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Attualità | 22 aprile 2021, 19:39

Dieci giorni nel reparto Covid di Verduno: "Ho vinto la mia battaglia, posso dirmi fortunato"

La testimonianza di un cinquantenne roerino, da poco tornato a casa dopo il ricovero tra i pazienti al quinto piano del nuovo ospedale

Immagine d'archivio

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"Ho vinto la mia piccola battaglia, ma ora che ci sono passato posso dire che davvero non è stata una passeggiata, per nulla".
Sorride Alessandro (il nome è di fantasia), mentre a qualche giorno dal sospirato ritorno a casa ci racconta come ha vissuto le interminabili giornate che a partire dal primo giorno di aprile ha dovuto trascorrere negli spazi riservati ai pazienti Covid dell’ospedale di Verduno.

"Nel mio caso un soggiorno tutto sommato ancora breve – ammette –, e anche sotto questo punto di vista devo dire che mi è andata decisamente bene. Ho avuto modo di parlare con persone che in ospedale c’erano da settimane. Ho presente in particolare un signore, era lì da tre mesi. Ma sinceramente io, solo poche settimane fa, nemmeno lontanamente mi sarei immaginato di poterci finire, in ospedale".

Cinquant’anni compiuti da qualche mese, Alessandro ha infatti un’età relativamente giovane rispetto a quella di buona parte delle persone che per uscire dal tunnel dell’infezione sono dovute ricorrere al ricovero, anche in un contesto che nel passaggio dalle prime alla terza ondata ha visto abbassarsi notevolmente l’età media dei ricoverati. Altri elementi ne distinguono il profilo da quello che si immagina corrispondere a quello del malato tipo. Non ha particolari patologie, nessuna delle famose 'comorbilità' tante volte evocate in questi mesi per spiegare il fenomeno dei ricoveri e dare una giustificazione possibile a un così alto numero di vittime. Non è in sovrappeso, non fuma né hai mai fumato. Pratica regolarmente sport, anzi. "Da giovane ho fatto nuoto a livello pre-agonistico e da allora ho conservato l’abitudine di andare in piscina almeno una volta a settimana. L’ho fatto con regolarità sino quando è stato possibile, coi lockdown". Ha però regolarmente continuato nell’abitudine di concedersi almeno un’uscita a settimana sulla sua mountain bike, macinando chilometri nelle campagne del Roero, dove abita.

"In ospedale ci sono finito senza praticamente accorgermene – racconta –. Erano gli ultimi giorni di marzo quando improvvisamente ho iniziato ad avere febbre e tosse. Ho sospettato di potermi essere contagiato, ovviamente. Mi sono rivolto al mio medico di famiglia, che mi ha mandato a fare un tampone a Bra. Stavo ancora aspettando l’esito del molecolare quando la situazione è in qualche modo precipitata. La febbre non scendeva e la mia respirazione continuava a peggiorare. Il mio medico intanto era convinto che non fosse necessario chiedere l’aiuto delle Usca, non ancora almeno. D’altronde non ero ancora formalmente positivo, anche se tutto lo lasciava pensare. Ho preso a monitorare con costanza la saturazione, che è scesa prima a 92, poi sino a 88. A quel punto ho deciso di rivolgermi al pronto soccorso. Mi sono presentato al Dea di Verduno dove, fatti gli accertamenti del caso, dal tampone alle lastre, mi hanno ricoverato, con un esito di positività al Sars-Cov-2 e una diagnosi di polmonite".

Alessandro in ospedale è rimasto dieci giorni. "I primi sono stati quelli più difficili. Sono stato sistemato nel reparto Covid del quinto piano, in una sorta di grande sala operativa, uno spazio aperto condiviso da un discreto numero di altri malati, riparati da separé, tutti in condizioni piuttosto serie, alcuni più di altri, purtroppo, come periodicamente si intuiva dall’intensificarsi dall’andirivieni di medici e infermieri al loro capezzale. Appena arrivato mi hanno sottoposto a dosi massicce di ossigeno, una dozzina di litri per iniziare, che poi avrebbero 'scalato' via via che la mia situazione fosse andata migliorando. E' stato il momento più duro, per lo stato di difficoltà in cui personalmente mi ero improvvisamente trovato, completamento impreparato a una simile situazione, e per l’umano sentimento di condivisione vissuto nei confronti dei malati in condizioni peggiori delle mie, a partire dalle due persone che durante la mia breve permanenza in quello stanzone non ce l’hanno fatta".

Dopo quei primi tre giorni il quadro clinico di Alessandro migliora e lui viene spostato prima in una stanza a due letti allo stesso piano dell’ospedale, insieme a un altro malato, ricoverato da molto tempo e in condizioni comunque ancora difficili. Poi in una stanza singola all’ottavo piano.

"Il mio 'hotel Paradiso' scherzavo con mia moglie, nei momenti nei quali potevo togliermi le cannule dell’ossigeno e parlarle al telefono, detto che non è mai passato giorno senza che fosse stata contattata dal reparto e aggiornata sul dettaglio della mia situazione. Stavo finalmente meglio, comunque, sentivo di potermi di nuovo alzare per fare qualche passo e avevo riguadagnato anche l’appetito. Anche mangiando più o meno regolarmente in quelle due settimane ho perso 6 kg. La saturazione andava migliorando e presto sarebbe ritornata a valori quasi ottimali. Per quanto avevo visto sapevo di potermi ritenere fortunato. Intanto ero grato ai medici e agli infermieri che continuavo a incontrare ogni giorno, per l’enorme lavoro nel quale li ho visti impegnati, bardati dalla testa ai piedi, in questa mia piccola discesa nell’inferno della malattia".

"A quel punto dovevo solamente attendere di avere un tampone negativo. Mia moglie, che soffre di asma, miracolosamente non si era contagiata e ovviamente non volevo rischiare che questo potesse accadere al mio ritorno dall’ospedale. Mi si era prospettata la possibilità di trasferirmi al 'covid hotel' di La Morra, ma non è stato necessario. Il tampone fatto domenica 11 aprile è risultato negativo e il giorno dopo sono potuto tornare a casa. Ho lasciato l’ospedale. Anche in questo sono stato fortunato".  

Alessandro è a casa ormai da una decina di giorni. Non ha ancora ripreso a lavorare, non in modo continuo. Sbriga qualche piccola incombenza, in lavoro agile, come si dice. Spiega che ci vorrà comunque del tempo per tornare al pieno della forma fisica. "Credo sia così, che serviranno anche due o tre mesi per poter tornare a fare le scale senza accusare l’affanno che avverto ora. Il Covid per me è stato questo, una brutta polmonite che spero non mi lasci strascichi. Tra un paio di mesi vorrò fare un check up completo, anche per vedere in che condizioni è il cuore. La mia fortuna è stata questa, ammalarmi da sano. Ad altri non andata così".

Ezio Massucco

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