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Schegge di Luce | 05 dicembre 2021, 07:30

Schegge di luce: pensieri sui Vangeli festivi di don Sebastiano Bergerone, salesiano di Bra

Commento del Vangelo della Messa del 5 dicembre, II Domenica di Avvento, anno C

Altare della cappella dell’Istituito Salesiano “San Domenico Savio” di Bra

Altare della cappella dell’Istituito Salesiano “San Domenico Savio” di Bra

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.

Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:

«Voce di uno che grida nel deserto:

Preparate la via del Signore,

raddrizzate i suoi sentieri!

Ogni burrone sarà riempito,

ogni monte e ogni colle sarà abbassato;

le vie tortuose diverranno diritte

e quelle impervie, spianate.

Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!». (Lc 3,1-6)

Oggi, 5 dicembre, la Chiesa giunge alla II Domenica di Avvento (Anno C, colore liturgico viola). A commentare il Vangelo della Santa Messa è don Sebastiano Bergerone, sacerdote salesiano di Bra.

Amore, vita, valori, spiritualità sono racchiusi nella sua riflessione per “Schegge di Luce, pensieri sui Vangeli festivi”, una rubrica che vuole essere una tenera carezza per tutte le anime in questa valle di esilio. Pensieri e parole nel perfetto stile di don Bosco, che sono come scintille per ravvivare la fede che è in noi.

Eccolo, il commento.

C’è un grido di speranza per ogni uomo. Da quando l’umanità ha deciso di allontanarsi da Dio per affermare la propria indipendenza, sperimenta quanto sia negativo questo distacco: un’atmosfera di insoddisfazione, di incompletezza e di tristezza la pervade. Certo nei secoli l’umanità si era evoluta, aveva cercato di impadronirsi dell’universo e si era posta traguardi sempre più ambiziosi di conquiste, di strutture, di organizzazioni sostenute da tecnologie man mano più sofisticate che la riempivano di orgoglio; ma tutto era racchiuso nel provvisorio, nella precarietà e nella tristezza, perché, come ci ricorda l’autore della lettera a Diogneto: «Non si è felici nell’opprimere il prossimo, nel voler ottenere più dai deboli, arricchirsi e tiranneggiare gli inferiori».

È la situazione dell’umanità incontrata da Gesù e poi dai cristiani ed è la situazione attuale; ma non è il progetto-uomo pensato da Dio. Egli, «Che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo» (Ebrei), «Ora ci ha resi partecipi del suo disegno» (Paolo).

L’evangelista coglie la singolarità di questi giorni importanti come quelli della creazione, perché danno inizio al mondo nuovo che sostituisce quello di Tiberio e degli altri sei personaggi politici e religiosi, che rappresentano l’umanità della violenza, del sopruso, dell’oppressione e dello sfruttamento.

È Vangelo, buona notizia. Tutti i personaggi degli inizi della vita di Gesù colgono il significato profondo dell’intervento di Dio dal «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente», al «Pace in terra agli uomini amati dal Signore», al cantico di Zaccaria…, all’entusiasmo di San Paolo.

Ma è soprattutto Giovanni Battista, figlio di sacerdote, a cogliere la mancanza di senso nella vita umana; egli adatta alla venuta di Gesù il passo del profeta che accompagnava il ritorno a Gerusalemme dei deportati a Babilonia.

Il grido di Giovanni nel deserto è invocazione, perché ogni essere umano prenda coscienza dell’offerta di questa nuova alleanza offerta da Dio a tutti; è richiesto di togliere ogni ostacolo: i monti della superbia e dell’esaltazione e i burroni dell’abiezione e della disperazione; gli uomini di tutti i popoli e di tutte le epoche devono ristrutturare il proprio cuore e porsi in cammino sulla strada della salvezza.

Gesù a Pilato dirà: «Il mio regno non è come quelli di questo mondo; non ci sono eserciti e guardie del corpo, non ci sono armi, ma io sono re e sono venuto a rendere testimonianza alla verità». Ancora nella lettera a Diogneto si coglie l’azione di Dio che mandò Gesù: «…nella mitezza e nella bontà come un re manda suo figlio, lo inviò come Dio e come uomo per gli uomini; lo mandò come chi salva, per persuadere, non per far violenza. A Dio non si addice la violenza».

Silvia Gullino

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