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Ad occhi aperti | 28 agosto 2021, 15:13

Quando la libertà è soltanto uno specchio - The Suicide Squad

Che cos’è la libertà, insomma? In 20 anni di missione umanitaria si potrebbe pensare che una risposta la si sarebbe dovuta trovare, e invece scopriamo che non ci si era posti la domanda sin dal principio

Rick Flag, Bloodsport e Peacmaker in una scena del film

Rick Flag, Bloodsport e Peacmaker in una scena del film

The Suicide Squad (“Suicide Squad – Missione Suicida”) è un film americano del 2021 scritto e diretto da James Gunn. Protagonisti della vicenda sono alcuni “villain” minori dei comics DC – Bloodsport, Pacemaker, Harley Quinn, Rick Flag, Ratcatcher, Polka Dot Man e King Shark – che vengono inviati dalla responsabile della sicurezza degli Stati Uniti d’America Amanda Waller in una rischiosissima missione nell’isola di Corto Maltese: penetrare nella fortezza nazista Jotunheim e cancellare ogni traccia del progetto Starfish. Ma su cosa sia davvero il progetto e sulle reali motivazioni dietro la creazione della “squadra suicida”, presto sorgerà più di un dubbio…

Ci sono film che vedono distribuzione in una sorta di allineamento cosmico – spesso per ragioni indipendenti dalla pellicola stessa o dalle decisioni della produzione, come in questo caso - , per cui sembrano essere stati messi in quel preciso posto niente meno che dal destino stesso. Ed è proprio così che è stato per The Suicide Squad, seconda iterazione del cinema comicsiano incentrata sulla squadra di farabutti spendibili e sacrificabili dal governo americano in missioni di grande importanza ma dalla moralità grigiastra, nelle quali un Superman o un Batman sarebbero molto meno controllabili (se non, addirittura, un impedimento).

Diciamolo: il primo film sulla “squadra suicida” aveva come unico punto a favore l’interpretazione di Margot Robbie della Harley Quinn fumettistica – e anche qui, comunque, ce ne sarebbe da parlare - . A parte la persistenza di uno zoccolo duro di incomprensibili appassionati, la pellicola aveva raccolto più biasimi che applausi. Ecco allora che – sfruttando, anche qui, un’incredibile concatenazione di eventi – la Warner Bros. ha deciso di affidare a James Gunn le redini del progetto lasciandogli, parrebbe letteralmente, carta bianca.

E, diavolo, se Gunn li ha presi in parola. Confezionando un cinecomics scorretto, divertente, quadrato e che viaggia dall’inizio alla fine senza mai fermarsi un secondo – o più o meno – per respirare. E, soprattutto, con un parterre di personaggi appena abbozzati ma comunque incredibilmente affascinanti: c’è il padre fallito che vuole redimersi, la figlia orfana che vuole trovare un posto per sé, la creatura incapace di vivere tra gli esseri umani, il disagiato con turbe famigliari, la donna in cerca di emancipazione vera, il soldato dal cuore d’oro e quello che farebbe di tutto per portare a termine la missione.

Insomma, i protagonisti di questo film sono brutti, sporchi e – soprattutto, per fortuna – cattivi. Ma “hanno anche dei difetti” e specialmente un cuore, tutti dal primo all’ultimo. Ma hanno anche qualcosa in più: come dicevo all’inizio, hanno anche un tempismo perfetto.

Quel che è successo in Afghanistan a partire dal 15 agosto – posto che è un processo molto più lungo – è un evento storico talmente complesso e frammentato che analizzarlo totalmente utilizzando un film di supereroi e in questa manciata di parole non sarebbe solo impossibile ma anche totalmente ridicolo. Quel che è ben delineato – seppur appena sottotraccia – nel film di Gunn è il ruolo del governo americano, dell’entità-america dal punto di vista militare e governativo e dell’immagine che di esso deve riflettersi al di fuori in materia di politica estera.

Stando agli incassi in queste prime settimane non in moltissimi hanno goduto della pellicola. Ma, credo, molti di più hanno letto o ascoltato le parole del presidente Joe Biden all’indomani della (ri)presa di potere dei talebani in Afghanistan.

Un discorso autoreferenziale e delirante dal punto di vista dei rapporti con le potenze estere – di fatto mai nemmeno nominate - , in cui il leader di quello che, in teoria, viene ancora indicato come il paese di riferimento per l’Occidente ammette senza mezzi termini che la guerra ai talebani abbia avuto la vendetta (per i fatti dell’11 settembre) come principale motivazione, che non era nei piani di nessuno la creazione di uno stato democratico e libero a seguito della caduta degli estremisti islamici e che l’America non combatterà una battaglia per la libertà di un popolo che sembra non impegnarsi in questo senso. Parole, a ben vedere, sincere. Non fosse che almeno i primi due punti sono stati sempre ufficialmente rifiutati dalla lettura americana in questi vent’anni: ops, ci eravamo sbagliati.

Nel film di James Gunn, come detto, i cattivi sono i protagonisti. Ma esistono almeno tre “villain” comunemente intesi: The Thinker, scienziato pazzo alla guida del progetto Starfish, Starro, creatura aliena dalle incredibili capacità telepatiche, e Amanda Waller, la fondatrice della Suicide Squad. È quest’ultima a risultare come vera e propria eminenza grigia, a posteriori, il moloch contro cui la moralità – comunque presente – dei diversi personaggi si deve scontrare, l’oggetto reso inamovibile e quindi resistente a qualunque forza inarrestabile dal concetto di “responsabilità”, di “difesa della nazione”.

Parole, anche queste, sincere. E che abbiamo udito molto spesso dal 2001 a oggi, forse senza mai capirne davvero il senso e il valore, come se il loro cuore fosse viscoso, scivoloso, inafferrabile. Come quello della libertà, concetto che nella pellicola ha un ampio spazio specie nella parte conclusiva: a incarnarlo sono i personaggi di Rick Flag, Bloodsport e Peacemaker, e la difesa delle sue varie inclinazioni porterà a conseguenze molto gravi.

Che cos’è la libertà, insomma? Fare ciò che è giusto, oppure uno specchio nel quale guardare il proprio stesso riflesso fino a convincersi che siano la stessa cosa? In 20 anni di missione umanitaria si potrebbe pensare che una risposta la si sarebbe dovuta trovare, e invece scopriamo che non ci si era posti la domanda sin dal principio.

Simone Giraudi

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