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Schegge di Luce | 17 aprile 2022, 07:07

Schegge di luce: pensieri sui Vangeli festivi di monsignor Douglas Regattieri

Commento del Vangelo del 17 aprile, domenica di Pasqua, Risurrezione del Signore

Il simulacro del Cristo risorto, portato in processione dai Battuti Bianchi di Bra

Il simulacro del Cristo risorto, portato in processione dai Battuti Bianchi di Bra

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.

Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.

Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.

Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. (Gv 20,1-9)

Oggi, 17 aprile, la Chiesa celebra la solennità di Pasqua, Risurrezione del Signore (Anno C, colore liturgico bianco).

A commentare il Vangelo della Santa Messa è monsignor Douglas Regattieri, vescovo di Cesena-Sarsina. Amore, vita, valori, spiritualità sono racchiusi nella sua riflessione per “Schegge di Luce, pensieri sui Vangeli festivi”, una rubrica che vuole essere una tenera carezza per tutte le anime in questa valle di esilio. Pensieri e parole che sono come scintille per accendere le ragioni della speranza che è in noi. Eccolo il commento.

La pandemia prima e la guerra dopo ci hanno costretti a capire di più e meglio che cosa vuol dire essere umani. Semplicemente ci hanno insegnato che non siamo onnipotenti. Ha scritto un teologo: «In Occidente abbiamo coltivato un’immagine strana e controproducente di cosa voglia dire essere umani. L’individualismo occidentale suggeriva che l’essere umano autentico è l’eroe solitario, spesso rappresentato come un “macho” del tutto autosufficiente». A dimostrazione di questa dichiarazione, l’autore portava un esempio dalla sua vita di religioso: «Vincent era cieco dalla nascita. Non aveva mai visto un essere umano. Era molto indipendente, in senso buono… Quando ero Provinciale ogni comunità voleva avere Vincent per sé. Vincent consolidava la comunità intorno a sé. Non puoi avere in comunità una persona completamente cieca se non sei una vera comunità. Dal momento che lui va a tastoni per i corridoi, devi assicurarti di non lasciare intralci sulla sua strada. Il latte nel frigorifero deve essere sempre nella stessa posizione perché lui lo possa trovare. Tutte le nostre decisioni relative alla comunità dovevano tener presente Vincent. E questo non era un peso, ma una gioia, perché intorno a lui imparavamo davvero a conoscerci l’un l’altro. Nei suoi bisogni abbiamo scoperto di avere tutti bisogno gli uni degli altri. Ci ha liberati per essere fratelli, dipendenti gli uni dagli altri» (T. Radcliffe). Questo significa essere umani: essere attenti gli uni gli altri e modulare la propria esistenza a partire dagli altri, dai loro bisogni e necessità per creare accoglienza e fraternità.

La Pasqua è la celebrazione di un “vuoto” riempito da una Presenza, misteriosa ma reale: «Non è qui. È risorto!» (Mt 28, 6). Come canta la sequenza pasquale, anche noi proclamiamo questa notizia: «Siamo certi che Cristo è veramente risorto. / Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi. / Amen. Alleluia». Dal sepolcro vuoto, come dalla cecità di Vincent, possono rifiorire fraternità, attenzione, comunione e comunità.

Il “vuoto” che Maddalena si portava dentro, il mattino di Pasqua, mentre andava al sepolcro, fu colmato dal suono di quella voce inconfondibile che la chiamò: «Maria!» (Gv 20, 16). Le reti desolatamente “vuote” di Pietro, sulle rive del lago, si riempirono abbondantemente e inaspettatamente di “centocinquantatré grossi pesci” (Gv 21, 11), dopo l’invito dello sconosciuto. Il cuore “vuoto” dei due che erano diretti a Emmaus, allo spezzar del pane, si scaldò e riaccese la passione perduta.

Così i nostri giorni pandemici, caratterizzati da un “vuoto” opprimente, possono diventare pieni e abitati dalla gioia, se lasciamo che il Risorto entri con la sua discrezione, senza violare la nostra intimità, ma offrendo un bene prezioso che tutti cerchiamo: la gioia, la pace, la felicità. Buona Pasqua.

Silvia Gullino

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