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Ad occhi aperti | 26 febbraio 2022, 07:25

Il bello dove non dovrebbe esserci - The Earth is blue as an orange

Fare arte, produrre, creare qualcosa dal nulla, può servire a migliorare qualunque tipo di situazione per quanto complessa e drammatica. Un sollievo momentaneo, forse, sicuramente sciocco, ma anche fondamentale

The Earth is blue as an orange

The Earth is blue as an orange

“The Earth is blue as an orange” è un film documentario del 2020 scritto e diretto da Iryna Tsilyk, che ha trionfato nella categoria “World Cinema Documentary” dell’edizione 2020 del Sundance Film Festival. La pellicola riprende le vite di Hanna, madre single che vive assieme ai figli nella regione del Donbas, in Ucraina. Mentre tutto il resto del mondo attorno a loro è un inferno di fuoco e morte, i membri della famiglia sfruttano la propria passione per il cinema in modo da rendere la loro casa e la loro vita quotidiana un piccolo “paradiso in terra”.

Vi avverto sin da subito: se mai c’è stato un appunto con la rubrica pieno di banalità e ovvietà, beh, questo è uno di quelli. Ma ve lo dico sinceramente, a 30 anni e nel 2022 non riesco a rapporti con la realtà di una guerra in atto – la cosa più ovvia e banale che mi possa venire in mente rispetto alle tematiche di politica estera – in altro modo. Quindi ve ne farete una ragione, date più peso al film che consiglio che a quello che dico (anche se farete così sempre, giustamente): non sono un esperto, non sono uno storico o un veterano militare, lo so io e adesso lo sapete voi.

Molto bene, cominciamo.

Ve ne sarete accorti: la Russia del presidente – da più di un politico nostrano, ricordiamolo, osannato – Vladimir Putin ha lanciato, nella serata di mercoledì 23 febbraio, le operazioni belliche in territorio Ucraino. E l’Europa e il mondo intero, per ora, non ha potuto far altro che starsene a guardare e prodursi in esternazioni più o meno gravi, più o meno serie e più o meno inutili, a commento di una situazione che è l’esplosione improvvisa di una pustola al di sopra di un tessuto già danneggiato precedentemente (e da tempo).

Molto si è detto in questi giorni, come spesso accade pure troppo e senza molta cognizione di causa (io mi aggiungo soltanto al coro). E molto si è postato sui social network, come per esempio la celebre citazione di Gianni Rodari, un autore che stimo e ho stimato, e che i fruitori della piattaforma zuckerberghiana di colore blu stanno cominciando a farmi venire a noia. Come dicevo, banalità e ovvietà.

Ma cosa può fare un’umile rubrica di quasi-critica cinematografica più vicina al consiglio di un amico al bar che a un vero trattato sulla settima arte? Poco. Nulla. E, allo stesso tempo, io credo tantissimo.

Come per esempio consigliare “The Earth is blue as an orange”, uno dei documentari più belli e significativi che mi sia capitato d’incontrare in assoluto. Che tratteggia la povertà e il disagio dato dalla totale mancanza d’equilibrio frutto e figlia di una guerra conosciuta da tutti e ignorata da molti, ma che riflette allo stesso tempo sulle possibilità date dall’arte in generale e dal cinema nello specifico, proprio in una situazione di questo tipo.

Fare arte, produrre, creare qualcosa dal nulla, può servire a migliorare qualunque tipo di situazione per quanto complessa e drammatica. Un sollievo momentaneo, forse, sicuramente sciocco, ma anche fondamentale: quando la sopravvivenza diventa il primo punto sulla lista dei tuoi problemi, per quanto possa sembrare assurdo, il cibo e l’acqua non sono per forza tutto ciò che ti basta per vivere.

Ed è questo che insegna “The Earth is blue as an orange”, a ricercare la bellezza e la leggerezza anche dove e quando non ci sembra possibile possano sussistere. E anche, e soprattutto, dove nessuno penserebbe mai di cercarle, per diverse ragioni. Un insegnamento che può voler dire poco, quando aleggia lo spettro di una guerra mondiale, ma che per chi già la vive invece può fare tutta la differenza del mondo.

Simone Giraudi

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