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Ad occhi aperti | 02 ottobre 2021, 14:02

Quando lo stolto guarda la Luna - Mignonnes

La stauta della Spigolatrice di Sapri vive dell’attenzione data alle sue curve, non sono un “di più”. Quindi che differenza c’è tra la statua stessa e una delle tante pubblicità che sessualizzano la figura della donna di qualunque età?

Le protagoniste di "Mignonnes"

Le protagoniste di "Mignonnes"

“Mignonnes” (Cuties-Donne ai primi passi) è un film del 2020 di produzione francese scritto e diretto da Maimouna Doucouré. Protagonista della pellicola è Amy, una ragazzina undicenne senegalese immigrata a Parigi, con una situazione famigliare complicata dalla poligamia del padre e dal suo non riuscire a integrare in modo funzionale lo stile di vita occidentale e i precetti dell’Islam. Amy troverà una “valvola di sfogo” - portando però questo sfogo ben oltre il limite – entrando in un gruppo di ballo di ragazzine disinibite: riuscirà, però, ad abbandonare gli estremismi in toto e ritrovare la felicità.

Si è fatto tanto parlare, in questi giorni, di sessualizzazione della figura femminile e di quanto, questa sessualizzazione, possa essere o meno “soltanto negli occhi di chi guarda”.

Al centro della polemica c’è, ovviamente, la discussa statua della Spigolatrice di Sapri inaugurata a inizio settimana. La statua – che riprende la figura poetica ideata da Luigi Mercantini in un celeberrimo poema risorgimentale – presenta forme particolarmente procaci e abiti che poco le lasciano all’immaginazione di chi guarda; immediato lo scoppio delle discussioni sui social network, tra chi difende la libertà dell’artista di realizzare l’opera come meglio crede e chi, invece, la considera assolutamente sessista.

La pellicola che più di tutte, negli ultimi tempi, ha trattato la sessualizzazione della figura femminile della nostra società – scatenando polemiche feroci, esattamente come nel caso della statua di Sapri – è certamente “Mignonnes” di Maimouna Doucouré. Una disamina crudele di come l’ambiente preadolescenziale sia già fortemente sessualizzato, per quanto gli adulti possano fare di tutto per non rendersene conto.

Nella pellicola la giovane protagonista Amy trova negli atteggiamenti provocatori e “adulti” del gruppo di ballo al quale si unisce uno sbocco per liberare la pressione del vivere in una famiglia fortemente religiosa e, allo stesso tempo, ricca di contraddizioni. E lo fa perché è tutto il resto della società a essere ipersessualizzato: le immagini che in televisione, su internet, in radio, per strada le ragazzine si vedono passare davanti raccontano un certo tipo di mondo, un certo tipo di paradigma al quale è fondamentalmente necessario aderire per poter trovare un senso e uno scopo. Ma, per fortuna, per lei c’è ancora tempo per imboccare una strada più emotivamente equilibrata.

Lo scagliarsi contro la sessualizzazione della società – o, anche solo, di una rappresentazione artistica come la statua della Spigolatrice – non è, o non dovrebbe essere, difesa del buon gusto per il piacere della difesa del buon gusto. Ma è necessario sottolineare come spesso la sessualizzazione del corpo femminile venga utilizzata come sottotesto standard, quasi senza accorgersene; il caso della statua di Sapri è emblematico in questo senso: sinceramente mi spaventa che un artista, nel mondo di oggi, possa non prendere in considerazione – magari, poi, adottando comunque questa strada - il fatto che realizzare una statua in questo modo possa ingenerare certe reazioni. E appellarsi alla libertà di espressione non può essere, sempre, un argomento valido.

Perché, diciamocelo, il punto di quella statua sono le sue forme procaci. Non c’è altro: la composizione vive dell’attenzione data alle curve fasciate, non sono un “di più”, è tutto in funzione del metterle in mostra. Quindi che differenza reale c’è tra la statua stessa e una delle tante pubblicità che sessualizzano la figura della donna di qualunque età, ci spiega “Mignonnes”?

La poesia messa a nudo. Ma per il gusto del nudo, non della poesia. "La rivoluzione del sissintutto", per citare il vate Michele di Molfetta.

Simone Giraudi

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