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Ad occhi aperti | 03 aprile 2021, 11:40

Parole, soltanto parole - Letzte Worte

Che cosa diventano, le parole, se rimangono soltanto parole?

Parole, soltanto parole - Letzte Worte

“Letzte Worte” (Ultime Parole) è un cortometraggio del 1967 di produzione tedesca (Germania ovest) scritto e diretto dal regista Werner Herzog. La pellicola racconta la storia di un vecchio musicista, ultimo abitante dell’isola di Spinalonga - ex-lebbrosario - , che viene obbligato dalla polizia a lasciare la propria terra. L’uomo ha deciso di continuare a suonare fino alla fine dei suoi giorni, ma ripete unicamente una singola frase, rifiutandosi di parlare altrimenti.

Parole. Se ne fanno sempre tante, probabilmente troppe, in qualunque frangente: in effetti, chi vi sta scrivendo, di parole vive. Se ne sono fatte tante, tantissime, probabilmente troppe, da un anno a questa parte, su un singolo argomento. Sì, la pandemia da Covid-19 ovviamente; tutti, in qualunque situazione e a prescindere dal contesto o dal fatto di essere stati interpellati o meno, hanno detto la loro sulla situazione che da oltre un anno stiamo vivendo come cittadini del mondo e del XXI° secolo.

Quello su cui però mi piacerebbe concentrare l’attenzione, questa settimana, sono alcune parole specifiche. O meglio, da chi arrivano, sono arrivate e (ci potrei scommettere) arriveranno queste parole specifiche.

Parlo dei rappresentanti delle istituzioni, tutte, a ogni singolo livello. Perché non so se ve ne siete accorti ma la comunicazione è un aspetto incredibilmente importante di come abbiamo fronteggiato la pandemia, di come lo stiamo facendo adesso, e di come lo faremo nell’immediato futuro. E credo che la notizia, uscita nel corso della settimana, che il piano vaccinale europeo non abbia centrato nessuno degli obiettivi che si era posto nei primi tre mesi di programmazione, sia un bell'elemento da prendere a esempio.

Di parole e del loro potere parla anche il cortometraggio documentaristico “Letzte Worte”, di Herzog, uno dei primi esempi lampanti dell’approccio “particolare” di questo regista al media in questione. L’aspetto più particolare della breve pellicola riguarda non tanto la storia che si è scelto di narrare, ma anche e soprattutto la descrizione che si fa dei vari personaggi (il protagonista e le altre persone intervistate come parte del documentario): durante le interviste, infatti, ciascuno di loro ripete continuamente e ossessivamente una singola frase, in un modo del tutto innaturale che inizialmente può far sorridere, ma che con il passare dei secondi diventa invece sempre più inquietante.

L’idea che si vuole trasmettere, senza particolare paura da parte del regista, è che questo sia più che un “semplice” documentario. E che gli interventi dei personaggi siano profondamente figli della direzione di Herzog. “Letzte Worte” si configura quindi come una sorta di “bolla” (altra parola che abbiamo sentito, sentiamo e sentiremo parecchio) cinematografica, una dimensione parallela immutabile in cui la parola ha smesso di avere un significato codificato ed è invece diventata pura rappresentazione di qualcos’altro. In più di un senso, una vera esperienza, ve lo consiglio.

Una “bolla” in cui mi pare di essere entrato a febbraio dello scorso anno, e dal quale non mi sembra di essere ancora uscito. In cui ogni ora di ogni giorno addetti alla comunicazione e, sì, a volte anche noi giornalisti (pur considerando per entrambi le immense difficoltà dell’avere a che fare con un evento di questo tipo letteralmente da una settimana all’altra) si sperticano nel consegnare alla popolazione opinioni, spiegazioni, linee guida, numeri e percentuali di ogni genere. E che in ormai più di un’occasione si sono rivelate pure proiezioni, e questo nel migliore dei casi.

I proclami sono l’anima della comunicazione istituzionale, nel nostro paese come credo in qualunque altro al mondo. Ma che cosa deve succedere perché ci si inizi a interrogare seriamente sul ruolo e l’importanza che ancora conservano le parole in un mondo in cui questi proclami si traducono poi nel concreto in maniera estremamente depotenziata, se non proprio in un nulla di fatto? Che cosa diventano, le parole, se rimangono soltanto parole?

Sinceramente, non saprei dirlo.

simone giraudi

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