Ad occhi aperti - 06 febbraio 2021, 07:30

Eterni e immutabili nature morte - Boris

La serie propone una fotografia affascinante di una comunità-paese che si arrabatta, che cerca solo di tornare a casa alla fine della giornata e di farlo salvando ciò che più ha di prezioso: la passione

René Ferretti (Francesco Pannofino) con il pesce Boris

René Ferretti (Francesco Pannofino) con il pesce Boris

“Boris – La fuori serie italiana” è una serie tv italiana andata in onda sui canali della Fox Italia dal 2007 al 2010, di genere comico-satirica.

Gli episodi delle tre stagioni attualmente esistenti raccontano le vicende professionali e personali di una troupe televisiva romana, tra inettitudine, lassismo, spudorata idiozia e la difficoltà di cercare di riunire (in un paese come l’Italia, poi) la necessità di sopravvivenza, la passione per l’arte e la voglia di dare un senso vero e proprio alla vita quotidiana.

Partiamo da un presupposto incontestabile (e su cui non ammetto alcun tipo di replica): la serie televisiva “Boris” è un capolavoro, non solo nel panorama di quelle comico-satiriche ma in generale nella produzione televisiva del nostro paese. Non alzo il tiro al resto del mondo per qualche motivo che, prima o poi mentre scrivo queste parole, mi verrà in mente.

Un capolavoro. E chiunque non l’abbia guardata tutta (compreso il film omonimo del 2011, che è una “strada alternativa” che non perde nulla a livello di impatto emotivo e critica socio-culturale) deve fermarsi qui nella lettura e farlo. Non mi offendo, anzi: ci rivediamo tra un po’.

E rieccoci qui. Piaciuta? No, non ditemelo.

Credo comunque vi stiate chiedendo perché, con tutto quello che sta succedendo al nostro paese e al nostro mondo in questi giorni, io abbia scelto di non parlare di alcun argomento in particolare se non del fatto che una delle serie televisive nostrane più di culto stia per tornare con una nuova stagione. Perché credo davvero che la forza principale di “Boris” non sia il suo aspetto comico, quanto quello satirico nel senso più puro del termine: il coraggio, la sfrontatezza e la fondamentale onestà intellettuale di puntare il dito contro il re nudo mentre si è nudi a propria volta (senza essere re, ovviamente).

“Boris”, con i suoi personaggi indimenticabili e le sue dinamiche spesso ripetitive ma anche del tutto ancorate alla realtà di quella che è l’industria televisiva mainstream del nostro paese,  è stata spesso vista come un prodotto da “addetti ai lavori”. Se non hai mai fatto parte di una produzione audiovisiva, in qualche maniera, è oggettivamente complesso comprendere alcuni elementi e io stesso ho cominciato a guardarla durante la partecipazione a un corso di sceneggiatura: inutile dire che i tre “sceneggiatori cani” (espressione di un gruppo spesso tanto privilegiato quanto inetto) mi sono rimasti nel cuore sin dalla prima visione.

Ma credo che “Boris” metta alla berlina, tra l’altro con un afflato malinconico da “è così e potrebbe essere diverso, ma probabilmente è troppo tardi”, qualcosa in più delle idiosincrasie e assurdità di un settore artistico-produttivo.

L’ultima puntata della prima stagione si conclude con il regista (interpretato da un magnifico Francesco Pannofino, in un ruolo che definire iconico è dire ben poco) che, uscendo dall’ennesima giornata di lavoro sul set accompagnato dallo stagista di regia (la cosa più vicina a un protagonista che ci sia nella serie, Alessandro Tiberi), scopre di essere stato derubato del proprio motorino, commentando soltanto: “Che paese...”. La successiva scena di Alessandro, lo stagista, alla guida del proprio motorino con alle spalle René, il regista, che tiene in mano il sacchetto di plastica pieno d’acqua con dentro Boris (pesciolino rosso porta fortuna, simbolo della serie stessa) è un’immagine deprimente ma anche simbolica di una comunità-paese che si arrabatta, che cerca solo di tornare a casa alla fine della giornata e di farlo salvando ciò che più ha di prezioso: la passione. Inespressa, martoriata, umiliata… ma anche bruciante, e viva. Il motore delle nostre vite.

Credo sia una fotografia affascinante (e un po’ triste) di quello che siamo noi italiani, e di quello che abbiamo dimostrato essere nelle ultime settimane caratterizzate da una crisi politica che oltre a essere improvvida risulta anche a molti incomprensibile; citare una delle ultime battute della serie (“Questa è l’Italia del futuro: un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte”) sarebbe parso, forse, troppo forte.

“Boris” ritornerà, quindi, probabilmente in autunno. E tornerà a parlare (almeno spero) di come siamo, tutti e senza peli sulla lingua, e senza paura di nessuno perché in fondo ci conosciamo benissimo, anche se a volte non ci piace ammetterlo. Un nuovo quadro delirante ed esilarante, di una natura morta sempre identica a se stessa.

simone giraudi

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