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Economia | 29 novembre 2020, 11:55

Nuove tecnologie, vecchi problemi: la finanza resta un rebus anche per i “nativi digitali”

Una ricerca di Skuola.net, realizzata assieme a Unicredit, conferma anche tra gli universitari l’emergenza educativa più volte denunciata dal Banchiere scrittore Beppe Ghisolfi: il telefonino diventi una “cattedra ambulante”

Nuove tecnologie, vecchi problemi: la finanza resta un rebus anche per i “nativi digitali”

Forse sarebbe tempo che la mirabile definizione, che venne coniata a Torino da Antonio Patuelli, Presidente dell’ABI (Associazione Bancaria Italiana), a proposito dell’impegno itinerante dell’amico e collaboratore Beppe Ghisolfi per l’educazione finanziaria, venisse trasformata in realtà dal nostro legislatore. Appare ancora più assurdo e paradossale che il governo non abbia voluto utilizzare il periodo di chiusura obbligata delle scuole, resa necessaria dalla pandemia galoppante, per fare della tanto declamata DAD, la didattica a distanza, lo strumento per far diventare tale disciplina a portata di mano e di palmare.

Eppure i dati che emergono dall’Osservatorio di Skuola.net e Unicredit sono da allarme rosso: quasi uno studente universitario su 2, in un campione statistico di 2500 “under 30” interpellati dalla ricerca, ha confessato di avere subito una truffa online; e soltanto 4 su 10 hanno un conto corrente personale, mentre uno su 2 si appoggia alla stessa banca dei genitori preferendo delegare a questi ultimi gli aspetti della gestione finanziaria. Un attaccamento alla famiglia, pertanto, che dagli affetti si sposta agli effetti, rappresentando l’altro aspetto della medaglia della non-conoscenza di espressioni basilari come Risparmio, Interessi, Potere d’acquisto della moneta.

In gergo, parliamo di una generazione nata dal 2000 in poi e cresciuta a pane e web e, proprio per questo, tanto moderna in apparenza quanto vulnerabile nella sostanza proprio perché oramai moltissime casistiche di reati truffaldini si propongono attraverso messaggi e offerte fuorvianti che arrivano e si visualizzano sugli schermi e sui display dei telefonini. Può almeno in parte consolare che la larghissima maggioranza dei diretti interessati è consapevole di questo gap, in altre parole “sa di non sapere”, e infatti il sondaggio certifica che il 90 per cento degli intervistati ha dichiarato che, se avesse adottato le giuste precauzioni istruttive e informative, avrebbe potuto evitare la truffa.

Accade, così, che 6 giovani su 10 non sappiano calcolare un ipotetico rendimento sulle somme depositate in banca; che 4 su 10 non sappiano quantificare l’incidenza degli interessi su un finanziamento da richiedere; che tristemente 7 su 10 abbiano difficoltà a tradurre un tasso di interesse in somme reali.

Volendo aprire una parentesi su quest’ultimo dato, adesso si comprende il motivo dello stallo politico e sociale che riguarda il dibattito sul MES sanitario, ossia il fondo dell’Unione Europea assegnabile all’Italia e vincolato – come condizione – unicamente alla necessità che i relativi soldi siano spesi per rafforzare lo “scudo” della Sanità del nostro Paese contro il covid: un prestito che, come è stato ribadito dal Direttore generale del MES e dal Commissario economico della UE Gentiloni, sarebbe concesso a tassi di interesse non passivi, ossia a carico del bilancio dello Stato Italiano, bensì a tassi negativi, con la conseguenza cioè di un piano di restituzione del finanziamento per un totale inferiore al capitale nominale iniziale ricevuto.

La ricerca di Skuola.net fotografa lo scenario raffigurato dal rapporto OCSE Pisa sulla generazione dei 15enni, essi stessi nativi digitali che hanno appena iniziato il percorso delle scuole superiori e che si collocano 30 punti sotto la media dei Paesi aderenti all’OCSE. Un deficit che i nostri giovani si portano dietro quando, conseguito il diploma, affrontano la fase dell’iscrizione all’Università. Oltre uno studente universitario su due ritiene più comodo fare in modo che il saldo del conto corrente cresca grazie all’apporto delle somme provenienti dai genitori, mentre 3 su 4 dichiarano sì di mettere da parte un minimo di risparmio ma per progetti di breve periodo, dall’auto all’acquisto di uno smartphone di ultimissima generazione, con la conseguenza che solo 1 su 3 programma una pensione integrativa o una assicurazione personale.

Il legislatore sembra avere perso una nuova occasione: quella di fare della Didattica a Distanza lo strumento per “ridurre la distanza” fra i giovani e il corretto e concreto vocabolario della finanza. Un autentico peccato, perché con l’introduzione contestuale dello “smart working”, un simile provvedimento avrebbe potuto rappresentare una svolta formativa autentica per i ragazzi e per i loro genitori.

Per fortuna, stanno crescendo le iniziative spontanee e cominciano a evidenziarsi dei portati e siti internet che raccolgono in concreto l’appello dell’editorialista De Mattia di MilanoFinanza a che l’opera editoriale di Beppe Ghisolfi sia resa liberalmente di lettura pubblica sul web, come nel caso di “Notizie in un click” che dopo avere pubblicato “Visti da Vicino” a capitolo alfabetici ha iniziato a procedere in maniera analoga con le biografie dei “Banchieri”.

Insomma, è tempo che i nativi digitali diventino educativi digitali, e siano aiutati a farlo proprio in questo momento storico! 

C.S.

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