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Attualità | 20 febbraio 2022, 13:18

Enrico Giraudo è il nuovo direttore generale del “Monviso Solidale”

Dal 1 marzo subentrerà nella guida del Consorzio socio-assistenziale a Giuseppe Migliaccio, che ha raggiunto la pensione. L’intervista al dg uscente, al termine del suo lungo cammino all’interno dell’Ente consortile

Enrico Giraudo, nuovo dg del "Monviso Solidale"

Enrico Giraudo, nuovo dg del "Monviso Solidale"

Giuseppe Migliaccio a fine febbraio lascerà la guida del Consorzio Monviso Solidale e andrà in pensione.

Al suo posto subentrerà Enrico Giraudo, attualmente responsabile dell’area progetti dell’ente stesso.

Abbiamo intervistato il direttore uscente per tentare di ripercorrere qualche momento della sua carriera e farci raccontare la sua visione del sociale nel nostro territorio.

In genere l’approccio del Monviso Solidale è quello di guardare avanti, la frase che compare come “impressum” sui vostri social è: “Gestiamo i servizi socio assistenziali dei 56 Comuni del Saluzzese, Saviglianese e Fossanese. E proviamo a immaginare come costruire quelli del futuro”.

Ma solo per stavolta: se si volta indietro a pochi giorni dalla pensione, quali sono le prime immagini che vede?

Sono tantissime, perché la storia del Consorzio è nata nel 1997 e ha subito una serie di cambiamenti sempre in crescita. Come immagini in mente ho le prime riunioni della squadra che doveva davvero costruire un servizio nuovo partendo da tre realtà territoriali gestite fino ad allora dalle Asl.

Non era facile mettere insieme tre ambiti che avevano storie e presupposti estremamente diversi. Le prime immagini che riaffiorano quindi sono proprio legate al doversi mettere intorno a un tavolo per cercare di rendere il più possibile omogeneo il lavoro, non solo dal punto di vista dei contenuti ma anche dal punto di vista del metodo.

Poi ce ne sono tante altre come la firma della prima convenzione con l’Asl per la compartecipazione alle attività integrate territoriali, le tante riunioni di CdA e di assemblea con i sindaci soprattutto in momenti di penuria di risorse.

Come è cambiato il modo di erogare servizi socio-assistenziali dalla fine degli anni ‘80 ad oggi?

È cambiato tantissimo e il segreto di un Servizio che deve occuparsi in prima istanza di persone fragili dev’essere proprio l’attitudine al cambiamento: non si può pensare a un servizio statico, che lavora sempre nello stesso modo, perché inevitabilmente la realtà cambia ed i Servizi devono essere in grado di recepire questi cambiamenti.

Quindi da una visione iniziale mirata soprattutto al soddisfacimento dei bisogni primari si è passati, con gradualità, – e non ci si fermerà qui – a una visione più vicina al territorio, più comunitaria, volta a migliorare non solo lo standard di vita delle persone fragili ma, più in generale, delle persone che vivono nella nostra Comunità.

Per fare ciò occorre coinvolgere le risorse che il territorio esprime, risorse che possono dare un apporto fondamentale nell’implementazione del sistema di welfare. Se penso a quante persone il Monviso Solidale coinvolge sul territorio, rispetto ai primi anni di vita dell’Ente, beh sono moltissime … associazioni, cooperative sociali, privati, volontari.

Ed è proprio questo a mio avviso il segreto per riuscire a lavorare in modo davvero efficace.

Pur occupandosi di tutti i settori del sociale, sappiamo che è particolarmente legato a quello della disabilità.

Ci racconta un aneddoto o una situazione che ricorda con emozione di questi anni trascorsi nel Monviso Solidale e che abbia a che fare con l’ambito dell’handicap?

Anche nell’ambito della disabilità si sono fatti dei passi da gigante: oggi riusciamo ad offrire un novero di opportunità molto ampie e tante bisognerà ancora costruirne, perché la chiave nell’affrontare il tema della disabilità è quella di personalizzare il più possibile le risposte in relazione alle caratteristiche individuali.

Forse la cosa che più mi ha emozionato in tutti questi anni risale al tempo in cui assumemmo la gestione della struttura Arcobaleno di Racconigi; trovammo all’interno dei locali persone che erano ancora contenzionate e  parliamo del 1998.

Con un lavoro immenso da parte di tutti gli operatori riuscimmo a eliminare le contenzioni e quello fu un momento veramente molto emozionante che stravolse in positivo le regole della vita all’interno della comunità.

Una delle lezioni più toste che abbiamo imparato in questi due anni di pandemia, ammesso ce ne fosse bisogno, è che l’individuo da solo non va da nessuna parte, mentre la comunità è il cuore di una società civile e solidale.

Pensa che il territorio che lascia nelle mani di Enrico Giraudo, quello che fa capo al Monviso Solidale, riesca ad essere inclusivo, anche grazie a voi, verso le persone più fragili o c’è ancora del lavoro da fare per poterci definire una comunità solidale?

Prima di rispondere alla sua domanda vorrei fare una premessa. Credo che uno degli elementi determinanti del lavoro all’interno del Monviso Solidale sia il lavoro di squadra.

E’ stato, (e sono convinto continuerà ad esserlo) l’elemento fondamentale, non solo per poter discutere nelle sedi opportune le scelte da compiere, ma anche per dare ai nostri operatori un senso di identificazione e di partecipazione che è fondamentale nella gestione dei servizi sociali.

Ciascun operatore deve avvertire in modo consapevole che lavora all’interno di una squadra che opera in modo sincrono per raggiungere gli obiettivi prefissati. I molti messaggi che mi stanno arrivando negli ultimi giorni accentuano questo clima di serenità, di serietà,  dettato dalla voglia di fare ma anche dalla consapevolezza che ognuno di noi contribuisce in modo forte e determinante a quel cambiamento che abbiamo intenzione di portare all’interno della comunità. 

Quindi non mi resta che esprimere gratitudine a tutti i miei collaboratori convinto che il dottor Enrico Giraudo abbia sicuramente le carte in regola per continuare in questa direzione.

Desidero anche ringraziare i tanti Amministratori locali, i sindaci, così come i componenti dei diversi CdA per la fiducia che nel corso degli anni hanno mostrato nei confronti della nostra struttura e dei suoi servizi.  

Possiamo chiederle in chiusura cosa farà adesso, “resterà in zona” o la aspetta un capitolo completamente diverso della sua vita?

Me lo sono chiesto anche io fino a poco tempo fa! Per un periodo devo staccare la spina, devo prendermi una pausa.

Ho tanti interessi personali e la cosa che mi dà piacere è pensare di poter avere del tempo a disposizione per dedicarmi alla mia famiglia e per poter approfondire passioni in campo artistico.

redazione

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