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Attualità | 03 maggio 2021, 08:45

Overmovie di Germano Innocenti, da rubrica sul nostro quotidiano a libro

Nell'era pandemica a simmetriche zone colorate, una delle mie incrollabili certezze è il regolare scampanellio del corriere. Quando, tra le mie grinfie, è capitata l'ultima opera di Germano Innocenti (“Overmovie”, ed, Caosfera, 2020ì1), il richiamo ad "importunare" l'autore ha avuto la meglio.

Overmovie di Germano Innocenti, da rubrica sul nostro quotidiano a libro

Nell'era pandemica a simmetriche zone colorate, una delle mie incrollabili certezze è il regolare scampanellio del corriere. Quando, tra le mie grinfie, è capitata l'ultima opera di Germano Innocenti (“Overmovie”, ed, Caosfera, 2020ì1), il richiamo ad "importunare" l'autore ha avuto la meglio.

Da oltre un anno, escludendo una breve pausa dal 15 Giugno – tra dpcm e limitazioni - fino al 25 Ottobre 2020, cinema e teatri sono chiusi. Come si colloca in questo contesto un nuovo libro sul cinema?

In realtà ben prima della pandemia avevo l’impressione, dai commenti alle mie recensioni che la rubrica fosse diventata una sorta di “Gazzettino dal Fronte”, letta da chi al cinema per pigrizia, stanchezza o semplice incuria, non andava più. Da anni sembra esistere un oscuro disegno volto a segregarci in casa, nascondendo dietro la customizzazione l’espansione del mondo digitale a danno degli spazi fisici (aperti o chiusi).

Dobbiamo quindi considerare gli stadi, i teatri, i cinema e, per estensione, le agorà di dovunque, residui nostalgici del secolo trascorso? Oppure ha ancora senso la fruizione di un evento (non ho detto spettacolo) all’interno di una folla intesa come diapason di sensibilità estetiche?

Un libro sul cinema in senso stretto conta solo per gli addetti al mestiere, ma la riflessione alla base di Overmovie è una smarginatura critica in direzione della poesia che certo cinema è ancora in grado di provocare. Sotto questo punto di vista, che definirei cultuale, io sono un barbaro invitato ad assistere al suo primo Eschilo e riesco a percepirne l’incanto senza alcun sospetto di cultura (intesa come difesa d’una tradizione a monte).

Venendo al pettine, come un chiodo più che un nodo, Overmovie è la cronaca di come mi sono sentito assistendo alle pellicole che ho visto e non la loro banale trasposizione. Quindi ha senso, prima durante e dopo la pandemia, perché è un continuum della mia opera (o assenza d’opera, parafrasando Foucault).

Theodor Adorno ha scritto che la fotografia - genericamente intesa- è la prova della nostra ormai definitiva alienazione. Di fronte a questa, cito - “ontologica caratteristica” - di falsificazione, come mai definisci il cinema come un’invenzione senza futuro?

“Il cinema è un’invenzione senza futuro” è un’affermazione dei fratelli Lumière che dopo la prima proiezione del 1895 mostrarono subito una scarsa fiducia nelle potenzialità di ciò che avevano creato, considerandolo poco più di un’illusione ottica. Nella prefazione al libro prendo in prestito questa frase e ne capovolgo completamente il significato riferendomi al tipo di cinema che mi interessa, e cioè un’esperienza che riesca a porsi al di fuori della Storia e delle storie, rifiutando un’evoluzione cronologica e la dittatura registica, smarcandosi anche dal lavoro da anatomopatologi che compiono i montatori. Un cinema, insomma, che riesca a darmi l’eternità di un istante perfetto, e che per farlo si sottragga sia al passato (inteso anche come Storia del Cinema) che al Futuro.

Partiamo dall'idea che vedere un film presuppone consapevolezza e sensibilità immaginativa; lo spettatore/fruitore “completa” l’opera attraverso la propria capacità interpretativa. Nell’ “era della riproducibilità tecnica”, “la soggettività dello spettatore viene assorbita nelle moltitudini delle riproduzioni possibili; che rapporto esiste tra la narrazione filmica e la replicabilità? E, particolarmente, nel rapporto fra opera, tipologia di fruizione e pubblico?

Sulla macellazione delle opere d’arte, rivendute a pezzi sui social come avviene ad alcune statue antiche o quadri, per facilitarne l’assimilazione (dei contrabbandieri o dei normali utenti) mi sono espresso più volte e negativamente. Ora stiamo assistendo alla sostituzione dei film, classicamente intesi, con le serie le cui puntate durano dai trenta ai cinquanta minuti circa, che a ben pensarci è lo stesso processo di vivisezione compiuto sugli album musicali da Spotify (ma la cosa è iniziata molto tempo prima); in questo trionfo, pornografico, del dettaglio sull’insieme, non si nasconde solo la mancanza di tempo del consumatore/spettatore ma anche un’erosione del Sapere che oltre a perdere le coordinate spaziotemporali si sottomette al frammento, ma non quello liricamente inteso da Cioran. Per poter distillare l’universale bisogna collocare il particolare nel suo giusto contesto e poi dimenticarsene.

Non si dà oblio senza memoria e qui la memoria è cortocircuitata in modo autistico. La chiusura delle sale non ha solo sancito il primato delle serie sui film, ma ha anche modificato il concetto di tempo cinematografico (perché al cinema non si può mettere in pausa) e questo a detrimento dell’istante/eternità di cui parlav(am)o prima. Nella sua estremizzazione la volgarità di tale fenomeno è la ripetizione all’infinito di un’esecuzione.

Quindi lo spettatore non vive l’irripetibilità del momento-film ma la banalizzazione dell’immagine nell’illusione di poterla scatenare. In realtà la subisce una, cento, mille volte perché rinuncia all’ineluttabilità dell’abbandono. Non “completa” l’opera ma se ne lascia attraversare. Passivamente.

Weeggee - Moviegoers, New York, 1943 ca © Copyright Weegee/ International Center of Photography

Se il film è una narrazione permanente, come si può salvare nell’era dei social e della ripetibilità?

I social, e più in generale la democratizzazione della critica, hanno dilatato gli estremi dell’ignoranza e della competenza, creando quella che i massmediologi definiscono “disintermediazione”: oggi con pochi euro metti in Rete il tuo film o il tuo disco, ti auto-pubblichi un libro e diventi recensore (per auto-proclamazione, come Napoleone, ma senza spargimento di sangue). Il venir meno della mediazione critica, sia come filtro istituzionale che come meccanismo di difesa intellettuale, ha generato un immenso funerale di critici, o presunti tali, che parlano della bara senza aver mai visto il corpo. 

Una digressione: è possibile educare il pubblico, se così deve essere, attraverso l’orrore, quello che Wislawa Szymborska chiama “l’orrore circolare che ci circonda”?

L’orrore è mitopoietico. Le favole che contano sono tutte fondate sulla paura e il teatro greco prevedeva, anzi evocava, lo spavento. La rimozione della paura (quella autentica, non i jump scare degli horror di basso livello) dall’arte ha lo stesso peso della rimozione del tragico di cui parlava Nietzsche. Anche la Chiesa Cattolica ci è caduta appieno aprendo troppo alla laicizzazione dei propri costumi e, estromettendo la morte (e il Male) dalle sue narrazioni collettive, non ha fidelizzato nuovi credenti ma li ha persi.

Weeggee - Moviegoers, New York, 1943 ca © Copyright Weegee/ International Center of Photography

“Ascoltare le immagini” e “far volare la mente”, se ho ben compreso: è questa la strada che indichi per salvare il film dalla inessenzialità (tanto per non far restare l’autore, come il protagonista di Hemingway, con una lisca, quasi un vincitore sconfitto). Ossia, chiamandoti in ballo, “può ancora esistere un cinema che mini i saperi costituiti e distrugga la tradizione per costruirne un’altra”? 

Henry Miller si augurava che si entrasse a cavallo nella cattedrale da lui costruita e che i destrieri si abbeverassero alle acquasantiere, per un secolo e oltre la Francia ha cercato qualcuno che distruggesse Proust, Freud ci insegna che uno società si evolve attraverso la frattura dei tabù, quindi sono certo che esista ed esisterà sempre un cinema (d)istruttivo che faccia piazza pulita dei vecchi valori e ne inauguri di nuovi, come confido in nuovi cattivi maestri, perché è il Male che porta alla palingenesi, mentre il Bene preserva lo status quo.

Colombo è il Male, Vespucci il Bene.

Chi è stato censurato diverrà un classico pronto (e lieto) di essere spazzato via. Il punto è la distribuzione e cioè se la postmoderna società dello spettacolo permetterà a questo sanissimo veleno di circolare. In sala, in Rete o sul circuito on demand. Un tempo illuminati mecenati hanno investito in opere di non facile, né immediata, fruizione (basti pensare al Grimaldi di Salò o di Ultimo Tango a Parigi). Non so se tali personaggi esistano più, ma sto ragionando di grande distribuzione ovviamente.

In chiusura, come immagini il cinema “post-pandemia”, dal momento che l’esperienza cinematografica è stata “rimpiazzata” dallo streaming su piattaforme digitali?

Mi auguro che le sale sopravvivano alla pandemia anche se temo possano trasformarsi in nicchie per cultori se i colossi del cinema mondiale, come sta già avvenendo, inizieranno a non mettere a loro disposizione le prime visioni preferendo direttamente lo streaming. Si corre il rischio di trasformare l’oggetto d’arte e il luogo d’aggregazione in simboli di un Sapere trascorso in un’era liquida e incorporea. Ciò che accade al cinema, come categoria assoluta, accade una volta e una soltanto. L’algoritmo non può sostituire il mito. 

Autore anonimo

The Darksided Fashionista*

*Curatrice d’arte, fotografa ed eclettica ricercatrice. Non ambisce ad essere Carrie Bradshaw, tuttavia nutre una sana invidia la sua collezione di scarpe

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