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Economia | 06 agosto 2021, 12:45

Finisce il secolo “lungo” della Burgo: dall'era dell'ingegner Luigi al nuovo corso irlandese

L'analisi storica del professor Livio Berardo che ripercorre tutte le tappe della cartiera verzuolese, recentemente ceduta alla multinazionale Smurfit Kappa Group

Quando Verzuolo era noto come "Verzuolo hill", una collina di tronchi

Quando Verzuolo era noto come "Verzuolo hill", una collina di tronchi

La notizia della cessione dello stabilimento di Verzuolo da parte di Burgo Group ad una multinazionale anglo-irlandese è arrivata come un fulmine a ciel sereno.

Quali prospettive produttive e occupazionali riservi il futuro, sarà materia di dibattito politico e sindacale nei prossimi mesi: da un lato appare rilevante la specializzazione degli acquirenti nel settore degli imballaggi, dall’altro desta qualche preoccupazione la “distanza” della sede legale che compie una nuova migrazione da Altavilla Vicentina a Dublino, una sede non proprio esemplare per la reputazione fiscale.

Quello che sicuramente sparirà da Verzuolo sarà il nome Burgo. Paradossalmente rimarrà nella ragione sociale del gruppo Marchi, proprietario di 11 cartiere delle quali solo quattro o cinque hanno una storia Burgo, anzi due (lo stabilimento delle Ardenne in Belgio e quello di Duino) sono acquisizioni degli anni ’90 del secolo scorso. Come possa stare in piedi un marchio senza le radici geografiche e storiche è questione discutibilissima.

L’era dell’ing. Burgo

Per 38 anni, dal 1905 al 1943, le cartiere Burgo si sono identificate con il loro fondatore, direttore e proprietario di maggioranza, l’ing. Luigi, cavaliere, poi senatore del Regno. Quando si era passati dall’accomandita alla società per azioni (1924/25), Burgo fece inserire nello statuto un articolo che conferiva alle azioni di sua proprietà il voto pesante: ciascuna di esse valeva cinque di quelle ordinarie. Doveva essere una garanzia di perpetuo controllo. Fu un peccato di hybris: Burgo, che si era sempre inserito nelle logiche del potere politico, spesso anticipandole (interventismo nel 1914-15, produzione di nitrocellulosa in tempo di guerra, adesione al fascismo e alla politica autarchica della cellulosa con la costruzione a Cuneo della CELDIT, infine accondiscendenza verso i complotti volti a deporre Mussolini) fu vittima delle proprie manovre. Il 10 novembre 1943 venne incarcerato a Verona e qualche mese dopo processato per tradimento verso la RSI, sia pure con finale assoluzione. Dal canto loro i CLN di fabbrica (11 stabilimenti propri e 11 controllati) con l’eccezione di quello di Corsico chiedevano la sua epurazione. Burgo ne uscì indenne, ma la maggioranza degli azionisti, capeggiata dal presidente del CdA Mansueto Ravizza e dal rag. Pasquale Caretta, non lo reintegrò nell’antica posizione di comando.



Il decennio Morelli

Fino al 1953 la vera guida della cartiera di Verzuolo e di tutte le altre fabbriche fu Dario Morelli, raffinato economista bocconiano, che come direttore generale aveva preso in mano la situazione nei frangenti più drammatici. Sicuro antifascista, riuscì a salvare dalle rappresaglie gli scioperanti nel marzo del ’44 e nell’aprile del ’45, nonché a occultare le assenze di chi (e non si trattava di pochi operai) era salito in montagna. Fece parte del CLN aziendale e del Consiglio di gestione che resse il gruppo per alcuni mesi dopo la Liberazione. Con lui la Burgo fu una delle poche aziende disposta ad assumere ex partigiani: posizioni dirigenziali furono raggiunte da Detto Dalmastro, Giuseppe Lamberto, dal fratello di Mario Andreis. La crisi degli anni ’30, poi la guerra avevano fermato il rinnovamento degli impianti: a Verzuolo le continue che vanno dal numero 1 al 5 risalivano tutte a prima del 1925. Morelli progettò l’istallazione da parte delle consociate Officine Poccardi di una sesta macchina e un grande piano di ammodernamento di tutti gli stabilimenti. Il suo programma fu bocciato dagli azionisti, i quali non volevano rinunciare ai dividendi, che per alcuni anni sarebbero stati destinati agli investimenti. Morelli si dimise. Si aprì una fase di dure lotte sindacali, perché con i macchinari obsoleti gli infortuni si moltiplicavano e la Burgo perdeva quote di mercato. L’unica scelta su cui i grandi azionisti, divisi fra di loro, si ritrovarono fu quella di richiamare Burgo in azienda, ma senza poteri: dopo aver rinunciato al voto plurimo del suo pacchetto azionario, fu nominato presidente onorario. Tale rimase fino alla morte (1964).



La famiglia Adler

Dalla lotta fra i maggiori azionisti emerse a poco la famiglia Adler, di origine ebraica: nativi di Vienna, con attività finanziarie a Milano, erano stati salvati dalle persecuzioni naziste e poi fasciste dal grande banchiere della COMIT Raffaele Mattioli. Rientrato dall’America latina nel dopoguerra, in virtù di una quota azionaria, il capofamiglia Roberto era entrato nel CdA Burgo, divenendone in seguito presidente. Aveva così introdotto nell’azienda i figli Ernesto e Lionello. Lo stabilimento di Verzuolo aveva 1024 operai, fabbricava carta da giornale e carta kraft che alimentava la produzione di sacchi nella vicina Villanovetta della consociata SIESA.

Lionello come procuratore strinse accordi con l’americana Scott Paper per costruire una fabbrica di carta per gli usi domestici. Nel 1960 fu nominato vicedirettore e, costituita la Burgo Scott, ne divenne presidente: a regime lo stabilimento di Villanovetta darà lavoro ad altri 600 addetti.

Nel 1968 Lionello Adler sostituiva il defunto rag. Caretta quale direttore generale del gruppo. Riceveva anche la carica di vicepresidente del Consiglio d'amministrazione, che trasformerà in presidenza alla morte del padre. Al quale va il merito di aver aggiunto alla fabbrica di cellulosa di Mantova, nata dal medesimo progetto autarchico di Madonna dell’Olmo, una cartiera, che lavorando sul luogo la materia prima, riduceva i costi complessivi.

Lo stabilimento, di forma avveniristica, fu progettato da Pier Luigi Nervi. Analogamente il nuovo centro direzionale di San Mauro Torinese fu affidato ad un’altra archistar, Oscar Niemeyer.

Scelte prestigiose, ma costose. Diversamente dal piano di Morelli, gli investimenti degli Adler non erano in autofinanziamento, ma attingevano dai mutui bancari. Nel 1975 l’indebitamento del gruppo Burgo aveva raggiunto i 45 miliardi, due volte e mezzo il capitale sociale. Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca, subentrato a Mattioli quale nume tutelare degli Adler, pensò bene di far entrare un partner ben dotato finanziariamente. La scelta non fu felice.




L’ombra della P2

Furono trovati o si fecero avanti Giovanni Fabbri e Carlo Bonelli. Il primo era uno dei fratelli milanesi arricchitisi con le edizioni a dispense. Liquidata la sua partecipazione nella casa editrice, Giovanni aveva concepito piani ambiziosi a cavallo fra giornali e cartiere, Bonelli dall’inchiostro era passato alla guida della Cartiera del Sole (provincia di Frosinone). I due costituirono un consorzio (Fabocart), in cui inserirono cinque cartiere tutte rilevate, a prezzi stracciati, da fallimenti. Fabocart versò alla Burgo 20 miliardi di capitale, in cambio ottenne la carica di amministratore delegato per Bonelli. Poi soldi furono tutti dirottati sull’acquisto della Cartiera del Sole: un prezzo abnorme che assicurò ai venditori lucrose plusvalenze. Allo stesso modo furono girate alla Burgo le cartiere di Avezzano e del Timavo. L’indebitamento del gruppo non calava, anzi saliva di alcuni miliardi. Nel 1981 scoppiò lo scandalo della loggia massonica P 2. Fabbri era tra i soci eminenti della setta. Il piano eversivo di Licio Gelli prevedeva tra l’altro il controllo dei mass media, delle televisioni private tramite Silvio Berlusconi, della stampa a partire dal “Corriere” di Rizzoli e Tassan Din: il gruppo Burgo-Fabbri era il naturale fornitore della materia prima. Nell’estate sempre dell’81 Fabbri fu arrestato, mentre su una Giulietta rossa accompagnava clandestinamente all’estero due TIR carichi di opere d’arte.

A questo punto Cuccia intervenne in prima persona: Mediobanca acquistò il 12% del pacchetto controllato da Fabbri (una decina di miliardi), la famiglia Adler rafforzò la sua presenza, mentre la quota di Fabbri, che era arrivato al 25,4% delle azioni, si dimezzava, per scendere ulteriormente nei mesi successivi fino ad annullarsi. Fra le dismissioni il 50% del pacchetto azionario della Burgo Scott fu venduto agli americani e la proprietà della Zellulose Fabrik di Pöls fu spartita con il governo austriaco. Veniva messa in vendita anche la consociata Burgo Pack, una campana a morto per lo stabilimento SIESA di Villanovetta.

A pagare la ristrutturazione finanziaria e produttiva furono i lavoratori. Partirono tagli per 1200 posti, fra cui 70 su 870 a Verzuolo. Solo la cassa integrazione consentì di attutire l’impatto sul tessuto sociale.

 
Da Gemina a Marchi

A metà degli anni ’80 il debito era stato messo sotto controllo, i bilanci annuali tornavano in attivo. Nel pacchetto azionario accanto a Mediobanca, alla finanziaria degli Adler e a quella dei Pesenti, figuravano ora un cugino di Debenedetti, Camillo, Pirelli e Gemina, cioè Fiat. Bonelli aveva dovuto lasciare il posto a un tecnico “puro”, l’ing. Giuseppe Lignana. Presidente era sempre Lionello Adler (lo rimarrà fino al compimento degli 80 anni, nel 2000).

Fallita l’idea di Cuccia di “sposare” la Burgo a un grande gruppo canadese (l’industria cartaria italiana sconta da sempre la carenza di materia prima, conseguenza di una inesistente politica forestale), gli anni ’90 vedono in crisi tanto la Scott, che cederà lo stabilimento di Villanovetta falcidiato di oltre 200 addetti, alla Kimberley Clark, quanto la Burgo.

Il 1993 è per Verzuolo un anno nero: due incendi, un morto, un mancato turn over che porta gli addetti a 623, una competitività ridotta per i costi dell’energia e della cellulosa in gran parte importata (la CELDIT si sta avviando alla fine del suo ciclo produttivo).

La svolta arriva alla fine del ‘98: il CdA della Burgo delibera un investimento di oltre mille miliardi di lire, l’ing. Lignana firma con il presidente della Provincia Giovanni Quaglia e con il sindaco di Verzuolo Giulio Testa un protocollo di intesa per gestire l’impatto sulla viabilità e sull’urbanistica che avrà l’avviamento di una nuova mastodontica e superveloce macchina continua, la nona.

La produzione, destinata a salire a 565 tonnellate l’anno, non sarebbe più stata di carta patinata per riviste, bensì di “patinatino” per la stampa rotooffset.

Mentre i complessi lavori di istallazione andavano avanti ci furono ben due cambi di proprietà. Prima dieci grossi investitori guidati da Mediobanca avevano acquisito la quasi totalità del capitale, poi, allo sfilarsi di uno di questi, Montedison, sempre Mediobanca faceva intervenire il gruppo cartario veneto Marchi, che rilevava la maggioranza del pacchetto azionario. Nasceva così il Burgo Group. Rimaneva il nome, di fatto la Burgo era incorporata nel gruppo Marchi. Lignana diveniva presidente onorario e il suo posto di AD era preso da Girolamo Marchi.

Il nuovo corso ha significato ulteriore riduzione di addetti: nel 2015 la forza produttiva era solo più di 400 dipendenti. La crisi di mercato di due anni fa e il passaggio alla produzione di cartone sono l’ultimo, anzi il penultimo passaggio di una storia ultrasecolare.

La stanza dei bottoni che Cuccia e Mediobanca per decenni erano, anche a costo di errori e contraddizioni, riusciti a tenere in Italia, è volata lontano da Verzuolo.

Livio Berardo

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