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Scuole e corsi | 10 gennaio 2021, 18:14

"Noi, studenti in protesta per la Dad, non siamo negazionisti e abbiamo pianto i morti del virus: vogliamo una scuola sicura con trasporti adeguati"

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la riflessione dei quattro studenti che partecipano insieme all'insegnante Sara Masoero davanti al Liceo Pellico-Peano di Cuneo

"Noi, studenti in protesta per la Dad, non siamo negazionisti e abbiamo pianto i morti del virus: vogliamo una scuola sicura con trasporti adeguati"

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la riflessione dei quattro studenti che da tempo partecipano insieme all'insegnante Sara Masoero davanti al Liceo Pellico-Peano di Cuneo alla "protesta" Anti-Dad.

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Premessa: non siamo negazionisti. Siamo studenti, giovani, meno vulnerabili al virus di altre persone, ma capaci ugualmente di trasmetterlo. Questo è ben chiaro a tutti, e noi non siamo da meno: anche noi siamo consapevoli della pericolosità del virus. E ne abbiamo avuto paura, ne abbiamo tuttora paura, se non per noi in prima persona, almeno per i nostri cari.

Anche noi abbiamo pianto i morti e ci rammarichiamo quando i tanto temuti numeri ricominciano vertiginosamente a salire. Esattamente come tutti voi. L’emergenza non è affatto finita. Nessuno vuole arrogarsi dei diritti a discapito della vita degli altri.

Quello che affermiamo nelle nostre richieste vuole essere il contrario dell’egoismo.

Non possiamo restare fermi a guardare la vita che scivola via, dalle nostri mani e da quelle di tutti gli altri. La paura non deve bloccare il mondo, ed è la responsabilità che deve permettergli di vivere e di evolversi. Se chiediamo una riapertura delle scuole è perché siamo pronti ad assumerci tale responsabilità, e al, contempo, chiediamo responsabilità a chi di dovere nei nostri confronti. La scuola deve diventare, se già non lo era, un luogo sicuro, ma non può diventarlo senza la collaborazione di ogni parte coinvolta.

Noi abbiamo manifestato a favore di un rientro a scuola consapevoli delle difficoltà che proprio un possibile rientro avrebbe comportato. Non siamo degli spericolati e sicuramente non vogliamo che qualcuno si ammali per le negligenze del sistema scolastico: non vogliamo né una scuola come quella degli anni scorsi, perché l’emergenza non lo permette, né una scuola come quella di settembre, perché si è rivelata una soluzione poco funzionale e poco duratura.

Una scuola sicura, con trasporti adeguati, con ingressi scaglionati e turni – siano essi distesi su mattina e pomeriggio o su settimane alternate. Al momento, è un fatto indiscutibile, un rientro a scuola della totalità degli studenti sarebbe un’impresa suicida. Ripartire sì, ma a piccoli passi.

La mancata promessa del ritorno in aula del 7 gennaio è sintomo di grande confusione da parte delle istituzioni. Questa prassi dell’organizzazione all’ultimo minuto non può più funzionare. È la responsabilità di cui si parlava prima. Come può uno studente essere pronto al rientro a scuola e comportarsi responsabilmente se nemmeno le istituzioni sono pronte e lasciano svolazzare tante parole prive di certezze?

Che ci piaccia o no, ci siamo accorti, con la pandemia, che siamo tutti parte di uno stesso grande organismo biologico e istituzionale, e ognuno deve fare la sua parte
per tutelare se stesso e gli altri, per permettere una lenta e progressiva ripresa di ogni aspetto di quel vecchio mondo che tanto ci manca. Non è la lamentela di un gruppetto di bambini viziati, è una riflessione sugli eventi. Chiudersi a guscio nella propria indifferenza non è mai una soluzione.

Si sentiva spesso dire – oggi meno, visti i numerosi errori, ammettiamolo, compiuti da noi studenti durante il rientro a settembre – che il futuro è in mano ai giovani. Vero. Ma adesso che il futuro è una dimensione così incerta e avversa, costellata di sfide e di difficoltà, come fare e prepararsi adeguatamente a viverlo, seduti, statici e mezzi muti, di fronte a individui in pixel che percepiamo sempre più distanti e sempre meno umani? Prepararsi al futuro può essere un rischio, può spaventare, ma è necessario.

Si dice anche che noi giovani avremo tempo per recuperare ciò che ci siamo persi in questi mesi. Vero, ma se non lo avessimo, invece? Se qualcuno avesse già rinunciato ad inseguire i suoi sogni, in preda a questa rassegnazione collettiva, come farà a risollevarsi, in un domani in cui non crede? Se ci limitiamo alla scuola, che è ciò che più ci preme, gli abbandoni scolastici sono già troppi: secondo Save The Children, il rischio di abbandono scolastico riguarda 34 mila studenti delle scuole superiori. Non è una realtà che si può accettare passivamente. Serve almeno tentare di cercare una soluzione.

Lo diceva Michael Jordan: posso accettare la sconfitta, ma non posso accettare di rinunciare a provarci. Questo è lo spirito che vogliamo rappresentare, uno spirito che non si rassegni al primo ostacolo, ma che cerchi fino all’ultimo istante una soluzione per superarlo. Esempio: dei 196 miliardi del Recovery Fund, programma di prestiti europeo per rimediare ai danni della pandemia e investire sul futuro, solo l’1% è destinato ai giovani. Futuro ma senza futuro, quindi. Questo è uno di quegli aspetti che vanno rivisti. Online è già possibile firmare una petizione a riguardo, chiedendo che almeno il 10% venga investito sui giovani.

Infine, tutelare la sicurezza è essenziale, sì, ma se non si agisce subito e con convinzione, la perdita umana e culturale che dovremo affrontare nel nostro incerto futuro sarà devastante. Le statistiche ci dicono che il 18% delle scuole ha escluso più del 10% dei suoi studenti con la didattica a distanza.

Non un’esclusione forzata, ci mancherebbe, ma determinata dalle svantaggianti condizioni socio-economiche degli studenti. Infatti, secondo l’Istat, il 12% dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni non possiede un computer, mentre il 57% deve condividerlo con la famiglia. Risultato? Solo 3 ragazzi su 10 possiedono competenze digitali elevate e il digital divide continua così a mietere vittime.

La perdita culturale e umana non vi basta? Alcuni studiosi hanno provato a stimare il valore economico di queste perdite, che si ripercuoteranno sul mondo di domani: il risultato? 178 miliardi. Mica poco, eh?

Non è ancora una perdita irreversibile. La didattica a distanza, che piaccia o meno, ci permette di stare a galla e di non soccombere del tutto, questo merito le va riconosciuto. Ma se non si interviene al più presto, anche questo ultimo appiglio non basterà più a sostenerci.


Elena, Leonardo, Vanessa, Davide, quattro studenti di quinta

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