ELEZIONI POLITICHE 25 SETTEMBRE 2022
 / Attualità

Attualità | 28 giugno 2021, 09:34

Bra, festa grande per i 25 anni di sacerdozio di don Gianluigi Coello (FOTO GALLERY)

Per l’ex parroco di Sant’Antonino, bagno di affetto nella Messa celebrata domenica 27 giugno

Bra, festa grande per i 25 anni di sacerdozio di don Gianluigi Coello (FOTO GALLERY)

“Tu sei sacerdote in eterno” (Salmo 110).

È un momento solenne: l’imposizione delle mani, il gesto più importante nel rito dell’ordinazione sacerdotale. Il Vescovo impone le mani sul capo del candidato inginocchiato dinanzi a lui. E il 1° giugno 1996 davanti al Cardinale Monsignor Giovanni Saldarini, in ginocchio c’era un giovane ragazzo: Gianluigi Coello, che da quel momento in poi divenne don Gigi. Nel Duomo di Torino, la vigilia della solennità della Santissima Trinità, lo Spirito Santo scese su di lui.

E domenica 27 giugno anche Bra si è raccolta in festa per il 25esimo anniversario di sacerdozio di don Gigi. Venticinque anni donati al Signore per essere pastore zelante del Suo gregge e fervido operaio nella Sua vigna. Una vita per gli altri.

L’esordio a Carignano dove diventa vice Parroco della chiesa dei Santi Giovanni Battista e Remigio. Poi qualcuno volle bene alla nostra città e dal 28 settembre 2003 don Gigi diventò Parroco della chiesa di Sant’Antonino. Immenso il suo lavoro, nel gestire una comunità sempre più grande. Tante le gioie, tante le necessità. E tanta la sua tenacia nell’attività pastorale, la catechesi e la comunicazione della fede.

Dal 2017 la sua missione è continuata nelle parrocchie di Gesù Maestro e San Giacomo Maggiore a Beinasco, lontano da Bra, ma non dai braidesi che non lo hanno mai dimenticato e per questa importante ricorrenza gli hanno riservato un bagno di affetto. La chiesa di Sant’Andrea era troppo piccola per contenere tutti i fedeli che si erano dati appuntamento per la Messa delle 18.30, desiderosi di salutare un amico, prima ancora del sacerdote.

Sono innumerevoli i momenti tornati alla memoria. A partire da quelli liturgici, con il Buon Pastore che spezza la Parola di Dio in semplici e coinvolgenti omelie a suscitare il desiderio di una fede sempre più matura, consapevole ed autentica. Oppure le occasioni in cui la comunità ha camminato assieme al suo Parroco, trovando in lui un punto di riferimento, una porta sempre aperta, braccia larghe dove sentirsi accolti ed amati. Mille altri i pensieri riaffiorati: i pellegrinaggi, i campi estivi, le feste parrocchiali, i momenti di preghiera, le novene di Natale.

Tutto rivissuto nella funzione Eucaristica che don Gigi ha presieduto, stretto all’altare dall’intero clero braidese guidato da don Giorgio Garrone, con l’animazione dei canti a cura del coro parrocchiale di Sant’Antonino, che ha reso ancora più vibrante il carico dei sentimenti.

‘Stupore’ è stata la password che don Gigi ha usato per aprire un discorso carico di emozione: “Sono stupito dal senso di gratitudine, dalla generosità e dalla presenza di questa assemblea. Il Signore davvero moltiplica l’amore e l’affetto, che serve a far crescere nella fede e dà forza alla missione che ci chiede di compiere”.

Non sono mancate le manifestazioni di affetto dei parrocchiani, in nome di un passato non troppo passato, che vive ancora nei cuori di chi porta dentro tante esperienze vissute insieme. Al termine della celebrazione, per questo importante traguardo del giubileo d’argento, vogliamo ripercorrere insieme a don Gigi le tappe del suo ministero attraverso l’intervista che ci rilasciò poco prima della sua partenza da Bra. Era il 2 giugno 2017.

Allora don Gigi, dicci tre aggettivi per definire il tempo trascorso a Bra nei tuoi 14 anni da parroco di Sant’Antonino.

Impegnativo, trasformante ed arricchente”.

A quale età hai ricevuto la chiamata al sacerdozio e com’è nata la tua vocazione?

Ho pensato di farmi prete, per la prima volta, nell’estate della seconda media, durante il campo estivo in montagna con la Parrocchia, in un momento di deserto. Si meditavano i testi dei profeti Isaia e Geremia sulla vocazione e mi è sembrato che quelle parole fossero dette lì, per me, in quel momento da Dio stesso e non secoli fa”.

Come fa un ragazzo di 16/17 anni a dire ‘amo te Gesù, più della ragazza che mi sta accanto’?

È un fatto interiore, di amore e di cuore. È come quando ci si innamora di una ragazza o si ha la passione per qualcosa e si è disposti a lasciare il resto. Questo vale per lo sport, la musica, le persone ed anche per il Signore”.

Che cosa ti hanno detto i tuoi genitori e gli amici quando hanno saputo della tua scelta?

Mia mamma era contenta come se le avessi regalato più della Luna, mio papà se n’è andato dalla stanza sbattendo la porta. Tra gli amici, qualcuno che frequentava l’oratorio mi ha detto che se l’aspettava e non si è stupito, come anche molti adulti. Qualcun’altro se lo è fatto ripetere 4 o 5 volte e poi mi ha chiesto: ‘Che strumento suoni?’. Ed io ho risposto: ‘Seminario, non conservatorio’. Allora ha capito. Erano gli amici della scuola, della squadra di calcio, della banda e di altri ambienti che frequentavo, visto che in Paese ero molto attivo”.

Che cosa avresti fatto se non avessi intrapreso la via del sacerdozio?

Dalla seconda media si è confermata in me l’idea di entrare in seminario e di anno in anno la convinzione è aumentata, anche se l’ho tenuta segreta e l’ho rivelata ufficialmente solo dopo la maturità. Da piccolo, mi sarebbe piaciuto fare il falegname, poi il cuoco, il professore di matematica e lo psicologo”.

Negli anni del seminario o dopo l’ordinazione ci sono stati momenti di incertezza, dubbi, perplessità, insomma tentazione di mollare. Come sei riuscito a superare questi momenti di sconforto?

Da Parroco, specialmente nei primi anni, è stata molto dura, perché è un ruolo in cui si dicono dei ‘no’ e, dunque, è stato più faticoso rispetto a quando ero Vice Parroco e stavo tutto il giorno in oratorio con i giovani. Ci è voluta pazienza, anche da parte dei parrocchiani. Invece, non ho mai avuto l’idea di lasciare il sacerdozio, c’è stato un periodo in cui ho fatto più fatica, ma ciò che mi ha aiutato è la preghiera, il confronto con il padre spirituale, il ricordo della promessa che avevo fatto e la grazia del Signore”.

Quali sono state le tue difficoltà maggiori?

Gestire il ruolo di Parroco, che ancora oggi è un ruolo molto sociale e pubblico. Non ero preparato, perché in seminario avevo di più in mente che il punto fosse la fede, la preghiera e poi dare per scontato che ci si fidi a vicenda, quando invece non è così. In mezzo ci sono le relazioni umane, le fatiche, idee diverse e non è scontato l’accordo su ciò che dice il Vangelo e la Chiesa a proposito della vita di fede. Inoltre, c’è stata la fatica di amministrare, anche se ci sono tantissimi parrocchiani e cristiani che aiutano generosamente e gratuitamente, senza i quali la Parrocchia non andrebbe avanti”.

Obbedire ai superiori ti è mai costato tanto da renderti almeno un po’ triste?

Sì, ad esempio, lasciare la Parrocchia dove ero Vice Parroco mi era costata tanta sofferenza, anche se è una minima parte, rispetto a quella di adesso. Obbedire è faticoso, specialmente perché non sempre si percepisce vicinanza, fiducia, stima, essendoci l’idea di una fredda gerarchia. Ma ciò che fa patire maggiormente è la fatica di obbedire a qualcosa di più grande di me. Ogni volta che devo compiere un atto di obbedienza lo vivo sulla pelle dicendomi: ‘Non sono capace di fare ciò che mi viene chiesto’. Ed è così che l’obbedienza diventa l’occasione per ricordarmi che sono a servizio, che devo cercare di essere servo e non padrone, anche se la tentazione di fare da padrone sulle cose di Dio, sulle persone o su me stesso c’è sempre”.

Il tuo rapporto con Gesù è sempre stato un rapporto amichevole?

Sarà un segno della mia debolezza o fragilità, ma il Signore mi ha sempre fatto la grazia di farmi sentire vivissima la sua presenza dentro di me ed intorno a me. Qualche volta, quando mi sembra maggiore la distanza tra ciò che il Signore mi ha chiesto di fare come prete o come Parroco e ciò che sono, mi stupisco che mi abbia chiamato e mi abbia chiesto di fare questa vita. Tuttavia, non ho mai perso la confidenza con Lui, non l’ho mai sentito lontano. Magari l’ho sentito nascosto o piuttosto mi sono sentito perso io stesso, in giro per altri sentieri”.

Se potessi ritornare indietro, che cosa non rifaresti?

Non rifarei certe prese di posizione. Cioè dire: ‘Ho studiato la teologia, la Chiesa dice di fare in un certo modo, per cui si deve fare così, punto!’. Forse ci vuole più pazienza e più tempo per spiegarlo alla gente. Perciò, dilaterei alcune tempistiche di intervento sulle persone, sul modo con cui ho cercato di aiutarle a seguire ciò che dice la Chiesa, ma lo farei con più pazienza. La Chiesa, che è guidata da Cristo, sta sempre più avanti di noi, anche se spesso diciamo che è indietro. Forse siamo noi che siamo indietro rispetto alla Chiesa, che non conosciamo. Solo per aver fatto qualche anno di catechismo pensiamo di sapere tutto sulle cose di Dio e di poterle insegnare. È per ignoranza o poca fede che si pensa che la Chiesa stia dietro di noi”.

Che cosa ti piace di te?

Mi piace la capacità di sorridere e di dialogare con tutti”.

Che cosa non ti piace di te?

A volte mi prendo troppo sul serio. Di conseguenza, prendo anche troppo sul serio il giudizio degli altri su di me e su quello che viene detto o fatto”.

Come vivi il tuo sacerdozio?

In altalena, come fosse un dono o un servizio e, altre volte, come fosse un sacrificio o un’offerta che faccio al Signore”.

Quale sforzo richiede oggi essere sacerdote ed a quali pericoli si va incontro?

Il pericolo più grande è il delirio di onnipotenza, il desiderio di comandare e di apparire, perché è un ruolo che espone. Penso che lo sforzo più grande sia quello di essere persone di comunione o, per usare un termine laico, di mediazione. Si deve cercare di mediare tra passato e presente, tra chi crede e chi non crede, anche se è più difficile mediare tra i vari modi di credere di coloro che frequentano. Il sacerdote deve essere un uomo di relazione. La fatica più grande è intessere relazioni, anche faticose, poiché i legami si creano con le cose belle che si vivono insieme, ma nondimeno con i lutti, le fatiche e le croci che si condividono”.

Quali sono le grandi figure di sacerdoti che ti sono state da esempio?

Quando ero in Parrocchia è stato un ottimo esempio il mio Vice Parroco e poi Parroco, don Mario Lovera, originario di Bene Vagienna ed attualmente Parroco a Torino. E poi c’è don Sergio Boarino, il (compianto, ndr) rettore del Santuario della Madonna dei Fiori, che è stato il mio professore”.

Qual è la preghiera che ti accompagna da sempre?

Il Padre nostro. In questi ultimi anni mi sono affezionato al Gloria al Padre per il mistero della Trinità; ad una delle preghiere di San Francesco, O alto e glorioso Dio; ed un’invocazione allo Spirito Santo di Sant’Agostino”.

C’è un’esperienza particolarmente significativa alla quale devi molto nella tua vita sacerdotale?

L’esperienza del confessionale. Mi colpisce sempre l’umiltà e la profondità con cui le persone si affidano a Dio. È un sacramento difficile, sia farlo che riceverlo e capisco perché il Signore ci ha lasciato questo dono. È un’esperienza della sua presenza, che tocca a fondo il cuore delle persone”.

Chi è il sacerdote oggi?

Sempre di più, colui che tenta di dire quello che fa e fare quello che dice, cercando di ridurre ad un ruscello la distanza tra il dire ed il fare. A costo di dire poco e fare poco”.

Che cosa si aspetta la gente dal sacerdote oggi?

Troppo. Battute a parte, c’è tanta attesa, perché sono sempre meno le persone di riferimento, mentre il sacerdote è ancora messo in relazione con Dio. C’è attesa nel sacerdote, perché c’è attesa in Dio. La gente si aspetta un aiuto spirituale, desidera essere ascoltata”.

Che cosa chiedono i giovani al sacerdote?

Tanto affetto ed attenzione. Si aspettano pazienza, desiderano essere compresi ed essere presi sul serio. Interiormente sono fragilissimi, esteriormente hanno troppo e tutto e non sanno dove attaccarsi, visto che gli abbiamo tolto tutti i mancorrenti. È vero che qualche mancorrente rischia di diventare la sbarra di una gabbia, ma noi per togliere tutti i paletti abbiamo tolto anche i mancorrenti. La sfida non è tornare a mettere i paletti, ma rimettere qualche mancorrente. Anzi, più del mancorrente, hanno bisogno di una mano”.

Spesso i giovani non riescono a coltivare le loro passioni, quali sono i tuoi consigli?

Recuperare il tempo del cortile. Passare momenti con i propri coetanei in assenza di tecnologia. Per i giovani è molto importante investire nella relazione personale, perché è quella più difficile ed importante. La presenza in carne ed ossa non sarà mai sostituibile da qualcos’altro. Ciò non significa demonizzare la tecnologia. Come l’energia nucleare va gestita e non rinnegata, perché ci dà tanto, è energia nucleare positiva stare con le persone in carne ed ossa il più possibile, mentre è energia nucleare negativa quella dei mezzi di comunicazione che ti chiudono in uno schermo, dandoti l’illusione di essere collegato con il mondo. Bisogna trovare un equilibrio, altrimenti si rischia di andare in pezzi come una bomba nucleare”.

Com’è cambiata la Parrocchia di Sant’Antonino nei tuoi anni da parroco?

Nell’apertura e nel cammino di fede. Quando sono arrivato, percepivo ancora un campanilismo ed un attaccamento quasi rivendicativo, come un bisogno di affermarsi rispetto agli altri. Adesso mi pare che ci sia il desiderio più esplicito di fare un cammino di comunione verso il Signore e chiunque”.

Qual è stata la tua esperienza più bella?

Il crescere delle relazioni. Fare un cammino di amicizia con le persone, anche se c’è una solitudine del prete che rimane ed è il contraltare del rapporto intimo e personalissimo con il Signore. Da sacerdote non dimentico l’esperienza di fraternità con don Giorgio e don Gilberto, mentre una delle mie esperienze più belle, a livello personale, è aver scalato il Monviso”.

Qual è stata l’esperienza più brutta o tragica?

La morte di mio papà è stata un’esperienza dolorosa, quella che mi ha colpito di più. Ricordo anche la tragica morte di una giovane catechista del luogo dove ero Vice Parroco. Un’altra brutta esperienza l’ho vissuta quando è stata messa in dubbio la buona fede di alcune scelte pastorali”.

Quanto sono state importanti, nella tua esperienza di prete, la comunità, il dialogo con i confratelli, il lavoro pastorale con laici impegnati, l’incontro con i fedeli, con la società civile e politica?

È stata fondamentale per continuare a fare il prete diocesano, altrimenti sarei andato a trovare un monastero con orari garantiti, dove pregare con calma, in silenzio, senza alcun disturbo eccessivo o celebrazioni dell’ultimo momento, come invece capita nella vita di Parrocchia, in cui la famiglia è grande e c’è bisogno anche di un prete con tutti i suoi limiti. Ma è sempre meglio un papà o una mamma che c’è, pur con i suoi limiti, piuttosto che un papà o una mamma che non c’è”.

A chi va il tuo grazie?

Innanzitutto al Signore e poi alle persone che in questi anni, con pazienza, hanno guidato ed aiutato la mia vita spirituale”.

Qual è l’augurio che fai a te stesso ed al tuo ministero?

Di assomigliare sempre più a Gesù buon pastore”.

E a tutti noi?

Vi abbraccio e vi auguro di rimanere docili al grande pastore delle nostre anime che è Gesù e di non cedere alla tentazione che questo cambio sia un di meno. Le potature che fa il Signore sono per un di più”.

Ad multos annos, donGi!

Silvia Gullino

Google News Ricevi le nostre ultime notizie da Google News SEGUICI

Ti potrebbero interessare anche:

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium