alcuni anni fa l’Amministrazione Provinciale promosse alcune iniziative per ridurre gli incidenti. A tal fine nel 2017 venne messa a punto un’applicazione per smartphone, chiamata “Spia” , della quale si possono avere informazioni qui, grazie alla quale sono individuati i settori in cui il rischio è maggiore. Ma è sempre valido un consiglio, di buon senso non solo in queste situazioni: ridurre la velocità, soprattutto durante le ore dal crepuscolo all’alba, in particolare nelle zone collinari o in quei settori ritenuti più pericolosi.
In altre nazioni, ad esempio, costruiscono sovrappassi o sottopassi per la fauna, fantascienza da noi, dove non si considerano i costi “annessi” di un’opera, fra cui ci sono anche i costi sanitari e in vite umane, nonché i danni materiali. In Italia parlare di corridoi ecologici è cosa rara e si contano sulle dita di una mano le amministrazioni che hanno adottato misure adeguate al fine di ridurre gli impatti contro la fauna. Ma una pianificazione del territorio dovrebbe comprendere le reti ecologiche, perché, mi pare, non siamo i soli a vivere su questa terra.


Che rapporto hanno con l’uomo?
Il capriolo è una specie sì elusiva, ma in realtà facilmente osservabile, perché molto diffusa. In ogni caso tende a fuggire quando percepisce la nostra presenza, e lo si può ben comprendere: da millenni è una delle nostre prede e non dimentichiamo che in buona parte dell’Italia fu portata all’estinzione fra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900. Oggi, in alcune situazioni è tuttavia facile avvicinarlo, ma occorre avere molta cautela.

Nella tua esperienza dove ti capita di incontrarli più frequentemente e quali sono le difficoltà nel fotografarli?
Ormai è facile incontrarli nei castagneti da frutto ma anche in aree agricole aperte, proprio questa mattina ne ho colti due in aperta campagna. Dove invece la vegetazione è più densa, allora è frequente sentirne la voce, in particolare quello che viene definito “abbaio”, un verso di allarme ripetuto, che nulla fa pensare al nostro capriolo.
Per fotografarli è necessaria molta pazienza e buona conoscenza del territorio. Tuttavia in alta montagna o in pianura, d’inverno, non è difficile osservarli in pieno giorno, al limitare del bosco o in pieno campo. Occorre sempre avere un teleobiettivo, naturalmente, e nascondersi o camuffarsi per non allarmarli.

Quali sono i loro nemici naturali (escluso l’uomo)?
Da sempre, e ben prima della nostra specie arrivo in Europa e Asia, i suoi predatori sono stati il lupo e la lince, in minor misura la volpe. Anzi, negli ultimi trent’anni la presenza di forti densità di capriolo ha favorito proprio l’arrivo del lupo in aree da cui mancava da decenni, vedi le Alpi. Ma nelle nostre regioni un altro predatore occasionale è il cane: molti caprioli vengono sbranati da cani lasciati liberi, non cani rinselvatichiti si badi bene. Questo è dovuto al fatto che il capriolo è uno scattista ma un pessimo maratoneta, mentre i cani, come i lupi, hanno resistenza e alla fine, se riescono a seguirne la traccia, hanno la meglio su questi ungulati.

In definitiva credo che dobbiamo sempre tenere presente che ben prima del nostro arrivo nel nostro continente, avvenuta meno di quarantamila anni fa, questi animali vivevano da tempo in Europa e Asia.
Siccome siamo gli ultimi arrivati, probabilmente potremmo avere un po’ di umiltà nei loro confronti. E considerarli comunque come un valore aggiunto per le nostre terre e per il nostro benessere. Abbiamo bisogno di natura, perché le nostre origini sono lì, ma anche il nostro futuro, non è vero?

 

Grazie a Luca, per averci fatto scoprire tante cose su questi animali che a volte incrociamo durante i nostri spostamenti nella Granda.
Un’altra curiosità: nella Valle Maira c’è il “Sentiero dei Caprioli”, percorso ad anello segnalato da tacche rosse e bianche con partenza dal Comune di Cartignano, facilmente percorribile in circa tre ore e mezza in cui è possibile incontrare fauna selvatica.

Una nota finale: in Piemonte la caccia di selezione al capriolo è stata autorizzata dal 1° giugno 2020 al 15 marzo 2021, ma il “prelievo di capi adulti maschi e femmine” è stata sospeso dal 7 novembre a causa del secondo lockdown. Al momento in cui si scrive non ci sono informazioni sulla ripresa dell’attività venatoria (fonte: www.provincia.cuneo.gov.it/tutela-faunistica-ambientale/caccia/pianificazione-venatoria/calendario-venatorio).

Bruna Aimar

Google News Ricevi le nostre ultime notizie da Google News SEGUICI

MoreVideo: le immagini della giornata

Ti potrebbero interessare anche:

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium