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Ad occhi aperti | 20 febbraio 2021, 13:15

La libertà (da sola) non basta - Howl

Senza il senso di responsabilità la libertà non è un concetto che vale la pena difendere, perché è troppo facile. Liberi, in fondo, lo siamo tutti. Responsabili, spesso, no

James Franco nel film

James Franco nel film

“Howl” (Urlo) è un film americano del 2010, scritto e diretto dall’accoppiata formata da Rob Epstein e Jeffrey Friedman.

La pellicola si incentra sulla figura del poeta beat Allen Ginsberg e sula causa per oscenità aperta nel 1957 a seguito della pubblicazione del suo celebre poema omonimo. Sono tre i “piani” in cui si snoda la narrazione: il primo che riguarda la crescita artistica di Ginsberg e la sua prima lettura pubblica di “Howl”, una parte animata che immagina il contenuto del poema stesso e la terza, quella conclusiva, incentrata proprio sul processo aperto in merito al contenuto “scandaloso” del poema.

È indubbio: la comunicazione e la libertà di potersi esprimere liberamente – e il loro rapporto spesso un po’ complicato – sono al centro costante delle nostre vite quotidiane. E lo sono ancora di più da un anno a questa parte, ormai, cioè da quando queste nostre benedette vite quotidiane hanno iniziato a essere scandite – anche per chi di voi, a differenza mia, non è un giornalista di professione – da conferenze stampa, messaggi alla nazione, numeri, dati, percentuali e termini tecnici particolarmente specifici.

La gestione di un momento di crisi, e se c’è una cosa che imparato in trent’anni di vita è che se sei parte della classe dirigente di una nazione occidentale è che non ne esistono altri, passa inevitabilmente tramite la sua narrazione. Tramite quello che viene detto da fonti varie – autorevoli e non - , in contesti vari – autorevoli e non - , e tramite il modo in cui viene assimilato e interpretato.

Pare ovvio, quindi, che centrale diventi anche la questione della libertà di parola: il poter esprimere ciò in cui crediamo senza restrizioni. E nel mondo di oggi si invoca la soppressione della libertà di parola a ogni piè sospinto, così da rendere il concetto stesso quasi del tutto privo di senso, ribaltato.

Forse alcuni di voi avranno letto delle recenti sorti dell’attrice – ed ex-atleta – Gina Carano. Tra i protagonisti della serie tv Disney “The Mandalorian”, è stata licenziata e allontanata dalla produzione a causa di una serie di uscite sui social network appena un po’ “dubbio”, tra cui - l’ultima – l’equiparare il destino dei repubblicani americani a quello degli ebrei durante le persecuzioni naziste. In terra americana tutto sommato ampia è stata la levata di scudi nei confronti della Carano, che si sarà anche giocata la carriera – almeno nella Hollywood “ufficiale” - , ma ha sicuramente accresciuto la risonanza del proprio nome.

Ma il punto, forse, non è tanto la libertà d’espressione in quanto tale che, nonostante molti cerchino di convincersi – per darsi forza e onore – essere negata e umiliata, di fatto viene rispettata in qualunque società democratica come la nostra (o come quella americana). Quanto, piuttosto, il rendersi conto che non significa soltanto poter dire qualunque cosa si pensi ma anche affrontarne le conseguenze.

È questo che manca a chi fa del vittimismo la propria maschera sui social network (e, mi spiace, spesso a torto), una dimenticanza che dubito sia del tutto incolpevole: il senso di responsabilità. Ciò che divide i “censurati” della nostra storia - tra cui sì, inseriamoci pure anche il giovane Ginsberg – da chi invece nella storia non ha e non avrà alcun posto, a conti fatti.

Senza il senso di responsabilità la libertà non è un concetto che vale la pena difendere, perché è troppo facile. Liberi, in fondo, lo siamo tutti. Responsabili, spesso, no.

simone giraudi

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