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Al Direttore | 20 aprile 2021, 15:50

"Radicalizzazione dei detenuti stranieri? Parte finale di un problema che inizia con la gestione dei flussi migratori"

Riceviamo e pubblichiamo integralmente il contributo "Le radici del male" dell'onorevole Gianna Gancia

"Radicalizzazione dei detenuti stranieri? Parte finale di un problema che inizia con la gestione dei flussi migratori"

Dal 2015, anno dei sanguinosi attentati a Parigi, le parole “jihadista” ed “estremista” sono entrate a far parte, anzi sono ritornate, nel nostro immaginario e nella nostra quotidianità.

Quest’anno ricorderemo i venti anni degli attentati alle Torri Gemelle, che hanno modificato il nostro modo di viaggiare, di spostarci, di lavorare, ma soprattutto hanno in qualche modo alterato la nostra percezione del pericolo e “dell’altro”. Rispetto all’estremismo di matrice islamica, che ha una lunga e tortuosa storia e si annida spesso nelle dinamiche politiche ed economiche di alcuni Paesi, nessuno può sentirsi veramente al sicuro. Negli anni, infatti, gli attentatori hanno modificato le loro attività eversive, passando da azioni dimostrative in gruppo, ad azioni isolate, tipiche dei “lupo solitario” che spesso non ha alle spalle un gruppo religioso, ma agisce sulla spinta di frustrazioni e disagi personali.

L’azione congiunta dei governi, delle autorità di polizia e delle intelligence ha contribuito fortemente a limitare tali azioni o, quantomeno, a monitorare gli spostamenti e l’identità di soggetti ritenuti pericolosi. Ma questa tracciabilità scompare a volte all’interno degli istituti di detenzione.

Nell’Agenda Europea sulla Sicurezza 2015-2020, si leggeva che la lotta alla criminalità transnazionale è una responsabilità europea comune e che, attraverso il documento-manuale “Radicalizzazione violenta, riconoscimento del fenomeno da parte degli operatori professionali coinvolti”, venivano adottati degli indicatori trasversali, da destinare agli operatori penitenziari dell’UE, attraverso i quali poter individuare comportamenti che presi in considerazione singolarmente, non forniscono prove assolute di un effettivo fanatismo, ma che “dovrebbero spingere alla sorveglianza , alla vigilanza e in caso, ad agire di conseguenza”. In tale modo però, pur esercitando un’attività di mera osservazione, spesso si rischia di ledere i diritti di libertà di pensiero, di coscienza e di religione, riconosciuti dall’articolo 9 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Pertanto è necessario che i singoli stati, nel contenere tali fenomeni, operino un giusto bilanciamento tra repressione e controllo. Nel 2015 il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione sulla prevenzione della radicalizzazione e del reclutamento di cittadini europei da parte di organizzazioni terroristiche, con il compito di promuovere uno scambio di buone pratiche tra i Paesi membri, diffondere linee direttrici all’interno delle carceri Europee, intervenire immediatamente contro il sovraffollamento, formare e selezionare appropriate figure religiose e psicologiche di sostegno e affiancamento all’interno delle carceri.

Poi c’è il versante delle migrazioni, strettamente connesso al terrorismo e alla radicalizzazione. Un decisivo peggioramento si è registrato tra gennaio 2014 e il 2019, con il ritorno dei foreign fighters sopravvissuti ai conflitti in Iraq, Siria e Libia e rientrati in Europa con i flussi migratori, circa il 30%, oppure, inversamente, decisi ad agire con il ritorno nei loro Paesi.

La confusione istituzionale seguita alla primavera araba ha generato un terreno fertile su cui prospera la criminalità, i traffici di armi e droga, economia su cui si alimenta anche il terrorismo, che, come sappiamo, ha bisogno di un ricco background per espandersi e richiamare adepti.

In conclusione, il fenomeno della radicalizzazione nelle carceri è solo la parte finale di un problema, quello delle gestione dei flussi migratori, che parte da lontano e che va affrontato con un approccio trasversale tra i Paesi, spesso lasciati da soli ad affrontare una pressione migratoria a rischio collasso.

Al direttore

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