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Ad occhi aperti | 02 maggio 2021, 16:03

Ritorno alla normalità: al mondo del lavoro non serve - La mano invisibile

La “mano invisibile” è un concetto metaforico della sfera economica che sostiene - semplificando – che un qualunque sistema economico gestito da privati che guardino esclusivamente al proprio interesse finisca per raggiungere un perfetto equilibrio, del quale giova il sistema intero

La Mano Invisibile

La Mano Invisibile

“La mano invisibile” è un film di produzione spagnolo del 2016 diretto da David Maciàn. La pellicola racconta di un piccolo gruppo di lavoratori dalle diverse competenze che accetta la sfida di una misteriosa azienda: chiudersi per otto ore in un capannone e realizzare il proprio specifico lavoro, davanti allo sguardo e sotto i giudizi di un pubblico, come in un vero e proprio reality-show. Passata l’iniziale euforia, però, la domanda diventa una sola: per chi, e per quale ragione, stanno davvero perpetrando quello strano gioco?

Credo che mai come in questi ultimi dodici mesi la Festa dei lavoratori – la ricorrenza del Primo Maggio – assuma un’importanza così fondamentale. Non ricordo sinceramente, sin dall’ormai lontano periodo di crisi 2008-2012, un momento della storia italiana in cui la concezione stessa del lavoro come fulcro e base della nostra società non sia stata messa così tanto in discussione, con i suoi chiaro-scuri, le ingiustizie, le insensatezze.

Se il Primo Maggio 2020 arrivava alle battute finali di un periodo in cui la parola lavoro, concettualmente e concretamente, era stata definitivamente cancellata dai nostri vocabolari a causa dell’inevitabile lockdown, quello 2021 è certamente caratterizzato dagli strascichi non solo di quel periodo ma anche delle difficoltà delle successive ondate del virus: una situazione che, in tutta Italia, le più diverse categorie produttive non hanno mancato - giustamente – di evidenziare, nonostante le maggiori permissività entrate in vigore nel corso delle ultime settimane.

Credo però – e certo non è una filosofia particolarmente innovativa, specie da un anno a questa parte – che in particolar modo per quanto riguarda l’ “Universo Lavoro” sia auspicabile tutto, tranne che un ritorno ai vecchi paradigmi, alle vecchie idiosincrasie. Il ritorno della normalità? Sì, certo, sempre che questa “normalità” abbia caratteristiche profondamente opposte rispetto a quella precedente (ma sarebbe quindi una vera “normalità”?).

E quale modo migliore per farlo se non fotografarla, la situazione precedente. Magari in modo oggettivo e impietoso, proprio come fa “La mano invisibile”.

Spesso, negli articoli di questa rubrica, ho accoppiato fatti o ricorrenza dell’attualità e della cronaca a film di genere: diversi sono stati gli horror, molti i film di fantascienza, e via discorrendo. Quello di questa settimana non è un lungometraggio che può realmente inserirsi in nessuna di queste categorie, ma i suoi risvolti appaiono certamente come inquietanti e crudeli.

La critica spagnola l’ha definito – sicuramente con un’esagerazione - “il Dogman sulla tematica del lavoro”, in un parallelismo con il capolavoro di Lars Von Trier che è allo stesso tempo grande attestato di stima. E l’impostazione generale, al chiuso con diversi personaggi impegnati nelle proprie attività come su un vero e proprio palcoscenico teatrale, certamente lo ricorda: il reality-show presentato nella pellicola, però, più che essere sguardo approfondito sulla follia e la degenerazione violenta di una comunità, guarda verso l’alto. Verso chi questo strano e assurdo e stressante gioco al massacro l’ha ideato, muovendone i fili.

Il titolo, poi, è emblematico. La “mano invisibile” è un concetto metaforico della sfera economica che sostiene - semplificando – che un qualunque sistema economico gestito da privati che guardino esclusivamente al proprio interesse finisca per raggiungere un perfetto equilibrio, del quale giova il sistema intero. L’apologia dell’egoismo capitalistico, insomma. A voi immaginare cosa ne sia di questa metafora alla fine della visione del film.

In un periodo senza tempo come quello che stiamo vivendo ormai da troppo tempo, guardarci indietro è sicuramente fondamentale, e una fotografia – seppur in forma di pellicola cinematografica – è il modo più semplice per farlo perché è allungamento forzoso di un istante passato. Ma dal passato ci si esce soltanto lavorando sul presente: è questo il cuore di ogni crisi.

simone giraudi

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